The Grand Vizier’s Garden Party

di Nick Mason

brano strumentale

The Grand Vizier’s Garden Party è una composizione in tre parti firmata da Nick Mason, pubblicata nel 1969 in Ummagumma. Mason era il membro della band meno a suo agio con l’idea di un pezzo solista: non aveva mai amato i drum solo, li considerava esercizi ginnici fini a sé stessi, e non aveva intenzione di farne uno. La soluzione fu costruire qualcosa di più composito, un affresco percussivo in tre movimenti che evoca — già dal titolo — i festeggiamenti nel giardino di un gran visir, figura di potere ottomana o di qualche corte mediorientale immaginaria. Per il flauto chiamò sua moglie Lindy, musicista di formazione, che aprì e chiuse il pezzo con tocco leggero.
La prima parte, “Entrance,” fu registrata il 24 settembre 1968 nello Studio 3 di Abbey Road. Lindy Mason suona una linea di flauto dal sapore pastorale, registrata su due tracce separate che si rispondono e si sovrappongono, creando l’impressione di due esecutori in dialogo. L’atmosfera è rarefatta, quasi zen. Al secondo 37 un colpo di rullante in mono rompe il silenzio, si espande in stereo al secondo 53, e si chiude con un singolo tocco di piatto e grancassa. Sipario sul primo atto.
La seconda parte, “Entertainment,” è il corpo centrale del brano: sette minuti organizzati intorno a quattro sequenze percussive distinte. La prima apre con timpani processati attraverso il Binson Echorec, il cui eco rimbalza da un lato all’altro del campo stereo; entrano poi gong, triangolo o piatti a dita, cowbell, rullante, e un flauto pesantemente distorto con riverbero corto. La seconda sequenza parte da un rullo smorzato su tom e timpani avvolti in riverbero denso, da cui emerge quasi per caso una melodia sul marimba spettrale, cui si aggiunge di nuovo il flauto. La terza sezione — chiamata nelle note di sessione “Rhythm Machine” — è costruita su rulli di tom, rullante, piatti e quello che sembra un wood block accelerato. Mason scelse di silenziare ciascuno strumento per brevi momenti in modo casuale, probabilmente inserendo pezzi di nastro non registrabile sul nastro magnetico: il risultato è una serie di vuoti psicoacustici inattesi, piccoli strappi nel tessuto ritmico. La quarta sequenza, intorno al minuto sei, è il drum solo che Mason non voleva fare ma fece ugualmente, concludendo con mestiere e qualche eleganza.
La terza parte, “Exit,” riprende il materiale della prima: l’intera “Entrance” sembra essere stata copiata su una singola traccia, a cui Lindy Mason ha aggiunto due ulteriori parti di flauto, costruendo una polifonia in forma di canone. Mason riconoscerà il contributo decisivo di Norman Smith negli arrangiamenti per flauto, pur precisando che lo stesso Smith lo rimproverò per aver montato i nastri in autonomia.
Le sessioni si distribuirono tra il settembre 1968 e l’aprile 1969, negli studi 2 e 3 e nella Room 4 di Abbey Road, con Peter Mew al mixer e Norman Smith alla produzione. Il brano rimane uno dei lavori più insoliti nell’intera discografia dei Pink Floyd: non tanto per l’ambizione, quanto per la sua natura ibrida, sospesa tra scrittura cameristica, sperimentazione timbrica e umorismo silenzioso.

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