Tracklist di The Piper At The Gates of Dawn
- Astronomy Dominé
- Lucifer Sam
- Matilda Mother
- Flaming
- Pow R. Toc H.
- Take Up Thy Stethoscope And Walk
- Interstellar Overdrive
- The Gnome
- Chapter 24
- The Scarecrow
- Bike
L’album
- Data di uscita: 4 agosto 1967 (Regno Unito) — 21 ottobre 1967 (USA, come Pink Floyd)
- Etichetta: Columbia Records (UK) — Tower Records / Polydor (USA)
- Numero di catalogo: SX 6157 (mono) / SCX 6157 (stereo)
- Produzione: Norman Smith
- Ingegnere del suono: Peter Bown
- Operatore di nastro: Jeff Jarratt
- Studio di registrazione: EMI Studios, Studio Three, 3 Abbey Road, Londra
- Periodo di registrazione: 21 febbraio – 21 luglio 1967
- Artwork / Copertina: Fotografia di Vic Singh (obiettivo prismatico Hasselblad, pellicola Ektachrome); retro copertina: collage di Syd Barrett
- Classifiche: UK: #6 — 11 settimane nella Top 20
- Critica all’uscita: 4 stelle su 5 (NME, Record Mirror)
Il contesto: Londra, 1967, e il momento giusto
Quando i Pink Floyd firmarono con la EMI il 28 febbraio 1967, era già una band rodata sul palco — una macchina da improvvisazione psichedelica costruita nei club di Londra, dall’UFO al Marquee, dove i concerti si avvicinavano più a sessioni di performance multimediale che a serate rock standard. Tra il gennaio e il febbraio di quell’anno suonarono una ventina di date prima di entrare in studio per la prima volta con l’etichetta. Portavano con sé luci, proiezioni e un approccio all’amplificazione che non aveva precedenti nella scena britannica.
Il 1967 era un anno di accelerazione generalizzata nel rock. I Beatles stavano lavorando al Sgt. Pepper’s nello stesso edificio — Studio Two di Abbey Road — mentre i Pink Floyd venivano sistemati nello Studio Three. La coincidenza non era casuale: la EMI aveva messo sotto contratto la band anche perché intuiva che quella stagione avrebbe prodotto qualcosa di rilevante. Norman Smith, il loro produttore, veniva direttamente dall’esperienza con i Beatles fino a Rubber Soul e sapeva come costruire un album in quel contesto.
Genesi e paternità
The Piper at the Gates of Dawn è, con pochissimi margini di dubbio, un album di Syd Barrett. Con l’eccezione di “Take Up Thy Stethoscope and Walk” (Waters) e dei due strumentali collettivi “Pow R. Toc H.” e “Interstellar Overdrive”, tutti i brani portano la sua firma. In quel periodo Barrett attraversava una fase di produttività intensa: componeva, dipingeva e assumeva quantità crescenti di sostanze allucinogene che cominciavano a incidere sulla sua stabilità. Le canzoni che scrisse non sono, tuttavia, semplice psichedelia da trip report: attingono all’infanzia, a un immaginario che attraversa Lewis Carroll, Tolkien, le filastrocche inglesi — rielaborati attraverso il filtro del consumo di droghe psichedeliche.
Il titolo viene dal settimo capitolo de Il vento nei salici di Kenneth Grahame (1908), in cui il dio Pan appare a Talpa e Ratto sulle rive del Tamigi. Barrett propose il titolo all’ingegnere del suono Peter Bown, che obiettò come non avesse molto a che fare con il contenuto del disco. La risposta di Barrett fu diretta: “Non importa. È qualcosa di nuovo.” Il titolo originale previsto per l’album era Projection.
Registrazione e produzione
Le sessioni iniziarono il 21 febbraio 1967 e si conclusero il 21 luglio con il missaggio della versione stereo — oltre cinquanta sessioni in totale, un numero considerevole per un album di undici tracce costruito privilegiando le riprese dal vivo. La complessità non era solo strumentale: la musica incorporava una gamma estesa di suoni elettronici che richiedevano un lavoro meticoloso in post-produzione.
Norman Smith gestiva un equilibrio difficile. La band — Barrett in primo luogo — era imprevedibile. Smith ha descritto quell’esperienza come camminare costantemente su ghiaccio sottile, con Barrett che rispondeva alle correzioni con monosillabi e poi riregistrava le parti esattamente come prima. Dal lato opposto, Bown e Jarratt hanno raccontato un Barrett energico, curioso, sempre proiettato su idee nuove. Le due versioni non si contraddicono: descrivono un musicista che funzionava secondo una logica propria, non facilmente traducibile nei termini della produzione professionale dell’epoca.
Peter Bown era l’elemento tecnico cruciale. Formato sulla musica classica, ossessionato dall’attrezzatura, era in grado di passare minuti davanti alla batteria per individuare il suono esatto prima di tentare di riprodurlo in sala di controllo. Utilizzava una catena di processamento insolita: il Fairchild 660 limiter abbinato al prototipo RS168 Zener compressor/limiter — uno strumento che solo lui usava nel 1967 e che avrebbe poi trovato posto nei leggendari desk TG con cui i Floyd avrebbero registrato The Dark Side of the Moon. Per la voce preferiva il Neumann U48, per le chitarre il Neumann U67. Il banco di missaggio era il REDD.51, progettato dagli ingegneri EMI; il registratore un quattro piste Studer J37.
Gli strumenti
Barrett suonava prevalentemente una Fender Esquire bianca del 1962, ricoperta di pellicola argentata e decorata con dischi metallici riflettenti — una scelta estetica che interagiva con i light show dal vivo. Per le parti acustiche usava una Harmony Sovereign H1260. Waters aveva una Rickenbacker 4001 con finitura Fireglo, con plettro e corde Rotosound — prima che McCartney o Chris Squire trasformassero quello strumento in un’icona del rock. Wright lavorava principalmente su una Farfisa Compact Duo, il cui timbro è immediatamente riconoscibile come la firma sonora del primo periodo dei Floyd; disponeva anche di un pianoforte Steinway Model B, di un Mustel celeste e probabilmente di un Hohner Pianet. Mason suonava una batteria Premier a due casse, scoperto Ginger Baker dei Cream solo pochi mesi prima.
L’effetto più caratteristico dell’intero album è il Binson Echorec, un’unità eco a disco magnetico usata sistematicamente da Barrett sulla chitarra e da Wright sulle tastiere.
La copertina
Il fotografo Vic Singh — indiano di nascita, londinese d’adozione, vicino all’entourage di George Harrison — scattò le foto di copertina usando un obiettivo prismatico che Harrison stesso gli aveva regalato. L’obiettivo, montato su una Hasselblad con pellicola Ektachrome, moltiplicava per tre o quattro l’immagine del soggetto. Il risultato — i quattro membri della band triplicati e sovrapposti su fondo bianco — rimanda visivamente all’effetto percettivo di un trip da LSD. I vestiti provenivano da Granny Takes a Trip, la boutique hippie-chic di King’s Road frequentata dai Pink Floyd come dai Beatles e dai Rolling Stones.
Il retro della copertina ospita un collage di Barrett: figure silhouettate su fondo grigio, in seguito rielaborato in chiave psichedelica per il CD rimasterizzato del 2011.
Ricezione e peso storico
Uscito il 5 agosto 1967, due mesi dopo Sgt. Pepper’s, l’album arrivò al numero 6 in classifica nel Regno Unito, dove rimase nella Top 20 per undici settimane. NME e Record Mirror gli assegnarono quattro stelle su cinque. Negli Stati Uniti fu distribuito su Tower Records con il solo titolo Pink Floyd, ridotto a nove tracce: fuori “Astronomy Dominé”, “Flaming” e “Bike”, dentro “See Emily Play”.
Al di là dei numeri, The Piper at the Gates of Dawn segnò un confine. Non perché avesse inventato la psichedelia — la West Coast californiana era già lì — ma perché portò nel rock britannico un immaginario e una tecnica compositiva che non derivavano dal blues, dalla soul music o dal folk. La sperimentazione elettronica, le strutture metriche irregolari, i testi costruiti su riferimenti letterari e non su convenzioni del genere: tutto questo indicava una direzione che, nel giro di pochi anni, avrebbe preso il nome di progressive rock. Rolling Stone lo colloca al numero 347 nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.
Curiosità
- In Italia è stato pubblicato nel 1971 e in copertina c’è una foto dei Pink Floyd con David Gilmour, che non era nel gruppo all’epoca della registrazione del disco.
- In USA è stato pubblicato il 21 Ottobre del 1967 con il titolo Pink Floyd ed ha la seguente tracklist: See Emily Play, Pow R. Toc H., Take Up Thy Stethoscope And Walk, Lucifer Sam, Matilda Mother, The Scarecrow, The Gnome, Chapter 24, Interstellar Overdrive.
- Le prime edizioni giapponesi hanno la seguente tracklist: Astronomy Dominé, Lucifer Sam, Matilda Mother, Flaming, Pow R. Toc H., Take Up Thy Stethoscope And Walk, Interstellar Overdrive, The Gnome, Chapter 24, The Scarecrow, Bike, See Emily Play.
- L’edizione turca del 1978 della Neu Records ha una copertina completamente diversa che raffigura un albero nel deserto.
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