di Richard Wright
brano strumentale
Sysyphus è un poema sinfonico in quattro parti firmato da Rick Wright, pubblicato nel 1969 nel doppio album Ummagumma. Il progetto di quel disco — ciascun membro della band impegnato a registrare in totale autonomia una propria composizione — sembra essere stato proposto dallo stesso Wright, che aprì le danze con il lavoro più ambizioso e concettualmente strutturato del lotto. Il titolo riprende il mito greco di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere un masso su una montagna senza mai raggiungere la cima. Wright si ispira anche alla lettura che Albert Camus ne dà nel saggio Il mito di Sisifo (1942), dove Sisifo diventa simbolo dell’assurdo: un eroe che ha sfidato la morte ma non può conquistare l’immortalità.
Per comporre il brano Wright non scrisse uno spartito tradizionale. Lavorò per grafici, schemi visivi che traducevano le intenzioni sonore senza notazione convenzionale. Registrò quasi tutto da solo, non per scelta estetica ma per praticità: era più rapido così. Le sessioni si dispersero nell’arco di quasi nove mesi, tra settembre 1968 e maggio 1969, negli Studios 2 e 3 e nella Room 4 di Abbey Road, con Norman Smith alla produzione e Peter Mew al mixer.
Le quattro parti sono radicalmente distinte tra loro. La prima, della durata di poco più di un minuto, introduce un’atmosfera da kolossal storico, costruita su accordi di quinta che evocano il cinema epico hollywoodiano: più Ben Hur che Pink Floyd. Wright usa il Mellotron MK2 per simulare archi e ottoni; le percussioni — timpani e gong — sarebbero state suonate da Norman Smith, come riferì il Record Mirror nel gennaio 1969. Questa prima sezione è in realtà un’anticipazione: secondo l’ipotesi più convincente, fu ricavata dalla coda della quarta parte, rallentata e abbassata di una quarta, poi riposizionata in apertura.
La seconda parte è affidata principalmente al pianoforte acustico, quasi certamente lo Steinway B gran coda dello studio. L’approccio lirico richiama vagamente Rachmaninov e Debussy, ma lo stile rimane del tutto personale. Verso il minuto cinquanta il brano devia verso dissonanze di matrice free jazz, nel solco di Cecil Taylor, con percussioni e un riverbero stereo che allargano il campo sonoro verso il caos.
La terza parte è la più destabilizzante. Il materiale tematico è completamente privo di forma: alea pura. Wright overdubba una parte di clavicembalo elettrico Baldwin — lo stesso strumento usato dai Beatles in Because — cercando deliberatamente le dissonanze senza struttura prevedibile. Registra una prima stesura, poi una seconda in parallelo e in opposizione stereo. Infine aggiunge urla accelerate fino a renderle innaturali, come un rumore bianco con timbro umano.
La quarta parte, sette minuti, è il nucleo dell’intera composizione. Si apre con un’atmosfera rarefatta e pastorale — Mellotron in funzione di archi, vibrafono, canti di uccelli — che ricorda “Cirrus Minor” dalla colonna sonora di More. Seguono campane tubolari, Farfisa Compact Duo, frammenti di chitarra con vibrato arm. Poi un accordo d’organo a canne irrompe sul silenzio, accompagnato da timpani e gong, e la musica si frantuma in due linee d’organo liberamente dissonanti. Il piano acustico viene preparato fisicamente: Wright inserisce monete tra le corde per alterarne la risonanza. La sezione conclusiva riprende il materiale della prima parte, rallentato ulteriormente, su cui Wright aggiunge un coro di voci femminili dal Mellotron.
Sysyphus fu eseguita dal vivo una sola volta, a Birmingham nel febbraio 1970, per necessità contingente: il camion con l’attrezzatura era in ritardo e la band non aveva alternativa. Ne esiste un breve filmato, registrato per il programma BBC Tomorrow’s World.
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