Il 12 maggio 1967 la Queen Elizabeth Hall di Londra non aveva mai visto niente del genere. Fino a quel momento la sala era stata territorio esclusivo della musica classica: portarci uno dei gruppi residenti dell’UFO Club significava già un atto di per sé sovversivo. Ma “Games for May“, presentato con uno slogan che oggi suona ancora perfetto, “Space Age Relaxation for the Climax of Spring“, non fu soltanto un concerto fuori dai circuiti underground. Fu il momento in cui il gruppo capì, forse senza nemmeno rendersene del tutto conto, che uno show poteva essere costruito come un’opera a sé, con un inizio prima ancora che i musicisti salissero sul palco.
L’evento nacque da un’intuizione di Sumi, moglie del manager Peter Jenner, che aveva lavorato con il promoter di musica classica Christopher Hunt. Fu lei a mettere in moto la macchina, ma fu la band, con la complicità della EMI, a trasformare l’occasione in qualcosa di più ambizioso di un semplice concerto con luci psichedeliche. Prima dello show, Jenner e Barrett visitarono il BBC Radiophonic Workshop, dove Syd incontrò Delia Derbyshire, l’arrangiatrice del tema di Doctor Who: da quella visita uscirono registrazioni pensate apposta per l’evento. E qui sta il primo elemento che rende Games for May un concept-show prima ancora che esistesse il termine: il concerto non cominciava quando le luci si spegnevano, cominciava nel foyer. Roger Waters passò ore in uno scantinato freddo vicino a Harrow Road a costruire nastri quadrifonici, tra cui versi di uccelli registrati a metà velocità e diffusi tra il pubblico mentre entrava in sala. Non era un riscaldamento, era già narrazione: l’ambiente sonoro precedeva la musica e la preparava, dissolvendo il confine tra prima e durante lo spettacolo, esattamente la logica che decenni dopo strutturerà i grandi show concettuali della band.
Il secondo elemento, quello tecnicamente più rivoluzionario, fu l’Azimuth Co-ordinator: un dispositivo costruito su misura dagli ingegneri EMI, con due joystick che permettevano a Rick Wright di direzionare il suono in qualsiasi punto della sala. Era, in sostanza, un panner quadrifonico, lo stesso principio che Nick Mason avrebbe poi descritto, a distanza di decenni, come uno strumento costruito con “elementi enormi” da un tecnico EMI di nome Bernard Speight, particolarmente efficace sulle tastiere di Wright perché funzionava bene sui suoni con andamento morbido, mentre risultava inutilizzabile su materiale percussivo per via del ritardo che introduceva. Per Jenner l’intera operazione assomigliava più a un’opera performativa che a un concerto rock, e non è un’esagerazione: nessuno, nel maggio 1967, stava facendo girare il suono attorno al pubblico in quel modo, in un teatro pensato per la musica classica.
Poi c’era la parte che il Financial Times, recensendo la serata, descrisse con un certo sgomento misto a fascinazione: fiori lanciati al pubblico, l’oscurità improvvisa, risate isteriche diffuse in sala, i membri della band che vagavano per il palco giocando con macchinine telecomandate e soffiando bolle di sapone. Roger Waters ricordava di aver inseguito le macchinine con un microfono acceso, e di essersi reso conto che “in quei giorni riuscivi a cavartela” con trovate del genere. Bastava continuare a muoversi e nessuno avrebbe notato l’assenza di una vera e propria scaletta nel senso tradizionale. Lanciò narcisi tra il pubblico finché non gli rimasero più patate da tirare contro il gong. L’etica dichiarata da Jenner era che non dovesse esistere “nessuna barriera tra le star e il pubblico”: bolle di sapone e fiori servivano proprio a questo, anche se la direzione della sala non la vide allo stesso modo, lamentandosi che le bolle avessero sporcato il pavimento e i narcisi macchiato i sedili in pelle appena installati.
È Nick Mason, guardando indietro, a fissare il giudizio che la storia avrebbe confermato: Games for May fu “uno degli show più significativi” mai tenuti dalla band, perché conteneva elementi che sarebbero rimasti parte delle loro esibizioni per i trent’anni successivi. Non è una frase buttata lì per nostalgia. Si può tracciare una linea diretta, fatta naturalmente di salti e ripensamenti, che da quella sera arriva il tavolo da the (The Man And The Journey), Mr. Screen, i gonfiabili, il muro, il soundscape prima dei concerti di The Division Bell: tutti modi diversi di dire la stessa cosa, che un concerto dei Pink Floyd non è la somma di canzoni eseguite in sequenza ma un ambiente costruito, in cui il suono, la luce e persino l’odore di una bolla di sapone che scoppia sono parte della partitura.
Per il concerto Syd Barrett compose un pezzo inedito, chiamato semplicemente “Games for May“, il titolo del concerto stesso, per pura economia creativa. Da quella composizione nacque “See Emily Play“, anche se le parole della canzone, in realtà, erano più vecchie e risalivano ai tempi della London Free School. Andrew King, che in quel periodo condivideva un appartamento con Rick Wright dotato di un piccolo studio demo nel soggiorno, ricordava che Syd probabilmente scrisse la canzone proprio lì, come una sorta di tema musicale per l’evento. L’identità di Emily resta uno dei piccoli misteri irrisolti del canzoniere Barrett: potrebbe essere Emily Tacita Young, giovane scultrice che frequentava sia l’UFO Club che la London Free School, oppure, secondo quanto raccontato dall’ex fidanzata Jenny Spires, semplicemente il nome femminile che Syd avrebbe scelto per una figlia. Roger Waters, da parte sua, liquidava la questione con la consueta concretezza: “Emily potrebbe essere chiunque. È solo una tipa confusa, tutto qui.” Sapeva però con precisione a quale bosco Syd stesse pensando, quello sulla strada per le colline Gog Magog, a sudovest di Cambridge, dove tutti loro erano andati da bambini.
Resta il fatto che, tra tutti gli episodi del 1967 è Games for May a segnare lo spartiacque più netto. Non per la musica in sé, che sarebbe stata presto reincisa e ridotta a singolo, ma per l’idea, fragile e mai più del tutto abbandonata, che un concerto dei Pink Floyd potesse essere un dispositivo totale: suono che gira nello spazio, narrazione che comincia prima che la band suoni una nota, un pubblico che non sta semplicemente ad ascoltare ma viene avvolto, letteralmente, da bolle di sapone e fiori lanciati da musicisti che sembrano giocare più che esibirsi. È lo stesso principio, spogliato di ogni ingenuità psichedelica, che farà crollare un muro di mattoni di cartone sul palco alcuni anni più tardi.
Il ricordo di Richard uno spettatore
La band è apparsa all’improvviso nella completamente buia Queen Elizabeth Hall. C’era questa musica ronzante e una piccola macchia rossa è apparsa sul muro dietro il palco che gradualmente è diventata sempre più grande e poi all’improvviso i quattro membri della band sono apparsi magicamente e hanno iniziato a suonare Matilda Mother.
Setlist
- Dawn (Tape Recording)
- Matilda Mother
- Flaming
- The Scarecrow
- Games For May (See Emily Play)
- Bicycle (Bike)
- Arnold Layne
- Candy And A Currant Bun
- Pow R Toc H
- Interstellar Overdrive
- Bubbles (Tape Recording)
- Ending (Tape Recording)
- Lucifer Sam