Live At The Roundhouse

Live At The Roundhouse

Il 15 ottobre 1966 il Roundhouse di Chalk Farm, un ex deposito ferroviario riadattato a spazio per eventi, ospita la festa di lancio di International Times, il primo giornale underground britannico. Il volantino promette un «All-Night Rave», Soft Machine e Pink Floyd in scaletta, «trip, happenings, movies, drag ball», e invita i presenti a portare «il vostro veleno, fiori e palloncini riempiti di gas». Paul McCartney arriva travestito da arabo, Marianne Faithfull in un abito da suora molto corto. I Pink Floyd che suonano quella notte non sono ancora la formazione di The Dark Side of the Moon: sono quattro ventenni che, persa la strada del blues con l’uscita di Bob Klose, hanno cominciato a produrre «rumori strani», parola di Roger Waters, che ricorda quegli anni con la sua solita ironia smitizzante: «Non riuscirete mai a farmi prendere tutta questa roba sul serio. Eravamo solo ragazzi che si riunivano, volendo essere ricchi e rimorchiare». Peter Jenner, che li scopre allo Spontaneous Underground del Marquee qualche mese prima, intuisce già qualcosa: «Non suonavano come nient’altro di quello che avevo ascoltato, e mi piacque piuttosto». Quel palco, quella notte, è uno dei punti in cui la scena psichedelica londinese prende forma pubblica.

Cinquantatré anni dopo, il 3 e 4 maggio 2019, lo stesso edificio accoglie di nuovo un pezzo di quella storia, ma la prospettiva si è capovolta. Non c’è più un gruppo di esordienti in cerca di un’identità: c’è Nick Mason, settantacinquenne, l’unico dei quattro fondatori a non aver mai portato avanti un percorso autonomo dopo lo scioglimento di fatto dei Pink Floyd. La spinta arriva dall’esterno, dal chitarrista Lee Harris dei Blockheads di Ian Dury, che passa la proposta attraverso l’amico bassista Guy Pratt: mettere in piedi una formazione che suoni esclusivamente il repertorio pre-The Dark Side of the Moon, quello con Syd Barrett fino al 1972. Mason accetta, e l’organico si completa con Gary Kemp, ex voce e chitarra degli Spandau Ballet, e Dom Beken, tastierista dell’Orb. Il nome è un omaggio diretto: Nick Mason’s Saucerful of Secrets. «Alla mia età», dice Mason, «voglio essere in una band con persone che mi piacciono» (una dichiarazione che vale da manifesto, a scanso di equivoci sulle tensioni che avevano segnato la casa madre).

Il primo test dal vivo, nel maggio 2018, basta a convincere tutti che l’iniziativa ha gambe: la risposta di pubblico spinge il gruppo ad alzare l’asticella con un tour vero in Inghilterra già a settembre, poi l’Europa nel 2019, poi due mesi di tournée americana di grande successo. È a questo punto che arriva l’idea di filmare qualcosa, e il Roundhouse (con tutto ciò che rappresenta per la storia della band) è la scelta più naturale possibile. Le due serate vengono riprese da James Tonkin, già dietro la macchina da presa per il restauro di Live At Pompeii con David Gilmour, mentre la produzione è affidata a Mason stesso insieme al suo manager Tony Smith, storico timoniere dei Genesis con cui condivide anche la passione per le auto da corsa. Il risultato, Live At The Roundhouse, arriva nelle sale il 10 marzo, poi in DVD, Blu-ray, doppio CD e doppio vinile dal 17 aprile.

Sul palco, la sala è tinta interamente di rosso, e la regia sceglie riprese a 360 gradi che restituiscono lo spazio quasi come un flashback fisico: si apre con Interstellar Overdrive, chitarre di Harris e Kemp già in fiamme, e si passa subito a Astronomy Domine, Mason preciso e indemoniato dietro ai tamburi mentre la band canta all’unisono. È un concerto costruito come un attraversamento cronologico di quel primo repertorio, con Lucifer Sam cantata da Pratt, poi un salto in avanti su Fearless da Meddle, con Kemp che tocca l’acustica nel ruolo che fu di Gilmour e i cori dei tifosi del Liverpool a inquadrare il brano. Si torna al 1972 con lo strumentale inedito Obscured By Clouds/When You’re In, poi Remember A Day, scritta da Rick Wright e cantata qui da Pratt, che di Wright ha sposato la figlia nel 1996 (un dettaglio che nella sala assume un peso quasi familiare). Segue una sequenza in cui riemergono If, The Nile Song, Green Is The Colour, Let There Be More Light: quest’ultima, introdotta dal basso di Pratt e sorretta da organo e batteria, si aggancia idealmente alla versione dal vivo del 1968.

Il momento più alto arriva con Set The Controls For The Heart Of The Sun, e qui la storia si arricchisce di un dettaglio che va oltre la scaletta. Gary Kemp la suona per la prima volta a tredici anni, in un seminterrato a Islington, durante una jam improvvisata con altri ragazzi conosciuti in un club di teatro: «Qualcuno mise su Set The Controls For The Heart Of The Sun e io avevo la mia chitarra. Suonammo tutto il giorno», ricorda. Mezzo secolo dopo, quello stesso brano lo canta dal vivo al Roundhouse insieme al batterista che lo aveva inciso in origine. Sul palco, per l’occasione, Mason si alza in piedi e annuncia di poter finalmente percuotere il gong (un gesto che nei concerti dei Pink Floyd era riservato a Waters). Le due canzoni di Barrett che chiudono la sezione, See Emily Play e Bike, riportano tutto all’osso: chitarra distorta, basso Rickenbacker, cori psichedelici, gli effetti originali del 1967 restituiti fedelmente. One Of These Days introduce il finale, con Harris seduto a emulare l’effetto slide e Pratt che balza sul palco quando la musica esplode sulla frase preregistrata. Il pubblico richiama la band per il bis, e arriva il finale della suite A Saucerful Of Secrets, con gli accordi d’organo che Pratt attribuisce esplicitamente a Wright prima di chiudere con Point Me At The Sky, il 45 giri del dicembre 1968, e un «goodbye» ripetuto fino all’esplosione finale dei suoni.

Quello che resta, tra le luci rosse del Roundhouse e le facce sorridenti di Mason durante lo show, è la sensazione di un cerchio che si chiude senza retorica: lo stesso edificio che nel 1966 aveva ospitato la nascita pubblica di un suono nuovo, mai sentito prima, cinquantatré anni dopo restituisce a uno dei suoi autori originali lo spazio per suonarlo di nuovo, questa volta senza le tensioni che avevano finito per zittirlo.