di Syd Barrett
Astronomy Dominé Lyrics
Lime and limpid green, a second scene
Now fights between the blue you once knew
Floating down, the sound resounds
Around the icy waters underground
Jupiter and Saturn, Oberon, Miranda and Titania
Neptune, Titan, stars can frighten
Blinding signs flap,
Flicker, flicker, flicker blam, pow, pow
Stairway scare, Dan Dare, who’s there?
Lime and limpid green, the sounds around
The icy waters under
Lime and limpid green, the sounds around
The icy waters underground
Verde lime e limpido, una seconda scena
Ora combatte con il blu che una volta conoscevi
Fluttuando verso il basso, il suono risuona
Attorno alle gelide acque sotterranee
Giove e Saturno, Oberon, Miranda e Titania
Nettuno, Titano, le stelle possono spaventare
Segni accecanti sventolano,
Sfarfallano, sfarfallano, sfarfallano—bam, pow, pow
Scala di paura, Dan Dare, chi c’è?
Verde lime e limpido, i suoni intorno
Alle gelide acque sotto
Verde lime e limpido, i suoni intorno
Alle gelide acque sotterranee
Astronomy Domine è una composizione di Syd Barrett che i Pink Floyd eseguono dal vivo già nel 1966, prima ancora di varcare la soglia degli studi di registrazione. Traccia d’apertura di The Piper at the Gates of Dawn, pubblicato nell’agosto del 1967, il brano stabilisce fin dal primo minuto l’impronta fortemente sperimentale dell’intero album.
Il titolo ha probabilmente più di una fonte. Un’ipotesi ricorsiva lo ricollega a una traduzione francese degli scritti di Bertrand Russell, in cui l’espressione «le monde de l’astronomie domine mon imagination» compare in modo piuttosto esplicito; un’altra pista porta invece al Prometheus Unbound di Percy Bysshe Shelley. Barrett costruisce il testo come un viaggio attraverso il sistema solare (Giove, Saturno, Nettuno, Titano), mescolando riferimenti astronomici reali con nomi di matrice shakespeariana: Oberon, Miranda e Titania sono lune di Urano, ma anche personaggi del Sogno di una notte di mezza estate e de La Tempesta. A essi si affianca Dan Dare, eroe di fantascienza del fumetto britannico Eagle, pubblicato tra il 1950 e il 1969. L’accostamento non è casuale né ingenuo: Barrett lavora per associazioni sonore e letterarie simultanee, seguendo un metodo più vicino alla poesia Beat che alla canzone rock tradizionale.
Roger Waters ha sempre respinto l’etichetta di “space rock” applicata alla scrittura di Barrett, sottolineando come i riferimenti cosmici nella sua produzione si limitino sostanzialmente a questo brano e ricordando come la sua ispirazione fosse molto più radicata nella letteratura inglese che nell’immaginario interstellare.
Le sessioni di incisione si svolgono ad Abbey Road tra l’11 aprile e il 18 luglio 1967, all’interno dello Studio Three. La base ritmica viene incisa l’11 aprile e richiede quattordici riprese. La difficoltà principale è rappresentata dallo stesso Barrett, la cui esecuzione varia a ogni take, rendendo complesso il compito del produttore Norman Smith, abituato a strutture pop più rigide. Nonostante questo, o forse proprio per questo, il pezzo risulta sorprendentemente essenziale negli arrangiamenti. La chitarra è una Fender Esquire, suonata con un tono leggermente distorto e processata tramite il Binson Echorec, strumento centrale nel suono di Barrett. Il basso di Roger Waters, un Rickenbacker 4001, è collegato direttamente al mixer, mentre Rick Wright accompagna con l’organo Farfisa Compact Duo, dosando i volumi attraverso il pedale d’espressione. Nick Mason costruisce la trama di batteria privilegiando i tom e lasciando spazio al lavoro dei piedi, con i due pedali della cassa udibili in sottofondo.
Le parti vocali vengono registrate il 12 aprile: Barrett e Wright si dividono il canto intrecciando timbri complementari, fino a costruire un intervallo di sesta a partire dal minuto 1:02. L’introduzione parlata è opera del manager Peter Jenner, che recita al megafono una sequenza di pianeti e coordinate spaziali attinte da un manuale di astronomia divulgativa consultato in studio insieme a Barrett. La voce è posizionata sul canale destro del mix stereo, mentre a sinistra si avverte un sibilo generato dall’Echorec. Al minuto 0:22 compare una sequenza in codice Morse priva di un significato reale, eseguita verosimilmente da Wright sulla Farfisa, prima del ritorno di Jenner al megafono a 2:40.
Il riff iniziale di chitarra (0:31), nella versione definitiva, presenta una somiglianza marcata con l’intro di Are You Lovin’ Me More (But Enjoying It Less) degli Electric Prunes, uscito nell’aprile del 1967 pochissimi giorni prima delle sessioni dei Pink Floyd. L’accordo di E5 e il pattern ritmico sono pressoché identici, dettaglio che suggerisce come la composizione non avesse ancora assunto la sua forma finale durante la prima sessione di lavoro sull’album, svoltasi il 21 febbraio.
Dopo l’uscita di Barrett dal gruppo e l’ingresso di David Gilmour, Astronomy Domine rimane stabilmente in scaletta fino al giugno del 1971, quando viene sostituita da Echoes come perno centrale dei concerti. In quel periodo la struttura dal vivo si trasforma: l’introduzione al megafono lascia il posto alle tastiere di Wright, la prima sezione vocale viene raddoppiata e il ponte strumentale subisce un notevole ampliamento.
Assente nelle prime edizioni americane di The Piper at the Gates of Dawn, la traccia trova spazio oltreoceano solo più tardi: sulle edizioni statunitensi della raccolta A Nice Pair viene inserita la versione dal vivo tratta da Ummagumma, mentre le edizioni europee mantengono la storica versione in studio del 1967.
Hanno detto
Peter Jenner: «A posteriori, il suo modo di scrivere canzoni stava diventando davvero molto particolare: basti pensare al testo di Astronomy Domine, che comprendeva i nomi delle stelle — “Titano” e “Oberon” — e che Syd mi fece leggere in studio, traendolo da un libro di astronomia. È la mia voce quella che si sente nel disco.»
Adrian Maben: «La sera prima delle riprese, Steve O’Rourke venne a trovarmi e tirò fuori dalla sua valigetta un demo in vinile di Meddle, sul quale, per la prima volta, avrei ascoltato Echoes. “È questo che vogliamo fare domani”, disse a voce molto alta
Gli feci notare che tutto il lavoro sulla sceneggiatura e le tempistiche che avevo preparato si riferivano ai brani precedenti, come avevamo concordato, e che sarebbe stato impossibile cambiare programma. Dopo una certa discussione, stabilimmo che avremmo filmato prima Echoes e poi almeno altri due vecchi brani dei Pink Floyd.
Così presi in prestito un giradischi portatile dal concierge dell’Hotel Forum e lavorai tutta la notte insieme alla segretaria di edizione Marie-Noëlle Zurstrassen, usando il cronometro, un righello e un quaderno, cercando di calcolare le posizioni e i movimenti della macchina da presa. Abbandonammo Astronomy Domine e loro eseguirono Echoes, One of These Days e A Saucerful of Secrets.»
Mikael Akerfeldt (Opeth): «Quando ero adolescente consideravo i Pink Floyd dei dinosauri. Non erano fichi. Ma tutto quello che conoscevo era Another Brick In The Wall (Part 2). Non ho capito veramente chi fossero i Pink Floyd fino alla fine degli anni 80. Scoprii Astronomy Domine perché il gruppo canadese dei Voivod ne fece una cover. Poi vidi il video dei Pink Floyd con Syd Barrett che la eseguivano in tv. Mi turbò parecchio. Faceva quasi paura. A questo punto, dovetti per forza accostarmi a The Dark Side Of The Moon e Wish You Were Here, ma erano diversi. Astronomy Domine fu il mio primo contatto con una musica psichedelica totalmente diversa e più strana dei Beatles e Sgt Pepper. Mi fece pensare: “Ma che cos’è?” Da quel momento in poi i Pink Floyd mi affascinarono.
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