Barrett

Barrett

Tra ordine e caos

Pubblicato nel novembre del 1970, Barrett rappresenta il capitolo finale e crepuscolare della carriera solista di Syd Barrett, un’opera che chiude il sipario su una delle figure più geniali e tragiche del rock. L’album è l’incarnazione di una dicotomia struggente: il tentativo dei suoi ex compagni, David Gilmour e Richard Wright, di imporre una struttura e una coerenza produttiva alla creatività sempre più frammentata del loro amico. Questo sforzo, tanto meticoloso quanto compassionevole, ha generato un testamento musicale che non è una semplice raccolta di canzoni, ma la cronaca di un commiato complesso e doloroso. Per comprendere appieno la sua natura duale, sospesa tra ordine e caos, è essenziale esplorare il processo che ha portato alla sua difficile genesi.
Analizzare le circostanze che portarono alla produzione di Barrett è un’operazione strategicamente cruciale. La decisione della EMI di approvare un secondo album, basata sulla reazione critica e di pubblico a The Madcap Laughs, testimonia la fiducia che l’industria ancora riponeva nel potenziale artistico di Barrett, nonostante le sue crescenti difficoltà.
Un momento chiave fu la sessione radiofonica per il programma “Top Gear” di John Peel del 24 febbraio 1970. In quell’occasione, Barrett eseguì cinque brani: “Terrapin”, “Gigolo Aunt”, “Baby Lemonade”, “Effervescing Elephant” e “Two of a Kind”. Questa esibizione funzionò da anteprima per il nuovo materiale, mettendo in luce sia la persistente genialità melodica sia le sfide ormai insormontabili nel collaborare con lui. I produttori della sessione non ebbero alcun contatto verbale diretto con l’artista; ogni comunicazione dovette passare attraverso l’intermediazione di Gilmour. Un dettaglio significativo fu la questione di “Two of a Kind”: sebbene scritta da Richard Wright, Barrett insistette che fosse una sua composizione, un potente e precoce indicatore del suo deteriorarsi della percezione della realtà.
Il nucleo di musicisti coinvolto in questa fase avrebbe costituito l’ossatura della band per l’album: David Gilmour al basso e alla produzione, Richard Wright alle tastiere e alla coproduzione, Jerry Shirley alla batteria e alle percussioni. Con questa formazione, il team entrò in studio per affrontare una sfida che era tanto tecnica quanto umana: tentare di catturare la magia elusiva di Syd Barrett prima che svanisse del tutto.

Le sessioni di registrazione

Le sessioni di Barrett, svoltesi ad Abbey Road tra febbraio e luglio 1970, furono un complesso esperimento produttivo. L’obiettivo era ambizioso: bilanciare l’efficienza, che era mancata nel precedente album, con l’urgenza di catturare l’essenza volatile di un artista la cui imprevedibilità era diventata la sua unica costante.
L’intento principale di Gilmour e Wright era dare a Barrett la struttura che era mancata durante le lunghe e tortuose sessioni di The Madcap Laughs. La prova di questo approccio più mirato risiede nella durata delle registrazioni: l’album fu completato in circa sei mesi, contro l’anno necessario per il predecessore. La visione di Gilmour, come ricordato dal batterista Jerry Shirley, era quella di creare una “rhythm section unificata che suonasse l’intero disco come farebbe una vera band”, fornendo una base solida su cui Syd potesse appoggiarsi.
L’architettura produttiva, per quanto ben intenzionata, si scontrò quasi subito con la realtà inafferrabile del suo protagonista. Jerry Shirley testimoniò l’impossibilità di Barrett di “suonare mai due volte la stessa melodia”. Le sue indicazioni per gli altri musicisti erano spesso astratte e metaforiche, come la richiesta di “rendere la parte centrale più scura e la fine un po’ da metà pomeriggio”. A complicare il processo, le sessioni furono interrotte dagli impegni dei Pink Floyd con l’album Atom Heart Mother; durante queste pause, Barrett a volte si fermava a “spiare” i suoi ex compagni mentre lavoravano, una presenza spettrale nel suo stesso ex-santuario creativo.
Di fronte all’imprevedibilità di Barrett, Gilmour fu costretto a sviluppare una metodologia di lavoro disperata ed evolutiva, un tentativo di risolvere un problema insolubile. Le alternative iniziali prevedevano di suonare insieme a Syd in studio, un approccio descritto come “quasi impossibile” che richiedeva ai musicisti di seguire le sue improvvise variazioni di tempo e struttura e che funzionò solo nel raro caso di “Gigolo Aunt”. Un’altra opzione era preparare una base musicale prima, creando una traccia strumentale su cui Syd avrebbe potuto poi sovraincidere la sua parte. Tuttavia, l’unica soluzione praticabile si rivelò essere quella di registrare prima Syd con chitarra e voce, per poi costruire successivamente l’arrangiamento sopra la sua performance, sovraincidendo gli strumenti.
Poiché Barrett cambiava ritmo o interrompeva le esecuzioni, registrarlo nudo e crudo permetteva di creare un arrangiamento su misura. L’esempio emblematico è “Wined and Dined”: insoddisfatto della base strumentale originale, Gilmour la registrò da capo, suonando personalmente chitarra acustica, basso e percussioni per adattarsi perfettamente alla traccia vocale di Syd, un atto di dedizione meticolosa che testimonia la profondità dell’impegno umano e artistico dietro questo progetto.

David Gilmour

Quando abbiamo finito l’album, diedi un passaggio a Syd fino a Earls Court e salii con lui nel suo appartamento in ascensore, uno di quelli con il cancello di ferro da tirare. Syd si voltò verso di me, mi guardò negli occhi e disse: “Grazie”. Ed è l’unico momento che riesco a ricordare in cui ha reso chiari i suoi sentimenti. Fu piuttosto scioccante — un attimo di lucidità, uno solo.

I brani

I brani di Barrett riflettono la tensione tra ordine e caos del processo di registrazione. Da un lato, una produzione più levigata tenta di contenere la materia sonora; dall’altro, testi e performance esplorano una psiche in ritirata, popolata da animali, ossessioni meteorologiche, angoscia e ricordi d’infanzia.
L’album si apre con “Baby Lemonade”, nata da una sessione di riscaldamento di chitarra che Gilmour, con un colpo di genio produttivo, decise di registrare e usare come introduzione. Il testo frammenta la percezione del tempo con versi come “In the clock they sent / Through a washing machine”, trasformando un’azione banale in un’immagine surreale che rispecchia la disintegrazione della logica lineare nella mente di Barrett.
“Dominoes”, intrisa di immagini di rimpianto e ricordo, è caratterizzata da un assolo di chitarra al contrario, classica tecnica psichedelica che lega il brano all’era Floyd, e dall’organo sognante di Wright, che fornisce un fondale etereo al testo malinconico. “Gigolo Aunt”, una delle tracce più solide e ritmate, fu presentata sia nella sessione per la BBC sia nell’unica, fatidica esibizione solista di Barrett, a testimonianza della sua importanza nel repertorio del periodo.
Particolarmente significativa è “Effervescing Elephant”, ispirata ai versi di Hilaire Belloc. Questa filastrocca è un’immersione nel mondo fanciullesco di Barrett, con un arrangiamento bizzarro che include persino una tuba e riferimenti a un’intera giungla di animali, contrastando nettamente con il tono cupo di altre canzoni.
Le altre tracce tracciano una mappa desolata ma affascinante della mente dell’artista. Brani come “It Is Obvious”, “Love Song” e la sequenza di “Waving My Arms in the Air” e “I Never Lied to You” sono pervasi da atmosfere oniriche e testi che esprimono un senso di rimpianto e perdita, quasi un ritiro da una realtà diventata insopportabile. Il fatto che “Waving My Arms in the Air” sfoci in “I Never Lied to You” grazie a un ponte d’organo di Wright è un esempio lampante di come i produttori imponessero una continuità musicale laddove esisteva solo frammentazione.
Sul versante più sperimentale, “Maisie” è un blues jam quasi astratto, con un testo mormorato, mentre “Rats”, nata da una jam session, è un pezzo maniacale dai testi provocatori. Accanto a queste, “Wolfpack”, che lo stesso Barrett definì una delle sue canzoni preferite, evoca un’energia primordiale e minacciosa, mostrando il lato più oscuro della sua fascinazione per il mondo animale.
“Wined and Dined”, legata alla sua relazione con Gayla Pinion, è un viaggio nostalgico tra “serate mediterranee” e ricordi d’infanzia evocati con immagini come “chalk underfoot”, dipingendo un quadro agrodolce e irrecuperabile di un passato che sembra appartenere a un’altra vita.

L’eredità dell’ultimo album

Nonostante fosse musicalmente più curato del precedente, Barrett fu accolto con meno interesse e non riuscì a entrare in classifica. Lo stesso Syd, in seguito, liquidò entrambi i suoi album solisti, affermando che raggiungevano lo standard richiesto solo in poche, fugaci occasioni.
L’epilogo tragico e pubblico della sua carriera si consumò il 6 giugno 1970 all’Olympia di Kensington. Durante la sua unica esibizione solista, accompagnato da Gilmour e Shirley, Barrett suonò appena quattro canzoni. Al termine della quarta, si tolse bruscamente la chitarra e abbandonò il palco, lasciando i suoi musicisti e il pubblico scioccati. Fu la manifestazione definitiva della sua frattura interiore, un atto di resa che pose una dolorosa e inequivocabile fine alla sua vita pubblica.
Dopo un’ultima sessione per la BBC nel 1971, Syd Barrett si ritirò definitivamente. Le parole di Richard Wright restano il testamento più sincero dell’intento dietro a un progetto così arduo: “Fare il disco di Syd è stato interessante, ma estremamente difficile… si trattava solo di cercare di aiutare Syd in ogni modo possibile, piuttosto che preoccuparsi di ottenere il miglior suono di chitarra. Potevi dimenticartelo! Si trattava solo di entrare in studio e cercare di farlo cantare.”
Barrett è un’opera dalla natura intrinsecamente duale. Nato dal nobile tentativo di imporre un ordine, l’album finisce per documentare, involontariamente ma con una chiarezza disarmante, la dissolvenza di un talento irripetibile. Il suo valore non risiede nel successo commerciale, ma nel suo status di ultimo, fondamentale testamento musicale di una delle figure più enigmatiche e influenti del rock. È l’eco finale di un genio che, anche mentre si allontanava, lasciava dietro di sé frammenti di una bellezza struggente e ineguagliabile.