Live At Pompeii

Live-At-Pompeii
  • 5 A.M.
  • Rattle That Lock
  • Faces Of Stone
  • What Do You Want From Me
  • The Blue
  • The Great Gig In The Sky
  • A Boat Lies Waiting
  • Wish You Were Here
  • Money
  • In Any Tongue
  • High Hopes
  • One Of These Days
  • Shine On You Crazy Diamond (Parts 1-5)
  • Fat Old Sun
  • Coming Back To Life
  • On An Island
  • Today
  • Sorrow
  • Run Like Hell
  • Time / Breathe (In The Air) (Reprise)
  • Comfortably Numb

Il 7 e l’8 luglio 2016 David Gilmour è tornato a suonare nell’anfiteatro romano di Pompei, raggiungendo il sito attraverso una strada del tutto casuale, quasi da turista: anni prima aveva portato i propri figli a visitare la città antica scoprendo che l’anfiteatro non rientrava nel normale percorso di visita ed era inaccessibile senza un’autorizzazione speciale. Quarantacinque anni prima, in quello stesso spazio deserto, i Pink Floyd avevano suonato per la macchina da presa del regista Adrian Maben. Gilmour vi è tornato nel pieno del tour promozionale di Rattle That Lock, al comando di una formazione che nel frattempo aveva cambiato profondamente volto rispetto al passato: fuori Phil Manzanera e Jon Carin, dentro Chester Kamen alla chitarra, Chuck Leavell e Greg Phillinganes alle tastiere. Gilmour motivò il ricambio spiegando di aver avuto bisogno di una boccata d’aria fresca, presentando i nuovi compagni d’avventura come l’esito di una selezione personale durata decenni: Phillinganes era stato notato negli anni Ottanta quando dirigeva musicalmente il tour di Bad per Michael Jackson, Leavell in occasione di un tributo a Les Paul nel New Jersey nel 1984, e Kamen al Live Aid del 1985 al fianco di Bryan Ferry, a cui si aggiungevano il fedele Guy Pratt al basso, Steve DiStanislao alla batteria e tre coristi, ovvero Bryan Chambers, Lucita Jules e Louise Marshall. La scaletta, così come è stata immortalata nel disco dal vivo, metteva in fila ventidue titoli complessivi, suddivisi in quattordici brani dal catalogo dei Pink Floyd e otto della produzione solista, sei dei quali tratti da Rattle That Lock. L’impostazione dello spettacolo era stata concepita mantenendo una marcata impronta floydiana, con il ritorno del grande schermo circolare e la proiezione dei filmati storici della band. Il programma includeva quattro estratti da The Dark Side of the Moon, oltre a Wish You Were Here, Shine On You Crazy Diamond (Parts I–V), Run Like Hell con Pratt impegnato alla voce principale, Comfortably Numb e una versione di Fat Old Sun ripescata da Atom Heart Mother. Del programma originale eseguito nel 1971 restava un unico titolo, ovvero One of These Days, unico brano tratto dall’album Meddle in scaletta, nel quale non figuravano invece né Echoes né A Saucerful of Secrets. Proprio durante l’esecuzione di One of These Days gli equilibri sul palco si spostavano: Gilmour si posizionava ai piatti, mentre DiStanislao, oltre a suonare la batteria, azionava manualmente la macchina del vento per ricreare gli effetti sonori dell’introduzione. Il film concerto fu affidato alla regia di Gavin Elder, già collaboratore di Gilmour durante il tour del 2006, arrivando nelle sale cinematografiche il 13 settembre 2017 e nei negozi il 29 settembre, anticipato dall’uscita di tre singoli digitali: Rattle That Lock, One of These Days e Run Like Hell. Le registrazioni audio e video vennero ricavate principalmente dalla prima serata con l’integrazione di alcuni estratti dalla seconda, e il suono fu sottoposto a diversi interventi correttivi in post-produzione. Il disco ottenne un notevole riscontro commerciale, raggiungendo il terzo posto delle classifiche in Gran Bretagna, il quarantacinquesimo negli Stati Uniti e il primo posto in Italia e nella Repubblica Ceca. L’evento del 2016 deteneva inoltre un preciso primato storico e giuridico: Gilmour è stato il primo artista rock ad esibirsi all’interno dell’anfiteatro romano di Pompei davanti a un pubblico pagante. Le due date registrarono il tutto esaurito e aprirono la strada, pochi giorni dopo, all’esibizione di Elton John. Per vincolo normativo, all’evento fu applicata un’aliquota dell’8% sugli incassi complessivi da destinare direttamente al Ministero dei Beni Culturali e alla Soprintendenza Archeologica. Lo stesso Gilmour sottolineò come si trattasse delle prime esibizioni con pubblico all’interno della struttura dall’anno 79 d.C., ricordando con commozione l’accoglienza ricevuta dagli abitanti del luogo, che gli conferirono la cittadinanza onoraria. L’esibizione del 1971 si era invece sviluppata su presupposti diametralmente opposti. In origine Adrian Maben aveva proposto ai Pink Floyd la realizzazione di un film in cui la band avrebbe dovuto suonare sovrapposta alle immagini di grandi opere d’arte classiche, ma Gilmour, incontrando il regista a Londra insieme al manager Steve O’Rourke, lo aveva liquidato con cortesia promettendo un ricontatto che non sarebbe mai arrivato. Fu un imprevisto capitato a Pompei a cambiare il corso degli eventi: Maben, in vacanza con la fidanzata, smarrì il passaporto all’interno dell’anfiteatro ormai chiuso al pubblico e vi fece ritorno da solo al tramonto per cercarlo, rimanendo affascinato dal silenzio, dal frinire degli insetti e dal volo dei pipistrelli tra le rovine. Il passaporto non fu mai ritrovato, ma nacque l’idea centrale del film: un concerto senza pubblico, un vero e proprio anti-Woodstock con la band e le rovine archeologiche come uniche protagoniste. Nick Mason ricordò in seguito che l’idea fu condivisa da Maben e O’Rourke e che il gruppo vi si adeguò ponendo come unica condizione tassativa l’esecuzione integralmente dal vivo senza l’uso del playback. Nessuno aveva tuttavia calcolato che l’anfiteatro fosse del tutto privo di erogazione elettrica: si resero necessari tre giorni di lavoro per stendere un cavo d’alimentazione lunghissimo dalla sede del comune fin dentro l’arena, e nel frattempo i Pink Floyd vennero trasferiti sulla Solfatara di Pozzuoli per le riprese esterne, rimanendo bloccati per tre ore a causa di una processione religiosa locale. L’unico pubblico presente a Pompei era composto da una decina di ragazzini del posto seduti dietro la macchina da presa più lontana. La notte prima dell’inizio delle riprese, O’Rourke comunicò a Maben che il gruppo avrebbe eseguito la versione integrale di Echoes, della durata di ventitré minuti, costringendo il regista a trascorrere le ore fino all’alba calcolando i movimenti di macchina con l’ausilio di un giradischi preso in prestito dal portiere dell’albergo. Mason ha sempre confermato che ogni esecuzione del brano venne effettuata dall’inizio alla fine senza alcuna interruzione. Il brano One of These Days venne invece girato dopo il tramonto in condizioni di scarsa illuminazione e il materiale filmico riutilizzabile riguardava quasi esclusivamente Mason, motivo per cui la sequenza finale somiglia a un lungo assolo di batteria in cui si nota chiaramente una bacchetta sfuggire dalla mano del musicista. Il resto del materiale venne completato successivamente all’interno di uno studio di registrazione a Parigi utilizzando le immagini di Pompei come sfondo proiettato, sessioni nelle quali vennero incise Careful with That Axe, Eugene, Set the Controls for the Heart of the Sun e Mademoiselle Nobs, rielaborazione del brano Seamus eseguita con l’ausilio di un segugio afgano addestrato ad abbaiare a tempo. Le celebri sequenze girate negli studi di Abbey Road durante la lavorazione di The Dark Side of the Moon vennero inserite soltanto nella riedizione cinematografica del 1974, quando l’album aveva conquistato la prima posizione nelle classifiche americane, mentre la prima versione del film uscita nel 1972 si era rivelata un insuccesso commerciale. Il concerto originale ha dovuto attendere fino al 2 maggio 2025 per essere pubblicato ufficialmente come album dal vivo autonomo. Anche la resa sonora evidenzia le enormi differenze tra le due epoche. Mason ha ricordato l’impiego di un registratore a otto piste gestito dal tecnico del suono Peter Watts, la cui resa venne giudicata all’altezza delle migliori incisioni di studio, ma il successivo lavoro di restauro effettuato da Steven Wilson sui nastri originali ha rivelato la presenza di sole quattro fonti monofoniche e per l’85% del tempo la registrazione di un gruppo esclusivamente strumentale, con le parti vocali aggiunte successivamente a Parigi. Quarantacinque anni dopo, anche i nastri multitraccia registrati da Gilmour nel 2016 hanno richiesto estesi interventi di correzione e pulizia in studio. Il rapporto di Gilmour con il film del 1971 è sempre stato caratterizzato da una profonda ambivalenza: nel 2017, durante la promozione della versione video del suo ritorno a Pompei, il chitarrista definì la pellicola originale piuttosto imbarazzante, pur riconoscendo come per molti appassionati rappresentasse un documento divertente e di grande fascino. In altre occasioni ha attribuito l’intero merito dell’opera alla visione di Adrian Maben, ammettendo che nessuno all’interno della band avrebbe mai ipotizzato che il film potesse essere ricordato e celebrato così a lungo. Nell’aprile del 2025 Gilmour ha presenziato con la propria famiglia alla prima mondiale della versione interamente restaurata proiettata nella sala IMAX di Waterloo a Londra. Sollecitato sulle differenze tra le due esperienze pompeiane, Gilmour ha sempre tracciato una distinzione netta: nel 1971 con i Pink Floyd non c’era alcun pubblico, si trattava del set di un film e l’atmosfera sembrava popolata dai fantasmi dell’antichità, come sottolineato anche da Nick Mason. Nel 2016, al contrario, la presenza di migliaia di persone paganti ha trasformato l’anfiteatro in un evento rock solare e partecipato. Lo stesso Mason, riesaminando il film a distanza di decenni, ha riconosciuto che l’opera di Maben ha rivestito un’importanza storica immensamente superiore a quella che il gruppo gli aveva attribuito all’epoca della sua realizzazione.