Pink Floyd Live at Pompeii

Pink Floyd Live at Pompeii

Adrian Maben tenta già in passato di convincere i Pink Floyd a fare un film con lui, ma l’esito è negativo. La sua prima idea consiste nel mettere la musica del gruppo sopra immagini di opere del Nuovo Realismo Europeo (Tinguely, Arman, César) o, in un’altra versione del racconto, nel farli suonare tra i dipinti di Delvaux, de Chirico e Magritte. David Gilmour risponde con la cortesia gelida di chi vuole chiudere una conversazione: “Grazie mille. Ci penseremo e la richiameremo. Au revoir.” La chiamata non arriva mai. Steve O’Rourke, il manager della band, si dimostra ancora più diretto quando Maben si fa vivo di nuovo dopo mesi di silenzio: non gli interessa un film sull’arte astratta, ma se il regista trova un posto interessante dove filmare un concerto, si potrebbe riconsiderare l’offerta.

Il posto lo trova per caso, nell’estate del 1971, durante una vacanza in Italia con la fidanzata francese. Pompei. Maben perde il passaporto tra le rovine dopo aver mangiato un panino sui gradini dell’anfiteatro romano, torna al sito ormai chiuso e convince i custodi a farlo rientrare per cercarlo. Non lo trova. Ma restando solo in quello spazio al crepuscolo (tra i pipistrelli, il frinire delle cicale e il silenzio spezzato solo dagli insetti) capisce di aver trovato qualcosa di più prezioso: la location. Scrive a O’Rourke spiegando l’idea di un “anti-Woodstock”, ossia un concerto senza pubblico, l’esatto contrario dei film-festival dell’epoca, dove la musica e le rovine dialogano senza la mediazione di una folla plaudente. La sua fonte d’ispirazione letteraria è il romanzo Gradiva di Wilhelm Jensen, la storia di una donna vissuta duemila anni prima che appare in sogno a un archeologo. Ai Floyd l’idea piace, a differenza della precedente. Pongono però una condizione non negoziabile: niente playback, tutto rigorosamente dal vivo.

Ottenere i permessi per girare tra le vestigia della città sepolta non è semplice, dato che il rock viene associato a schiamazzi e vandalismi e i concerti classici rappresentano l’unico precedente accettato dalla Soprintendenza. La mediazione decisiva arriva dal professor Ugo Carputi dell’Università di Napoli, fan della band, che riesce a convincere le autorità a concedere l’anfiteatro per sei giorni. O’Rourke pretende duemila sterline per organizzare il trasporto del gruppo e della strumentazione da Londra a Pompei; il produttore esecutivo Reiner Moritz non riesce a reperirle in tempo, ed è lo stesso Maben ad anticiparle di tasca propria, usando l’eredità lasciatagli dalla madre da poco scomparsa: “Pensai che questo film era meglio che partisse immediatamente, prima che qualcuno cambiasse idea”.

Il gruppo arriva a Pompei il 2 ottobre 1971 con tastiere, batterie, chitarre, amplificatori, consolle e un gong ammaccato. Le riprese, effettuate tra il 2 e il 7 ottobre, iniziano subito con un imprevisto: la notte prima del primo ciak, O’Rourke si presenta da Maben con una copia demo di Meddle, l’album ancora inedito, e comunica che la band vuole eseguire Echoes, ventitré minuti di suite mai pianificati nella sceneggiatura tecnica. Maben passa la notte a ricalcolare posizioni e movimenti di macchina con un giradischi preso in prestito dal portiere dell’albergo, un cronometro e un quaderno. Il giorno dopo arriva un secondo colpo di scena: l’anfiteatro non ha prese elettriche. La band resta ferma per due giorni, mentre la troupe si arrangia filmando qualche ripresa alla Solfatara di Pozzuoli, tra i geyser e le pozze di fango ribollente (dove, per complicare ulteriormente le cose, il convoglio rimane bloccato per ore dalla processione della Beata Vergine del Rosario tra il duomo di Pompei e piazza Garibaldi a Napoli). Al ritorno, la corrente è tornata: un cavo lungo centinaia di metri viene steso dal Municipio fino al set grazie al roadie Peter Watts, che la storia avrebbe poi ricordato anche come padre della futura attrice Naomi Watts.

Il set effettivamente girato all’interno dell’anfiteatro comprende tre soli brani: Echoes, diviso in due parti, A Saucerful of Secrets e One of These Days, quest’ultimo pescato da Meddle insieme a Echoes, in uscita di lì a un mese. Il pubblico, oltre a Maben, alla troupe e ai roadie, è composto da una decina di ragazzi del posto intrufolatisi tra le gradinate. Le riprese notturne di One of These Days, girate con poche luci sulla band, si concentrano quasi esclusivamente su Nick Mason: le bobine con le inquadrature degli altri tre membri vanno perdute, lasciando il batterista protagonista involontario della sequenza (un dettaglio che Steven Wilson avrebbe commentato mezzo secolo più tardi con una battuta diventata proverbiale tra i fan: “La star del film è Nick. Roger Waters si vede a malapena”). Proprio durante One of These Days a Mason sfugge una bacchetta di mano; il batterista riesce a recuperare quella di scorta senza perdere il tempo, in un momento che ogni appassionato ricorda ancora.

Il girato a Pompei non basta a completare il film. Tra il 13 e il 20 dicembre 1971 la band torna in studio a Parigi, tra Europa Sonor su Avenue des Ternes e gli Studios de Boulogne, per registrare Careful With That Axe, Eugene, Set the Controls for the Heart of the Sun e una nuova versione di Seamus da Meddle, ribattezzata Mademoiselle Nobs per l’occasione: al posto del cane collie di Steve Marriott degli Small Faces, a “cantare” il blues è un levriero afgano di nome Nobs. Nel montaggio finale queste sequenze, girate al chiuso sotto faretti bianchi, vengono intercalate a immagini di Pompei attraverso la tecnica del Transflex, una proiezione frontale su schermo riflettente che la band trova poco convincente e che per questo compare con parsimonia nel montaggio. Un dettaglio che sfugge a molti spettatori dell’epoca: nelle sessioni parigine la barba di Richard Wright scompare e poi ricompare tra le due parti di Echoes.

Fu proprio durante quei giorni parigini, tra ostriche e birra offerte da un roadie mandato a comprarle, che Maben improvvisa interviste ai quattro musicisti, catturando scambi genuini e battute (“Adrian! Ti prego!” implora Mason mentre gli altri ridono delle domande del regista). Da quel materiale nasce in seguito un documentario a parte, Chit Chat with Oysters, che riemerge solo decenni dopo grazie al restauro di David Zimmermann: cinque pizze di pellicola 16mm in bianco e nero, ritrovate da Maben riordinando il proprio appartamento e affidate a Zimmermann nel gennaio 2013. Il trasferimento in digitale effettuato nel 2000 era stato pessimo, con esposizione non compensata e formato compresso dal 4:3 originale al 16:9. Zimmermann convince Maben a ripristinare il formato 4:3 originale, restituendo un ritratto che mostra i quattro Floyd (Wright il pensatore, Mason lo scherzoso, Gilmour l’uomo comune, Waters l’enigma) con una spontaneità raramente colta altrove.

La prima versione del film, sessanta minuti costruiti esclusivamente sulle performance musicali di Pompei e Parigi, debutta in anteprima all’Edinburgh International Film Festival il 2 settembre 1972 per poi arrivare nelle sale come primo montaggio ufficiale. L’accoglienza è tiepida: pochi mesi dopo, tremila spettatori arrivano al Rainbow Theatre di Londra per una proiezione che non può avere luogo perché la sala non ha il permesso per proiettare film. Maben capisce che qualcosa manca alla pellicola. Durante una battuta di pesca a mosca sul fiume Teme, nel Galles, il regista chiede a Roger Waters cosa ne pensi di riprendere altro materiale: “È bello vedervi in mezzo a un anfiteatro vuoto a suonare musica straordinaria, ma non capiamo come facciate a crearla”. Waters risponde con un silenzio imbarazzato, poi promette di parlarne con gli altri. La risposta arriva settimane dopo: sì, ma solo con una telecamera e nessuna interferenza con il lavoro del gruppo.

Nell’ottobre 1972 Maben viene convocato agli studi di Abbey Road, dove i Pink Floyd stanno completando The Dark Side of the Moon. Il regista filma frammenti destinati a restare storici: Wright al piano su Us and Them, Waters alle prese con il sintetizzatore VCS3 per On the Run, Gilmour che aggiunge una chitarra a Brain Damage e viene ripreso da Waters per il volume eccessivo. Le scene più memorabili arrivano dalla mensa dello studio: Mason che pretende una fetta di torta di mele “senza la crosta”, Gilmour che chiede “un bicchiere di latte, per favore”, Waters che liquida con ironia la gestione tecnica di O’Rourke. Le riprese, essendo l’album ormai quasi finito, sono di fatto ricostruzioni in playback. Questa versione estesa, con una durata di circa ottanta minuti, viene presentata in anteprima nel novembre 1973 e distribuita più ampiamente nel corso del 1974, cavalcando il successo planetario di The Dark Side of the Moon. È proprio in questa veste che il film raggiunge un pubblico internazionale ben più ampio, arrivando perfino nella Spagna ancora franchista del 1974, dove circola nei cineforum d’essai come rara finestra di libertà culturale in un paese sotto censura.

Il rapporto della band con il proprio film resta comunque ambivalente. Nick Mason lo definisce nelle sue memorie “molto deludente dal punto di vista finanziario”, anche a causa dell’incendio che negli anni Settanta distrugge gli uffici del produttore, portando via contratti e documentazione. David Gilmour è ancora più tagliente, scrivendo che si tratta del genere di film “da proiettare una volta sola, nel cuore della notte”. Quando un promoter americano si complimenta nel backstage per i milioni guadagnati proiettando la pellicola, un Roger Waters visibilmente irritato lo fa accompagnare fuori.

Il film esce in VHS nel 1981, in una versione fedele all’originale ma spoglia. Passano altri due decenni prima di un nuovo capitolo: nel 2002, dopo dieci anni di ricerche e discussioni, Maben completa un Director’s Cut in DVD. Il risultato delude molti fan di lunga data: al posto delle inquadrature delle rovine che aprivano l’originale, il nuovo montaggio si apre con immagini di un lancio spaziale, per poi intercalare scorci della metropolitana londinese, del passaggio pedonale di Abbey Road e ricostruzioni al computer del sistema solare e dell’eruzione vulcanica, il tutto adattato al formato 16:9. Novantun minuti in tutto, arricchiti da nuove sequenze delle sessioni di The Dark Side of the Moon e dalle interviste estratte da Chit Chat with Oysters.

Nel frattempo, la ricerca del materiale grezzo mai montato prosegue senza successo. Già nel 1994 David Gilmour chiede che si rintraccino i rulli non utilizzati delle riprese del 1971. Lana Topham, futura direttrice del restauro dei Pink Floyd, dedica anni a quella ricerca, contattando ogni laboratorio esistente in Gran Bretagna e Francia, senza risultato. La verità emerge anni dopo: la società di produzione MHF aveva depositato negli anni Settanta oltre 500 lattine di girato inedito in 35mm agli Archives du Film di Bois-d’Arcy, vicino Parigi; un archivista, ritenendo il materiale privo di interesse, lo aveva fatto incenerire per fare spazio a pellicole più recenti.

La svolta arriva nel 2020. Lana Topham scopre in un deposito londinese una serie di contenitori etichettati genericamente “Pompei”. Si tratta dei negativi originali di primo taglio da 35mm del 1972, la fonte definitiva capaci di consentire un restauro di livello superiore. Da quel ritrovamento parte il progetto che porta al restauro presentato con il titolo ufficiale Pink Floyd at Pompeii – MCMLXXII, il numero romano in omaggio all’anno della prima uscita. Il lavoro tecnico, guidato da Tom Barrett per conto di FilmFinity, comporta la scansione in alta definizione dei negativi e l’uso di avanzati software di restauro digitale, ripulendo il film fotogramma per fotogramma da polvere e sfarfallii senza alterarne la resa originale e il calore della luce italiana. Il comparto sonoro viene affidato a Steven Wilson, che lavora direttamente dai nastri originali a quattro tracce per restituire un mix dettagliato e tridimensionale.

L’operazione, giunta in concomitanza con l’acquisizione del catalogo Pink Floyd da parte di Sony Music nell’ottobre 2024, approda nelle sale cinematografiche di tutto il mondo e nei circuiti IMAX ad aprile 2025. Il 2 maggio 2025 arriva la vera novità storica: la prima pubblicazione ufficiale e integrale del concerto in formato audio, Pink Floyd at Pompeii – MCMLXXII, disponibile su vinile, CD e formati digitali ad alta definizione: mai, prima di allora, l’intera performance era stata pubblicata ufficialmente su supporto audio. Nell’estate del 2025 l’album raggiunge perfino la vetta della classifica britannica, a testimonianza di un’opera iconica che non ha mai smesso di affascinare.

A rendere ancora più singolare la vicenda di questo film mai davvero concluso resta il suo rapporto con l’eredità culturale che genera. Jonny Greenwood dei Radiohead lo impone ai compagni come modello per i loro video musicali già nei primi anni Novanta; i Beastie Boys ne omaggiano le immagini nel video di Gratitude del 1992; per ultimi i Dream Theatre che il 2 luglio 2025 hanno eseguito proprio nell’anfiteatro Echoes in omaggio ai Pink Floyd. E se l’anfiteatro di Pompei è rimasto per quarantacinque anni un luogo suonato ma mai davvero vissuto da un pubblico, David Gilmour vi torna il 7 e l’8 luglio 2016, da solista, questa volta davanti a duemilaseicento spettatori paganti per due date sold out, ricevendo dalla città la cittadinanza onoraria: un’inversione speculare del concetto originario di anti-Woodstock, e la prova che quell’idea nata da un passaporto smarrito continua, mezzo secolo dopo, a generare nuovi capitoli. Il 24 luglio 2023 è toccato a Nick Mason ricevere la cittadinanza onoraria di Pompei, prima della sua esibizione con i Saucerful Of Secrets al Teatro Grande, riproponendo tutti e 3 i brani suonati 52 anni prima nel vicino anfiteatro.