The Madcap Laughs

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  • Terrapin
  • No Good Trying
  • Love You
  • No Man’s Land
  • Dark Globe
  • Here I Go
  • Octopus
  • Golden Hair
  • Long Gone
  • She Took A Long Cool Look
  • Feel
  • If It’s In You
  • Late Night

L’8 maggio 1968 Peter Jenner porta Syd Barrett negli studi di Abbey Road, nello Studio 3, e preme play. È la prima di sei sessioni prodotte da lui stesso insieme ad Andrew King, con i due manager che avevano scelto di lasciare i Pink Floyd pur di restare con Syd, convinti che il suo naufragio fosse temporaneo e che ci fosse ancora qualcosa da salvare. I risultati iniziali non scoraggiano affatto: Barrett registra Silas Lang, ispirata al poema Hiawatha di Longfellow, e una base strumentale che diventerà Late Night, uno dei momenti più toccanti di un album che non ha ancora un nome. Il giorno dopo le cose vanno peggio con Rhamadan, una blues jam di diciotto minuti senza direzione, e la fiacca Lanky Part One, ma le sessioni successive rimettono in carreggiata il progetto grazie a un primo abbozzo di Golden Hair, musicato sulla poesia di James Joyce, e a due take di una nuova canzone intitolata Clowns And Jugglers, già folgorante in questa forma embrionale e destinata a diventare Octopus.

Da lì in avanti, però, il lavoro si sfalda progressivamente. Syd spesso non si presenta e, quando lo fa, si trova quasi sempre in condizioni che rendono del tutto inutile accendere i nastri. La sessione del 20 luglio 1968 si rivela l’ultima per quasi un anno, con Jenner e King che vedono vacillare il proprio iniziale ottimismo mentre Syd si perde in una nebbia da cui pare impossibile farlo riemergere. A riportarlo in studio, nel marzo del 1969, è Malcolm Jones, ventitreenne appena messo a capo di Harvest, l’etichetta underground della EMI. Jones aveva sentito parlare malissimo di Barrett, descritto come inaffidabile, impossibile da gestire e con gli ultimi mesi nei Pink Floyd raccontati alla stregua di un disastro. Tuttavia resta colpito ascoltando insieme a Syd le vecchie registrazioni di Jenner e, ancora di più, dai brani nuovi che il musicista gli suona dal vivo, spingendolo a prenotare subito del tempo ad Abbey Road. Avrebbe voluto Norman Smith alla console, ma Smith è impegnato su Ummagumma; avrebbe voluto Joe Boyd, che aveva prodotto Arnold Layne, ma non è disponibile, finendo così per produrre il disco lui stesso.

Nella sua autobiografia autopubblicata, The Making Of A Madcap Laughs, Jones smentirà punto per punto la vulgata che dipinge quelle sessioni come il collasso di un relitto, ricordando invece un Syd concentrato, ironico ed entusiasta. Tra il 10 aprile e il 6 maggio 1969 il produttore mette a segno otto sessioni nelle quali Barrett rifinisce Silas Lang (ribattezzata Swan Lee), Clowns And Jugglers e Golden Hair, oltre a comporre otto canzoni nuove, tra le quali spiccano Opel, Love You, Terrapin e No Good Trying, che finiranno quasi tutte, in forma più rifinita, su The Madcap Laughs. A dare manforte in studio arrivano tre membri dei Soft Machine, ossia Robert Wyatt, Hugh Hopper e Mike Ratledge, ma con esiti altalenanti: l’umore instabile di Syd e i suoi continui ripensamenti sull’esecuzione rendono la collaborazione poco produttiva, tanto che le parti di supporto in No Good Trying e Love You resteranno, nel disco finito, palesemente poco provate.

La sessione del 4 maggio 1969 è l’ultima gestita da Jones. Poco dopo, il produttore scopre che Syd ha incontrato David Gilmour chiedendogli di finire l’album e coinvolgendo anche Roger Waters. I motivi per cui Jones viene estromesso non sono mai stati chiariti del tutto, ma la EMI, che nutre più di un dubbio sul progetto, appoggia il cambio pur di chiudere la partita in fretta. Gilmour e Waters, impegnati loro stessi nelle sessioni di Ummagumma e con un calendario di tour già fitto, riescono a ritagliarsi tre date: il 12, il 13 e il 26 giugno, quando registrano quattro canzoni nuove e rimettono mano a Clowns And Jugglers, ormai diventata Octopus, e a Golden Hair. Gilmour ricorderà in seguito le corse frenetiche tra le registrazioni a Londra e i concerti in Galles nello stesso giorno. In studio Syd si presenta spesso sotto l’effetto del Mandrax e si accascia sullo sgabello, al punto che si poteva praticamente sentirlo addormentarsi su certi take. Ma i lampi restano, imprevedibili quanto folgoranti, com’è il caso di Dominoes, dove Syd chiede di registrare un assolo al contrario. Gilmour rievoca la diffidenza di quei momenti ammettendo che tutti lo credevano pazzo, eppure Barrett suonò il solo una volta sola e, una volta girato il nastro al contrario, il risultato si rivelò perfetto. Waters, dal canto suo, resterà colpito da quel materiale sconnesso eppure evocativo, definendolo come qualcosa a cui forse persino The Dark Side of the Moon stava aspirando.

Servono altri quattro mesi, distribuiti tra i tour dei Pink Floyd e i vari impegni di studio, prima che Gilmour e Waters consegnino il missaggio definitivo alla Harvest tra il 5 agosto e il 16 settembre 1969. È ormai passato più di un anno dalla prima sessione con Jenner, rendendo impossibile la pubblicazione natalizia originariamente prevista e facendo slittare l’uscita a gennaio. Nel frattempo, dopo che Storm Thorgerson aveva già fissato e cancellato due appuntamenti nell’appartamento di Duggie Fields a Wetherby Mansions, arriva la terza sessione fotografica per la copertina, quella buona. Il fotografo Mick Rock si presenta e a bussare gli risponde una ragazza nuda che tutti chiamano “Iggy the Eskimo”, ovvero Evelyn Joyce, che non sa nemmeno che Syd sia una popstar e che finirà sul retro di copertina. Thorgerson, quel giorno, è persino più interessato al pavimento che al soggetto, notando come parte del carattere di Syd risiedesse proprio in quelle assi che Barrett stesso aveva dipinto d’arancione e blu dopo aver spinto tutti i mobili verso la finestra. Il risultato è una delle immagini più iconiche della storia del rock: Syd accovacciato al centro della stanza vuota, le dita puntate a terra come chi sta per spiccare il volo e un vaso di fiori ormai appassiti accanto a lui.

The Madcap Laughs arriva nei negozi inglesi il 2 gennaio 1970. Syd, a quel punto, ha già perso interesse per il progetto e il disco raggiunge a malapena la Top 40 britannica, ma le prime settimane sono incoraggianti a sufficienza da convincere la EMI a insistere. La reazione della critica e dei fan del periodo psichedelico è però di disagio più che di entusiasmo, e molti trovano nel suono sgangherato e frammentato la conferma di uno sfacelo di cui si vociferava da mesi. C’è chi trova persino discutibile la scelta di lasciare nel disco l’inizio fallito di If It’s In You, con Barrett che intona una nota stonata prima di un confuso scambio con i produttori, un momento che Malcolm Jones contesterà apertamente ritenendolo tutt’altro che rappresentativo di come lavorasse davvero Syd in studio. Gilmour difenderà quella scelta anni dopo, spiegando che lui e Roger volevano che qualcosa dello stato mentale di Syd fosse presente nel disco come documento di quel momento storico. Eppure, analizzando a fondo i testi, con Octopus in cima grazie al suo cut-up di folklore, filastrocche e vocabolario onirico, il disco racconta un’altra storia: non la rovina di un uomo che scrive frasi a caso su un muro, bensì un’intelligenza compositiva che si esprime ancora con un linguaggio che non ha eguali nella canzone pop inglese. Il successo relativo di quelle prime settimane basta comunque a convincere la EMI a scommettere su un secondo disco, tanto che già a febbraio Gilmour tornerà in studio con Syd, stavolta insieme a Richard Wright, per dare forma a Barrett.