di Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason
strumentale
Interstellar Overdrive è una composizione collettiva di Barrett, Waters, Wright e Mason, e con i suoi 9:41 è il brano più lungo di The Piper at the Gates of Dawn (1967). Il titolo potrebbe derivare dal racconto di fantascienza The Ruum (1953) di Arthur Porges, in cui compare l’espressione “interstellar overdrive” riferita a un’astronave oltre l’orbita di Plutone.
La genesi musicale ha un’origine precisa e in parte casuale. Durante una prova, il manager Peter Jenner stava canticchiando una melodia che aveva sentito nel primo album dei Love, senza ricordarne il titolo — si trattava di My Little Red Book, scritta da Burt Bacharach e Hal David e già incisa dai Manfred Mann nel 1965. Barrett la raccolse immediatamente sulla chitarra, aggiungendo variazioni proprie, e da quel giro nacque il riff portante del brano. Intorno a quel riff si sviluppò un’improvvisazione sempre più estesa, che i Floyd portarono dal vivo già dalla fine del 1966, inclusa l’esibizione al Roundhouse del 31 dicembre. All’UFO Club di Londra il brano divenne un elemento centrale del repertorio e una specie di manifesto sonoro della scena underground londinese, con durate che in concerto raggiungevano i venti minuti. La versione in studio, come osservò Nick Mason, è una riduzione di quella dimensione live.
Prima di essere registrato all’Abbey Road, il brano aveva già una storia in studio. Una prima versione della durata di 14:56 fu incisa nel 1966 ai Thompson Private Recording Studios di Hemel Hempstead e fu utilizzata come colonna sonora del cortometraggio San Francisco di Anthony Stern. Una seconda registrazione fu realizzata l’11 e 12 gennaio 1967 agli Sound Techniques di Londra, con Joe Boyd alla produzione e John Wood al mixer: è questa la versione che Peter Whitehead usò nel suo documentario Tonite Let’s All Make Love in London. Whitehead era entrato in contatto con i Floyd attraverso Jenny Spires, allora fidanzata di Barrett, che lo aveva convinto ad andare a sentirli all’UFO Club.
Le sessioni definitive per l’album si aprirono il 27 febbraio 1967 nello Studio Three dell’Abbey Road con Norman Smith alla produzione. Furono registrati due take, con il secondo — della durata di 10:20 — ritenuto il migliore. Il volume era talmente alto da costringere l’ingegnere del suono Peter Bown a usare sistematicamente limitatori e compressori per evitare la distorsione in registrazione. Bown ricordò di aver probabilmente danneggiato i microfoni durante quella sessione. Il gruppo faticava a ritrovare in studio l’energia delle esibizioni dal vivo, e il volume era il tentativo di colmare quella distanza.
Il brano è costruito sul riff di Barrett in mi basso sulla Fender Esquire, amplificato probabilmente dal Selmer Truvoice Treble-n-Bass 50 e catturato con un microfono Neumann U67. Il suono è grezzo, con distorsione dall’amplificatore. A 0:19 entra una seconda chitarra con un tono distorto prodotto quasi certamente dal pedale Selmer Buzz Tone. Waters segue con il Rickenbacker 4001 in un registro aggressivo e propulsivo. Attorno al riff iniziale si sviluppa una lunga improvvisazione articolata in sezioni più o meno definite, con chitarre elaborate con il Binson Echorec — Barrett usava anche lo slide con un accendino Zippo — strati di organo Farfisa, break ritmici e una batteria ipnotica con influenze tribali. Wright esegue assoli sulla Farfisa, ad esempio a 1:30 e a 6:06, e sembra suonare un breve passaggio di violoncello a 6:43, anche se non si esclude che sia Waters con l’archetto sul Rickenbacker. Waters aggiunge parti di basso supplementari, tra cui una traccia satura a 5:13 con un suono che ricorda il Moog. Mason sovraincide una seconda parte di batteria, udibile da 3:39, e aggiunge un piatto ride intorno a 1:00; probabilmente è lui a suonare uno strumento a percussione con molto riverbero verso la fine del brano, intorno a 9:33.
Il lavoro di completamento si svolse il 27 giugno, con sovraincisioni di batteria, chitarra, tastiere e basso. Le sessioni successive furono dedicate ai mix. Il confronto tra la versione mono e quella stereo è rilevante: il mono ha maggiore coesione e potenza, le improvvisazioni risultano più fluide e l’atmosfera psichedelica più efficace. La versione stereo perde qualcosa in termini di impatto — l’organo di Wright scompare quasi del tutto — ma guadagna nell’uso degli effetti panoramici, in particolare a 8:40, dove l’immagine stereo si sposta da destra a sinistra in modo molto marcato. Quell’effetto fu ottenuto il 18 luglio con Smith al mixer, grazie a potenziometri panoramici costruiti appositamente per i Floyd dai tecnici dell’Abbey Road.
Due passaggi del brano avrebbero lasciato tracce riconoscibili nella musica degli anni successivi: il riff di basso di Waters a 1:02 sembra aver ispirato il ritornello di Space Truckin’ dei Deep Purple (Machine Head, 1972), e la linea di basso a 4:20 fu ripresa dagli Argent per il loro singolo Hold Your Head Up (All Together Now, 1972).
Dopo l’uscita di Barrett, Interstellar Overdrive rimase nel repertorio live fino alla fine degli anni Settanta, spesso come bis. Con Gilmour la struttura cambiò parzialmente: il riff era preceduto da una lunga introduzione d’organo di Wright. Il 25 ottobre 1969, al festival di Amougies in Belgio, Waters, Gilmour, Wright e Mason la eseguirono con Frank Zappa sul palco, in una versione di oltre venti minuti documentata in un bootleg noto come Interstellar Zappadrive.
In Francia il brano uscì il 20 maggio 1967 come lato B di un singolo il cui lato A comprendeva Arnold Layne e Candy and a Currant Bun, in una versione ridotta di circa cinque minuti ricavata per montaggio dalla versione lunga. Quel singolo è oggi considerato un oggetto da collezione.
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