The Wall

the wall
  • In The Flesh?
  • The Thin Ice
  • Another Brick In The Wall (Part 1)
  • The Happiest Days Of Our Lives
  • Another Brick In The Wall (Part 2)
  • Mother
  • Goodbye Blue Sky
  • Empty Spaces
  • Young Lust
  • One Of My Turns
  • Don’t Leave Me Now
  • Another Brick In The Wall Part 3
  • Goodbye Cruel World
  • Hey You
  • Is There Anybody Out There?
  • Nobody Home
  • Vera
  • Bring The Boys Back Home
  • Comfortably Numb
  • The Show Must Go On
  • In The Flesh
  • Run Like Hell
  • Waiting For The Worms
  • Stop
  • The Trial
  • Outside The Wall

Il muro di Roger: genesi, follia e eredità di un capolavoro dei Pink Floyd

Pubblicato il 30 novembre 1979, The Wall non è un semplice album. È un’opera rock monumentale, un’epica immersione psicologica che rappresenta il culmine della visione concettuale di Roger Waters e, al tempo stesso, il canto del cigno della formazione classica della band. Nato da un’angoscia profondamente personale, l’album si è trasformato in un fenomeno culturale universale, un’esplorazione spietata dei traumi che costruiscono i muri tra gli individui e il mondo.

Lo sputo che costruì il muro

La nascita di The Wall affonda le radici nel clima di alienazione e gigantismo che caratterizzava il rock da stadio alla fine degli anni ’70. Il successo stratosferico raggiunto con The Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e Animals aveva trasformato i Pink Floyd in un’autentica macchina da stadi, proiettandoli in un vortice di eccessi e tour estenuanti che sfociarono in una vera crisi esistenziale. Paradossalmente, fu proprio questo trionfo a gettare i semi per il loro concept album più isolazionista e claustrofobico.
Il tour promozionale di Animals del 1977, battezzato “In the Flesh”, fu un’esperienza che esasperò il senso di alienazione di Roger Waters. Gli immensi stadi all’aperto crearono una distanza fisica e culturale tra la band e un pubblico percepito come sempre più irrispettoso e disattento, dedito a urla e fuochi d’artificio che soffocavano i momenti più pacati della musica. Il punto di rottura arrivò il 6 luglio 1977, durante l’ultima, disastrosa data allo Stadio Olimpico di Montreal. Esasperato da un fan chiassoso in prima fila, Waters perse il controllo e gli sputò addosso. Questo gesto, per quanto inglorioso, agì da catalizzatore. Scioccato dalla sua stessa reazione, Waters iniziò a concepire l’idea di erigere un muro fisico tra la band e il pubblico durante i concerti, un’idea che divenne la metafora centrale della sua opera successiva.
Ma l’alienazione di Waters non era l’unica crepa. Quella stessa sera, David Gilmour, disgustato dalla pessima qualità del suono e della performance, si rifiutò di tornare sul palco per i bis, lasciando la band a improvvisare una jam blues. Il crollo era collettivo, l’intera impalcatura stava cedendo.
Nel 1978, mentre Gilmour, Wright e Mason si dedicavano a progetti solisti, Waters si immerse in una fase di scrittura febbrile. Quando la band si riunì nel luglio dello stesso anno, presentò loro due distinti progetti demo: uno intitolato Bricks in the Wall, incentrato sull’alienazione sperimentata in tour, e un altro concept più intimo che sarebbe poi diventato il suo album solista The Pros and Cons of Hitch-hiking. La scelta cadde sul primo, ma non fu unanime né entusiastica. Gilmour trovò la musica inizialmente debole e deprimente, mentre Wright era diffidente all’idea di lavorare ancora su un’ossessione di Waters. A spingere la band verso The Wall furono due fattori cruciali: la crisi creativa degli altri membri, che non avevano materiale nuovo da proporre, e una disastrosa situazione finanziaria che rendeva la pubblicazione di un nuovo album di successo una necessità vitale per la sopravvivenza.

Roger Waters

Steve O’Rourke era fortemente a favore di The Pros and Cons of Hitch-Hiking, ma gli altri tre, all’unanimità, preferivano The Wall.

Pink e i suoi demoni

Per rendere accessibile un’ossessione così personale, fu strategico trasformarla in una storia di finzione. Waters, con l’aiuto del co-produttore Bob Ezrin, creò il personaggio di Pink, un alter ego fittizio che funge da veicolo per esplorare traumi personali e, al contempo, universali.
Pink è un complesso amalgama di due figure centrali nella storia dei Pink Floyd. Da un lato, è profondamente autobiografico, un riflesso delle esperienze di Roger Waters: la morte del padre Eric nella Seconda Guerra Mondiale, l’educazione rigida nelle scuole britanniche del dopoguerra e il rapporto con una madre iperprotettiva. Dall’altro, Pink è un ritratto di Syd Barrett. Il personaggio incarna la fragilità dell’artista, la caduta nel vortice dello star system, la dipendenza dalle droghe e il conseguente collasso mentale, temi che perseguitavano la coscienza della band da anni.
L’album narra la costruzione di un muro psicologico, in cui ogni trauma e ogni disillusione rappresentano un “mattone”. Il trauma della morte del padre, mai conosciuto, è il primo e più fondamentale mattone del muro di Pink. Segue una critica feroce al sistema scolastico britannico, personificato da maestri vendicativi che umiliano gli studenti e ne soffocano la creatività. L’incapacità di comunicare con gli altri, esacerbata dal successo e dalla vita alienante della rock star, lontana da un pubblico percepito come anonimo e ostile, aggiunge ulteriori strati alla barriera. L’album offre anche il ritratto di una Gran Bretagna post-bellica traumatizzata, in piena crisi d’identità, una visione cupa degli anni ’70 segnata dal marciume dell’industria musicale. Infine, le relazioni disfunzionali completano il muro: l’amore soffocante di una madre che, nel tentativo di proteggere il figlio, ne ostacola la crescita, e il fallimento del matrimonio di Pink, segnato dall’infedeltà e dall’incomunicabilità.
L’arco narrativo dell’album segue un percorso circolare e inesorabile. Pink, mattone dopo mattone, costruisce il suo muro protettivo fino a isolarsi completamente dal mondo. Una volta rinchiuso, la sua mente decade, trasformandolo in un leader neo-nazista che arringa le folle. Questa discesa nella follia culmina in un processo autoimposto, in cui i fantasmi del suo passato lo accusano. Il verdetto finale è una condanna: Pink deve abbattere il muro. La conclusione, tuttavia, rimane ambigua. La demolizione avviene, ma non porta a una pace risolutiva, suggerendo un ciclo di dolore destinato forse a ripetersi.

Bob Ezrin

The Wall è nato come un’opera completamente autobiografica. Era la storia di Roger Waters e io sentivo con forza che non avremmo dovuto invecchiarlo. Roger aveva trentasei anni all’epoca. La mia impressione era che al nostro pubblico non importasse molto di un rocker trentaseienne che si lamentava. Ma potevano essere interessati a un personaggio composito, Pink, un composto di tutti i rocker dissipati che abbiamo conosciuto e amato. E questo ci avrebbe permesso di andare oltre Roger e addentrarci in cose davvero folli.

Guerra di logoramento

Lo stato dei Pink Floyd durante le registrazioni di The Wall era estremamente precario. La creazione del loro album più ambizioso fu una vera e propria guerra di logoramento, un processo in cui l’ambizione artistica venne alimentata e quasi distrutta dalla collisione di tre forze devastanti: l’ossessiva visione personale di Waters, una catastrofica urgenza finanziaria e la completa disgregazione dello spirito collaborativo della band.
Nel 1976, la band aveva affidato le proprie finanze alla società di investimenti Norton Warburg, che si rivelò disastrosa. A causa di investimenti fallimentari, i Pink Floyd si trovarono quasi in bancarotta. A peggiorare la situazione, una pesante aliquota fiscale dell’83% imposta dal governo laburista minacciava di prosciugare anche le poche risorse rimaste. Per salvarsi, la band fu costretta a una duplice soluzione: produrre un nuovo album di enorme successo e intraprendere la via dell’esilio fiscale. A partire dall’aprile del 1979, i membri del gruppo si trasferirono all’estero, principalmente in Francia, rendendo la produzione di The Wall non solo un’urgenza artistica, ma una necessità vitale per la loro sopravvivenza economica.
Le sessioni di registrazione furono caratterizzate dal controllo quasi totale di Roger Waters. Tuttavia, consapevole della portata del progetto, egli stesso comprese di non poterlo gestire da solo. Come ammise in seguito, aveva bisogno di un collaboratore con cui poter parlare. Questa necessità di un interlocutore esterno, che nessuno nella band ormai fratturata poteva più incarnare, portò all’ingaggio del produttore canadese Bob Ezrin. Il suo ruolo si rivelò fondamentale. Ezrin non fu solo un arbitro nei frequenti conflitti tra Waters e Gilmour, ma agì da vero e proprio architetto narrativo, trasformando i demo di Waters in un libro di quaranta pagine che funse da sceneggiatura per l’album. La sua visione commerciale, inoltre, fu decisiva per spingere decisioni musicali chiave, come il ritmo disco di Another Brick in the Wall, Part 2, trasformandola in un singolo di successo mondiale.
Le tensioni raggiunsero il culmine con il licenziamento di Richard Wright. Sentendosi progressivamente escluso e risentito per l’influenza di Ezrin, Wright entrò in aperto conflitto con Waters. La goccia che fece traboccare il vaso fu il suo rifiuto di interrompere le vacanze in famiglia a Rodi per rispettare una scadenza imposta dalla Columbia Records. La reazione di Waters fu spietata: pose un ultimatum, minacciando di non proseguire con l’album se Wright non fosse stato espulso. L’evento segnò la fine irreversibile della formazione classica, lasciando cicatrici profonde. Come confessò anni dopo Nick Mason, si sentì in colpa e se ne sente ancora. Storm Thorgerson riassunse l’epoca con una frase lapidaria: non erano mai stati più affamati, né erano mai stati così infelici. Wright completò le sue parti, ma il suo nome non apparve tra i crediti e partecipò al tour successivo solo come musicista stipendiato. Qualsiasi speranza di riconciliazione futura fu gelata da un commento di Waters: le loro strade non erano abbastanza parallele.

Richard Wright

Eravamo tutti d’accordo nel prenderci una pausa e io avevo programmato un periodo preciso con i miei figli e non avevo alcuna indicazione che fossimo così in ritardo con il lavoro. Poi ho ricevuto una chiamata da Steve che mi diceva di tornare subito e iniziare a registrare. E la mia reazione è stata: “No, arrivo nella data stabilita.” quella è stata l’ultima notizia che ho avuto, finché non sono arrivato a Los Angeles e Steve mi ha detto: “Roger vuole che tu esca dalla band.”

Oltre il muro del suono

Dal punto di vista musicale, The Wall si distingue nettamente dai precedenti capolavori della band. È una vera e propria opera rock, in cui la narrazione e la teatralità dominano la struttura, privilegiando una sequenza di brani brevi e tematicamente collegati rispetto alle lunghe suite strumentali di The Dark Side Of The Moon o Wish You Were Here. L’album è un flusso continuo di ventisei brani, intessuto di effetti sonori che legano un pezzo all’altro in una narrazione ininterrotta.
La canzone più iconica dell’album nacque quasi per caso. Su insistenza di Bob Ezrin, che ne intuì il potenziale commerciale, Another Brick in the Wall, Part 2 fu estesa oltre il singolo verso e ritornello originali e dotata di un ritmo disco a quattro quarti, un’idea che inizialmente fece inorridire Gilmour. L’aggiunta geniale fu il coro di ventitré bambini della Islington Green School di Londra, registrato da Nick Griffiths. Trasformata in singolo contro la volontà della band, la canzone divenne un successo planetario, raggiungendo il primo posto nelle classifiche di tutto il mondo e trasformandosi in un inno di protesta generazionale contro l’autorità e l’omologazione.
Comfortably Numb rappresenta il vertice della collaborazione, e allo stesso tempo dello scontro, tra Gilmour e Waters. Nato da un demo strumentale di Gilmour, divenne oggetto di una feroce disputa sulla sua struttura. Gilmour spingeva per un suono più rock, Waters per un arrangiamento orchestrale. La necessità dell’intervento di Ezrin per mediare divenne chiara quando Waters presentò i suoi primi tentativi lirici, che includevano rime poco ispirate. Fu Ezrin a spingere per trasformare quella base musicalmente potente in un capolavoro. Il risultato finale, un faticoso compromesso, è uno dei brani più amati dei Pink Floyd, un dialogo struggente che culmina in due assoli di Gilmour, universalmente riconosciuti tra i più grandi della storia del rock.
Nonostante la sua atmosfera prevalentemente cupa e bombastica, The Wall contiene momenti di straordinaria bellezza e sofisticazione. Brani come la ballata acustica Mother o la malinconica Goodbye Blue Sky offrono pause liriche in un paesaggio sonoro altrimenti desolato. L’alternanza delle voci principali tra la narrazione cinica e rabbiosa di Waters e il canto più melodico e sognante di Gilmour è una delle chiavi della dinamica dell’album, creando un contrasto emotivo che guida l’ascoltatore attraverso i mutevoli stati d’animo di Pink.

David Gilmour

Mi piaceva tutta l’orchestrazione, ma volevo una chitarra più ruvida, più grunge, mentre Roger e Bob volevano solo batteria, basso e orchestra. Ti concentri così tanto su certi dettagli perché vuoi che tutto sia il più perfetto possibile. Ora credo che nessuno di noi noterebbe la fottuta differenza.

La parte visiva

Per The Wall, Roger Waters prese una decisione drastica: abbandonare lo storico collaboratore Storm Thorgerson e il suo studio Hipgnosis. Si trattò di una rottura deliberata e spietata con il passato visivo della band, che secondo alcune voci fu innescata da un dissidio con Thorgerson riguardo a un libro. Al loro posto, Waters scelse il fumettista satirico Gerald Scarfe, il cui stile grottesco aveva già impressionato la band durante il tour “In the Flesh”. Questa scelta si rivelò cruciale, definendo un’identità visiva unica che segnalava il controllo totale di Waters su ogni aspetto del progetto.
La copertina di The Wall è un’opera di minimalismo concettuale. Un semplice muro di mattoni bianchi, privo del nome della band. L’unico elemento grafico è il titolo, scritto a mano con la calligrafia inconfondibile di Scarfe. Questa scelta radicale nasconde la complessa e oscura narrazione contenuta all’interno, rappresentando visivamente il concetto centrale dell’opera: una barriera bianca e impenetrabile che separa l’artista dal suo pubblico e l’individuo dal mondo.
Il contributo di Scarfe esplose all’interno della confezione del disco e oltre. Le sue illustrazioni diedero un volto agli incubi di Pink: il preside demoniaco, la madre soffocante che si trasforma essa stessa in un muro, la moglie-mantide e, soprattutto, i minacciosi martelli marcianti, simbolo del fascismo in cui Pink sprofonda. Queste immagini inquietanti non rimasero confinate sulla carta: furono tradotte in giganteschi pupazzi gonfiabili che dominavano la scenografia dei concerti e nelle potenti sequenze animate del film. La controversa animazione dei bambini che vengono macinati in un tritacarne per il video di Another Brick in the Wall, Part 2 è forse l’esempio più potente e scioccante del suo stile, un’immagine che si è impressa a fuoco nell’immaginario collettivo.

Gerald Scarfe

Fin dal giorno in cui mi fece ascoltare il demo, Roger disse che voleva che The Wall fosse un album, uno spettacolo dal vivo e un film, e voleva che le mie illustrazioni e animazioni fossero utilizzate in tutti e tre.

Eredità multimediale

The Wall è stato fin da subito un fenomeno culturale che ha trasceso il formato dell’album musicale. La sua narrazione potente e la sua iconografia si sono prestate a espansioni naturali, trasformandolo in un’icona moderna attraverso spettacoli dal vivo rivoluzionari, un film di culto e, decenni dopo, un tour da record che ne ha riaffermato la perenne rilevanza.
Il successo commerciale fu travolgente. L’album rimase per quindici settimane consecutive al primo posto delle classifiche statunitensi e, con circa trenta milioni di copie vendute nel mondo, è diventato il più grande doppio album della storia della musica e uno degli album più venduti di tutti i tempi, secondo solo, nella discografia della band, a The Dark Side Of The Moon.
La natura teatrale dell’album ha trovato la sua massima espressione sul palco, in diverse incarnazioni storiche. Il tour originale del 1980-81 fu una produzione rivoluzionaria e logisticamente complessa, tanto da limitarne la rappresentazione a sole 31 date. Sul palco veniva costruito un gigantesco muro di mattoni che, canzone dopo canzone, nascondeva progressivamente la band alla vista del pubblico. Quella tournée rappresenta l’ultima, storica esibizione della formazione classica dei Pink Floyd (con la sola eccezione del Live8).
Quasi un decennio dopo, nel 1990, Roger Waters organizzò un evento monumentale e simbolico a Potsdamer Platz per celebrare la caduta del Muro di Berlino. Con un cast di star internazionali che includeva Joni Mitchell, Van Morrison e Cyndi Lauper, e un pubblico stimato tra i 350000 e i 450000 spettatori, lo show legò per sempre l’opera alla storia mondiale.
Il tour solista di Waters dal 2010 al 2013 fu un’impresa di proporzioni colossali che riaffermò la potenza dell’opera. Con 219 spettacoli, 4200000 spettatori e un incasso di 458000000 di dollari, è diventato il tour di maggior successo mai intrapreso da un artista solista, dimostrando la straordinaria attualità dei temi di The Wall.
Nel 1982, l’universo visivo dell’album fu fissato dal film Pink Floyd – The Wall, diretto da Alan Parker. La scelta per il ruolo di Pink cadde su Bob Geldof, cantante dei Boomtown Rats, che inizialmente era molto riluttante, non amando la musica dei Pink Floyd. La storia vuole che la sua riluttanza sia stata comicamente sentita dal fratello di Roger Waters, un tassista, mentre accompagnava Geldof all’aeroporto. Con un Pink quasi muto, il film è un’esperienza totalizzante che, attraverso una fusione audace di scene recitate senza dialoghi e le animazioni di Scarfe, divenne un cult classic che ne ha fissato l’immaginario visivo.
The Wall è molto più di un album. È un’opera tentacolare, un’immersione senza compromessi nell’angoscia che ha rappresentato contemporaneamente l’apice del potere concettuale di Roger Waters e il punto di non ritorno per i Pink Floyd. Nato da un gesto di rabbia e alienazione, è stato forgiato tra pressioni finanziarie insostenibili e conflitti personali che hanno disintegrato la formazione classica della band. Eppure, da questo caos è emerso un capolavoro coeso, potente e universale. La sua perenne rilevanza non risiede solo nella sua musica o nel suo spettacolo, ma nella sua capacità di esplorare con spietata onestà il trauma, l’isolamento e la fragile ribellione dell’individuo contro i muri, reali o metaforici, che cercano di controllarlo.