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Sapete qual è il paradosso più bello della Black Strat di David Gilmour? Che per noi è sempre stata un’icona intoccabile, un pezzo di storia del rock da venerare, mentre per lui è sempre stata – almeno fino a un certo punto – semplicemente una chitarra. Uno strumento di lavoro. Un “ferro del mestiere”. Un banco di prova su cui sperimentare, modificare, a volte anche pasticciare.
Eppure è proprio questa Stratocaster del ’69, comprata quasi per disperazione in un negozio di New York, a essere diventata la voce più riconoscibile dei Pink Floyd. E adesso, dopo essere stata la chitarra più costosa mai venduta all’asta nel 2019 – quasi quattro milioni di dollari, se vi interessa il dettaglio – sta per tornare sotto i riflettori. Christie’s la metterà all’asta il 12 marzo 2026 a New York, dopo la morte del suo ultimo proprietario, il collezionista Jim Irsay.
Ma questa non è solo la storia di un’asta. È la storia di come uno strumento possa diventare qualcosa di più: un partner creativo, un artefatto culturale, la colonna sonora di una generazione intera.

Quando il disastro diventa fortuna

Maggio 1970. I Pink Floyd sono in tour negli Stati Uniti e a New Orleans succede quello che ogni musicista teme: gli rubano tutto l’equipaggiamento. Compresa la prima Stratocaster nera di Gilmour, che aveva comprato appena sei settimane prima. Tour interrotto, volo di ritorno per Londra, e sulla strada – per necessità più che per scelta – una sosta d’emergenza da Manny’s on West 48th Street, a New York.
Chiunque abbia un minimo di cultura chitarristica sa cos’era Manny’s. Un tempio. Gilmour stesso l’ha ricordato con quella nostalgia particolare che hanno gli inglesi quando parlano dell’America degli anni Settanta: “Era già leggendario… Un’esperienza molto newyorkese. Il tipo di posto che noi ragazzi inglesi avevamo visto nei film… difficile da descrivere, ma era un posto meraviglioso.”
Lì dentro trovò una Stratocaster del 1969 con una finitura nera spruzzata sopra un corpo sunburst e un manico in acero. Niente di speciale, almeno all’apparenza. La comprò, la portò a casa, e poche settimane dopo la suonò per la prima volta dal vivo al Bath Festival, dove i Floyd presentarono quella composizione di 25 minuti con orchestra e coro che sarebbe diventata Atom Heart Mother.
Fin dall’inizio, quella chitarra sembrava destinata ai momenti di rottura.

Gli anni d’Oro: quando una chitarra diventa una band

Dal 1971 in poi, la Black Strat divenne il suo strumento principale. “La usavo praticamente su tutto,” ha detto Gilmour, “a meno che non ci fosse una ragione per volere un suono diverso.” E se pensate che stia esagerando, beh, date un’occhiata alla lista: Meddle, The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall, The Final Cut. Praticamente tutta l’epoca d’oro dei Floyd passa attraverso quei pickup.
Su Meddle ci ricavò quegli effetti “seagull calls” di Echoes – quei versi di gabbiano che sembrano provenire da un’altra dimensione. Su The Dark Side of the Moon suonò l’assolo devastante di Time e due dei tre assoli di Money. Ma è con Wish You Were Here che la simbiosi raggiunge l’apice. Phil Taylor, il suo tecnico storico, racconta che durante le prove quel sublime arpeggio di quattro note che apre Shine On You Crazy Diamond “saltò fuori dalla chitarra” quasi da solo. Come se lo strumento avesse qualcosa da dire e stesse aspettando solo il momento giusto.
E poi c’è Comfortably Numb. L’assolo registrato ai Super Bear Studios in Francia, uno di quelli votati infinite volte come “il migliore di sempre” in tutte le classifiche possibili. Gilmour l’ha raccontato a Guitar World con quella nonchalance che ti fa venire voglia di piangere: “Sono semplicemente uscito in studio e ho buttato giù cinque o sei assoli.”
Cinque o sei assoli. Uno di quelli è finito su The Wall ed è diventato la colonna sonora di milioni di vite. Ecco cosa intendo quando dico che per lui era “semplicemente una chitarra.”

Il laboratorio vivente di Gilmour

Mentre noi pensavamo alla Black Strat come a una reliquia sacra, Gilmour la trattava come un meccanico tratta la sua auto preferita: la smontava, la modificava, sperimentava. Ha cambiato pickup, selettori, ponti, meccaniche. Ha sostituito il manico almeno sei volte, alternando palissandro, acero, manici custom Charvel in acero birdseye. Nel 1974 le cambiò il battipenna, da bianco a nero, dandole quel look definitivo che tutti conosciamo.
Ma le modifiche più affascinanti sono quelle che non hanno funzionato. Nel 1972, per creare un loop di effetti complesso, praticò un foro enorme sul fianco della chitarra per installarci una presa XLR. L’esperimento durò poco e il buco fu riparato alla buona con segatura e colla per legno. Una cicatrice ancora visibile oggi. Gilmour, da vero sperimentatore, aggiunse anche un piccolo interruttore per attivare contemporaneamente i pickup al manico e al ponte, cercando di emulare il suono di una Jazzmaster. “È stato uno degli esperimenti che ho fatto e che ho ancora,” ha commentato.
Nel 1983 arrivò il tremolo Kahler, di cui accorciò la leva con un seghetto. Secondo lui si adattava meglio al suo stile. Secondo Phil Taylor, invece, fu “meno riuscito” perché alterò troppo il suono originale. E infatti, poco dopo, la Black Strat finì in pensione.

L’esilio al Hard Rock Café

Intorno al 1986, quando arrivarono le nuove Fender ’57 vintage reissue, Gilmour mise da parte la Black Strat per una Stratocaster Candy Apple Red. E la chitarra più importante della storia del rock progressivo dove finì? Prestata all’Hard Rock Café di Dallas, Texas. Esposta in un ristorante, tra hamburger e cocktail, per oltre un decennio.
Quando tornò a casa nel 1997, era “in cattive condizioni.” Gilmour la mandò subito da Chandler Guitars per un restauro completo. Via il Kahler, ritorno al tremolo Fender originale. La chitarra rinasceva.

Il ritorno al Live 8

2 luglio 2005. Live 8, Londra. I Pink Floyd si riuniscono per la prima volta dopo 24 anni. E Gilmour sale sul palco con lei, la Black Strat.
Phil Taylor ha descritto quel momento con parole che ti fanno venire i brividi: “Il suo suono è istantaneamente asceso a quello che può essere descritto solo come ‘un altro livello.’ Il suo linguaggio del corpo è cambiato, diventando animato e interagendo con la chitarra come se avesse appena ritrovato un vecchio amico perduto da tempo.”
Da quel giorno, la Black Strat è tornata a essere il suo strumento principale. L’ha usata su On An Island, The Endless River, Rattle That Lock. E quando è tornato a Pompei nel 2016, 45 anni dopo il documentario leggendario, quella chitarra era di nuovo lì, dove doveva essere.

Dal palco alla bacheca

Nel 2006 la Fender creò la David Gilmour Signature Stratocaster, replicando ogni dettaglio – usura compresa – della Black Strat. Nel 2019, Gilmour decise di vendere gran parte della sua collezione per beneficenza, devolvendone il ricavato a ClientEarth. La Black Strat andò all’asta da Christie’s e raggiunse 3,975 milioni di dollari. Record assoluto. Se la aggiudicò Jim Irsay, collezionista e proprietario degli Indianapolis Colts.
Irsay l’ha trattata con rispetto: l’ha esposta, l’ha fatta suonare dal vivo da Kenny Wayne Shepherd. Ma il 21 maggio 2025 Irsay è morto, e la sua famiglia ha deciso di vendere la collezione.
Il 12 marzo 2026 la Black Strat tornerà all’asta. Christie’s stima tra i 2 e i 4 milioni di dollari. Prima dell’asta farà un tour mondiale: Londra, San Francisco, Los Angeles, Las Vegas, New York. Potrete vederla, starle vicino, sentire quel peso di storia che porta con sé.

Più di una Chitarra

La domanda che tutti si fanno è: chi la comprerà? Finirà in un museo? In un’altra collezione privata? Tornerà mai su un palco?
Ma forse la domanda giusta è un’altra. Questa chitarra, comprata per disperazione dopo un furto, modificata fino allo sfinimento, pensionata in un ristorante e poi riportata in gloria, ha dato voce al suono più riconoscibile del rock progressivo. Ha pianto su Wish You Were Here, ha urlato su The Wall, ha sussurrato su The Endless River.

Non è più solo uno strumento. È la testimonianza che a volte le cose più grandi nascono per caso, che la perfezione si raggiunge attraverso l’imperfezione, e che un pezzo di legno e metallo può davvero contenere l’anima di un’epoca intera.
Chiunque la comprerà, non starà comprando una chitarra. Starà comprando un pezzo della nostra memoria collettiva. E questa, amici, non ha prezzo.

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