Ummagumma

Ummagumma

Disco Live

David Gilmour chitarra, voce; Nick Mason batteria; Roger Waters basso, voce, gong; Richard Wright organo, voce

Disco Studio

Pubblicato in UK il 7 novembre 1969
Disco dal vivo prodotto dai Pink Floyd, disco studio prodotto da Norman Smith; Design e foto Hipgnosis; Ingegnere del suono disco dal vivo Brian Humphries, disco in studio Peter Mew

Iain “Emo” Moore

A malapena sapevo leggere o scrivere quando lasciai la scuola. “Pip” Carter era un ragazzo delle Fens e non si capiva cosa dicesse, finché non gli insegnai l’inglese “normale”. Così era come se avessimo un nostro linguaggio. Ummagumma era una delle mie espressioni. “Ummagumma” significa tipo “I’m-a-gonna…”, come dire “Ummagumma… vado a casa e, ehm, sc**o la mia ragazza…”.

Capolavoro o disastro?

Nel 1969, i Pink Floyd si trovavano a un crocevia critico. Orfani del loro leader creativo Syd Barrett, la band navigava in una fase di profonda incertezza, alla ricerca di una nuova identità sonora e concettuale. Fu in questo clima di transizione che prese forma Ummagumma, il loro quarto album, un’opera tanto ambiziosa quanto controversa. Questo periodo, segnato da una mancanza di direzione chiara, divenne il terreno fertile per uno degli esperimenti più radicali della loro carriera.
L’album si manifesta attraverso una deliberata dicotomia strutturale: un doppio LP nettamente diviso in due parti. Il primo disco cattura la potenza della band nella sua dimensione collettiva, con quattro brani registrati dal vivo; il secondo, invece, frammenta il gruppo, dedicando metà facciata a ciascun membro per un contributo solista, concepito e realizzato in totale isolamento.
Ummagumma, pur essendo stato etichettato come un “disastro” dalla band stessa, rappresenta in realtà un importante tassello nel loro percorso artistico. Un esperimento tanto imperfetto quanto fondamentale, che, attraverso il suo stesso fallimento collaborativo, ha rivelato alla band la via maestra verso le grandi opere concettuali che avrebbero definito la loro leggenda.

Il prodotto del caos

La concezione di Ummagumma non nacque da un piano preordinato, ma piuttosto dall’assenza di uno. Le circostanze che portarono alla sua radicale struttura riflettono un gruppo privo di un autore di riferimento, costretto a inventare un nuovo modus operandi durante sessioni di registrazione che si protrassero in modo discontinuo dal settembre 1968 al luglio 1969. Questa mancanza di una direzione coesa, tuttavia, si trasformò in un catalizzatore per l’innovazione.
La dinamica che portò alla divisione solista del disco in studio è emblematica. Come ricordato dall’ingegnere della EMI Peter Mew, durante una sessione il produttore Norman Smith chiese alla band se avessero nuove canzoni, ricevendo come risposta un secco “No”. Fu in quel momento di stallo che Richard Wright avanzò l’idea di dividere l’album in quattro sezioni individuali, un’ipotesi accolta come soluzione ragionevole. L’ingegnere Peter Mew descrisse il progetto come il risultato di un’incertezza quasi tangibile, definendolo “the product of chaos”, ma anche animato da una febbrile “notion of forging new frontiers”.
L’aggiunta del disco dal vivo, tuttavia, non fu parte del concetto originale. Fu una decisione successiva, motivata dalla preoccupazione pragmatica del management, timoroso che i fan potessero sentirsi “truffati” da un album composto unicamente da brani solisti. Questa genesi improvvisata diede vita a un’opera profondamente dicotomica.

Disco dal vivo: L’incarnazione collettiva sul palco

Il primo disco di Ummagumma rappresenta la parte più convenzionale e immediatamente riconoscibile dell’opera. È una potente affermazione dei Pink Floyd come entità live, un’istantanea della loro predilezione per le lunghe suite musicali e le improvvisazioni estese. Qui, la band si mostra coesa, unita e formidabile nella sua dimensione collettiva.
L’importanza di queste tracce risiede non solo nella loro esecuzione, ma anche nella loro funzione simbolica. Brani come “Astronomy Domine”, originariamente una concisa gemma psichedelica firmata da Syd Barrett, vengono qui estesi fino a raddoppiare la loro durata. Questa rielaborazione dimostra come la band, sotto la guida chitarristica sempre più assertiva di David Gilmour, stesse attivamente reinterpretando il materiale dell’era Barrett, facendolo proprio e proiettandolo verso il futuro del rock progressivo.
Tecnicamente, le registrazioni non sono il frutto di un singolo concerto, ma un assemblaggio di performance provenienti da due diverse serate: una al Mothers Club di Birmingham (27 aprile 1969) e l’altra al College of Commerce di Manchester (2 maggio 1969). L’operazione non fu priva di difficoltà, al punto che le parti vocali di “A Saucerful Of Secrets” furono ritenute insoddisfacenti e dovettero essere ri-registrate in studio. Questo disco, nel suo insieme, funge da perfetto contraltare al suo gemello in studio: mostra la band al culmine della sua potenza sinergica, prima di esplorarne le frammentate e solitarie individualità.

Disco in studio: Il laboratorio della solitudine

Roger Waters

Abbiamo realizzato quei brani in totale isolamento. Suonavamo tutto da soli, con lievi eccezioni. Non abbiamo mai nemmeno sentito cosa stessero facendo gli altri tre.

Se il primo LP consolida l’immagine dei Pink Floyd come potente macchina da concerto, il secondo ne smonta i componenti per analizzarli singolarmente. Il disco in studio è il vero cuore dell’esperimento di Ummagumma, un laboratorio in cui a ogni membro fu concessa metà facciata di vinile per dare libero sfogo alla propria immaginazione, lavorando in un isolamento quasi totale. Il risultato è una raccolta di miniature musicali tanto affascinanti quanto disomogenee, che rivelano le ambizioni, le insicurezze e le inclinazioni artistiche di ciascuno.

Richard Wright e il pretenzioso “Sysyphus”

Richard Wright, il promotore dell’idea, apre la sezione con “Sysyphus”, un ambizioso poema sinfonico in quattro parti. L’opera è un audace collage stilistico che giustappone architetture neoclassiche, cluster atonali e oasi melodiche al pianoforte, evocando le sperimentazioni del BBC Radiophonic Workshop. In una profonda ironia, fu proprio l’architetto di questo esperimento solipsistico a essere il primo a riconoscerne le insidie. Anni dopo, lo stesso Wright fornì la critica più severa, definendo la propria composizione “pretenziosa”, un’autocritica che riflette perfettamente le ambizioni smisurate, e talvolta debordanti, del nascente rock progressivo.

Roger Waters tra pastorale e musique concrète

Il contributo di Roger Waters è diviso in due brani diametralmente opposti. Il primo, “Grantchester Meadows”, è una ballata acustica pastorale di rara bellezza, un’evocazione proustiana della sua infanzia a Cambridge, che anticipa il lirismo malinconico di opere future. Il secondo brano, “Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict”, è invece un esercizio di musique concrète, uno scherzo sonoro basato su suoni animali generati interamente con voce e mani. L’intento autoironico è suggellato da una frase dello stesso Waters, registrata a velocità dimezzata e nascosta nel collage: “That was pretty avant-garde, wasn’t it?”.

Peter Mew

Grantchester Meadows si conclude con il suono di una mosca schiacciata — è tutto piuttosto ironico. Stavano esplorando i confini della tecnologia in quell’album. Ci sono molti piccoli effetti curiosi — velocità doppia, riverberi — tenendo presente la tecnologia disponibile all’epoca. Ma il lavoro fu diluito nel tempo: ci furono alcune sessioni a gennaio e poi di nuovo più avanti nell’anno, quindi Ummagumma non fu un’opera coerente.

David Gilmour e l’ardua “The Narrow Way”

Per David Gilmour, membro a pieno titolo da meno di un anno e con scarsa esperienza compositiva, l’incarico si rivelò una prova ardua. Il suo pezzo, “The Narrow Way”, testimonia la sua fatica creativa, un processo che egli stesso definì guidato dalla disperazione: “just desperation really, trying to think of something to do”. In un momento di difficoltà, Gilmour telefonò a Waters per chiedergli aiuto per scrivere i testi, ma ricevette un netto rifiuto. Questo episodio, apparentemente minore, è un momento cruciale: l’isolamento forzato di Ummagumma non solo rivelò le tendenze creative individuali, ma cristallizzò le fratture interpersonali che avrebbero segnato il futuro della band. Fu un primo, inequivocabile segno del conflitto che avrebbe definito il loro rapporto.

Non ho mai più riascoltato la mia canzone, The Narrow Way, da allora. Provai una certa inquietudine quando Rick propose di fare un pezzo ciascuno: “Ehi, hai dieci minuti tutti per te.” Eravamo a corto di idee e non sapevamo cos’altro fare. Io puntavo sulla melodia. Ci tenevo molto, perché mi consideravo prima di tutto un musicista, e quella era la forza dominante di ciò che volevo realizzare. Ma finii per chiamare Roger e chiedergli di scrivere i testi per me, e lui rispose: “No, fallo tu” e riattaccò il telefono.

Nick Mason e “The Grand Vizier’s Garden Party”

Il contributo di Nick Mason, “The Grand Vizier’s Garden Party”, è una composizione in tre movimenti fortemente incentrata su percussioni ed effetti sonori, a cui contribuisce il flauto suonato da sua moglie, Lindy. Un aneddoto significativo rivela la limitata fiducia che la EMI ancora riponeva nella band: il manager dello studio riprese Mason perché stava montando i suoi stessi nastri, un compito all’epoca riservato esclusivamente agli ingegneri del suono.

Nick Mason

È stato come tornare a scuola, quando ti dicono di scrivere un tema. Ci sono alcune parti di Ummagumma che mi piacciono. Ma non sono tentato di riproporre The Grand Vizier’s Garden Party. È meglio lasciarla dov’è. Ancora oggi non mi piacciono gli assoli di batteria: li vedo come un’occasione per andare a prendere da bere.

L’iconografia di Hipgnosis

Aubrey “Po” Powell

La band era sconosciuta e misteriosa, di solito nascosta dietro i giochi di luce, quindi penso che abbiano finalmente pensato: “Mettiamoci in copertina”. Ma non volevamo fotografarli in modo normale. Storm ebbe l’idea della “foto nella foto”, che chiamammo “Effetto Droste”, perché lo avevamo visto sulla confezione di un cacao olandese chiamato Droste. La donna raffigurata sulla scatola tiene lo stesso pacchetto su un vassoio, e così via all’infinito.

La frammentazione sonora che definisce il disco in studio non è un fenomeno isolato, ma trova il suo perfetto corollario simbolico nell’iconografia che accompagna l’album. La copertina di Ummagumma, la prima a definire l’immaginario visivo surreale che sarebbe diventato sinonimo della band, non è un semplice contenitore, ma un’interpretazione visiva della sua complessa architettura musicale.
Disegnata da Storm Thorgerson di Hipgnosis, l’immagine frontale è costruita attorno all’effetto Droste, una regressione infinita in cui un’immagine contiene una versione più piccola di se stessa. L’intento, spiegò Thorgerson, era di illustrare come la musica dei Floyd fosse “multi-layered and more intricate than most”. Questa stratificazione visiva, che suggerisce profondità nascoste e prospettive multiple, è anche un presagio dell’accoglienza ambivalente che l’album avrebbe ricevuto. Significativamente, è anche l’ultima copertina di un album di studio dei Pink Floyd a presentare una fotografia del gruppo.

Storm Thorgerson

Ironia della sorte, Ummagumma aveva la foto del gruppo in copertina. In pratica, abbiamo dato alla EMI ciò che voleva! L’idea di scattare la foto a casa dei genitori della mia compagna, Libby January, fu sua: lì avevano suonato sia i Jokers Wild che i Floyd, in quel famoso compleanno.

Un esperimento riuscito nel suo fallimento

L’eredità di Ummagumma è profondamente paradossale. Si tratta di un progetto che la band ha quasi unanimemente ripudiato, ma che il pubblico e il mercato hanno invece premiato con un inaspettato successo commerciale.
Il giudizio dei membri del gruppo fu netto. Nick Mason riassunse il sentimento generale affermando che “the parts were not as great as the sum”. Roger Waters fu ancora più drastico, definendo l’album un “disastro”. Tuttavia, i dati di vendita raccontarono una storia diversa. L’album raggiunse la posizione numero 5 nel Regno Unito e la numero 74 negli Stati Uniti, diventando il loro primo disco a entrare nella top 100 americana. Il successo fu ancora più marcato nell’Europa continentale, dove toccò la posizione numero 5 nei Paesi Bassi, la numero 25 nella Germania Ovest e vinse il prestigioso Grand Prix International du Disque in Francia. Inoltre, Ummagumma fu la prima uscita dei Pink Floyd per la neonata etichetta Harvest della EMI, dedicata alla musica “progressiva”, consolidando la loro immagine all’interno di quel filone.
L’impatto più significativo, però, fu interno. L’esperimento aveva rivelato una verità fondamentale: lavorare in totale isolamento non aveva funzionato per la band. Questa consapevolezza si rivelò cruciale, spingendoli verso gli sforzi collaborativi che avrebbero prodotto i loro più grandi capolavori.
Ummagumma rimane una delle opere più enigmatiche del canone dei Pink Floyd, un album la cui somma è, per ammissione dei suoi stessi creatori, inferiore alle sue singole parti. Eppure, il suo valore non risiede tanto nel prodotto finale, quanto nel processo che lo ha generato. È stato un laboratorio a cielo aperto, un’esplorazione audace dei limiti della forma-album e delle dinamiche di una band costretta a reinventarsi.
In definitiva, Ummagumma è la testimonianza cruciale di un percorso. Un passo falso necessario, un “fallimento” creativo che ha insegnato ai Pink Floyd la lezione più importante: la loro forza non risiedeva nelle pur talentuose individualità, ma nella loro straordinaria capacità di fonderle in un’unica visione collettiva. È stata questa necessaria frammentazione ad aprire la strada alla coesione concettuale e al successo planetario che li attendeva negli anni ’70.