The Final Cut

The Final Cut

Tracklist The Final Cut

  • The Post War Dream
  • Your Possible Pasts
  • One Of The Few
  • The Hero’s Return
  • The Gunners Dream
  • Paranoid Eyes
  • Get Your Filthy Hands Off My Desert
  • The Fletcher Memorial Home
  • Southampton Dock
  • The Final Cut
  • Not Now John
  • Two Suns In The Sunset

Dal 2006 in poi è stata aggiunta la canzone When The Tigers Broke Free

L‘album

  • Data di uscita: 21 marzo 1983 (Regno Unito ed Europa continentale) — 2 aprile 1983 (Stati Uniti)
  • Etichetta: Harvest Records
  • Numero di catalogo: SHPF 1983
  • Produzione: Roger Waters, James Guthrie, Michael Kamen
  • Ingegnere del suono: James Guthrie, con Andy Jackson come secondo ingegnere
  • Ingegneri assistenti: Andy Canelle, Mike Nocito, Jules Bowen
  • Studi di registrazione: Billiard Room (Sheen, Londra), Hook End Studios (Oxfordshire), Mayfair Studios (Primrose Hill, Londra), Olympic Studios (Richmond upon Thames), Eel Pie Studios (Twickenham), RAK Studios (Londra), Audio International Studios (Londra), Abbey Road Studios (Londra)
  • Periodo di registrazione: maggio 1982 – febbraio 1983
  • Artwork / Copertina: concepita da Roger Waters, fotografie di Willie Christie
  • Classifiche: Regno Unito #1 (25 settimane in classifica) — Francia, Germania Ovest, Svezia, Norvegia, Nuova Zelanda #1 — Stati Uniti #6, certificato disco di platino nel maggio 1983
  • Critica all’uscita: cinque stelle da Kurt Loder su Rolling Stone; stroncatura di Lynden Barber, che lo definì “a milestone in the history of awfulness”

Il contesto
The Final Cut nasce da un obbligo contrattuale: dopo il successo planetario di The Wall e del relativo film, la Harvest pretende un nuovo disco che includa i brani riregistrati per la pellicola, comprese le due versioni di “In the Flesh” cantate da Bob Geldof e “Bring the Boys Back Home”, oltre a “When the Tigers Broke Free” e “What Shall We Do Now?”, scartate dall’album originale. Il progetto, inizialmente intitolato Spare Bricks e giudicato da Waters privo di sostanza sufficiente, cambia natura nella primavera del 1982, quando la guerra delle Falkland tra Regno Unito e Argentina fornisce al bassista un nuovo asse tematico: il tradimento dei governi verso i soldati sacrificati in nome di interessi politici, tema che Waters lega direttamente alla memoria del padre, caduto ad Anzio nel 1944.
Genesi e paternità
L’album è scritto, cantato e concepito quasi integralmente da Roger Waters, che firma tutti e tredici i brani e ne canta la quasi totalità, lasciando a David Gilmour solo le strofe di “Not Now John”. Il sottotitolo del disco, A Requiem for the Post War Dream, riassume l’impianto concettuale: il narratore è un ex combattente traumatizzato, lo stesso insegnante di “The Happiest Days of Our Lives” in The Wall. Diversi brani, tra cui “The Gunner’s Dream” e “The Fletcher Memorial Home”, recuperano materiale scartato dalle sessioni di The Wall, scelta che David Gilmour contesterà pubblicamente negli anni successivi.
Registrazione e produzione
Le sessioni, condotte tra maggio 1982 e febbraio 1983, si frammentano su otto studi: dalla Billiard Room di Waters a Sheen, agli Hook End Studios di proprietà di Gilmour nell’Oxfordshire, fino a Mayfair, Olympic, Eel Pie, RAK, Audio International e infine Abbey Road, dove il 22 e 23 luglio 1982 la National Philharmonic Orchestra diretta da Michael Kamen registra le parti orchestrali. La produzione è firmata da Waters, Guthrie e Kamen; Bob Ezrin viene escluso dopo la fuga di notizie sul tour di The Wall, mentre Gilmour chiede di essere rimosso dai crediti di produzione dopo ripetuti scontri con Waters sull’impostazione sonora del disco. James Guthrie segue le parti chitarristiche di Gilmour, Andy Jackson quelle vocali di Waters: i due membri registrano separatamente, evitando quasi ogni confronto diretto in studio. Nelle session viene inoltre impiegato per la prima volta il sistema holophonics, tecnica di spazializzazione sonora ideata dall’argentino Hugo Zuccarelli nel 1980, usata per tutti gli effetti sonori del disco.
Gli strumenti
Waters suona il suo Fender Precision Sunburst, Nick Mason il kit Ludwig. Gilmour utilizza la “Black Strat” con manico sostituito da un Charvel a ventidue tasti, che guadagna un semitono di estensione, oltre a una Gibson Les Paul Goldtop del 1956 dotata di leva Bigsby. Michael Kamen e Andy Bown si dividono le tastiere in sostituzione di Richard Wright, ormai fuori dalla formazione; Ray Cooper interviene su percussioni, Andy Newmark sostituisce Mason alla batteria in “Two Suns in the Sunset”, mentre il sassofonista Raphael Ravenscroft firma gli assoli di fiati.
La copertina
Waters cura personalmente l’artwork insieme al cognato Willie Christie, autore degli scatti. Su fondo nero campeggiano un papavero del Remembrance Day e quattro nastrini di medaglie della Seconda guerra mondiale; il retro copertina mostra un soldato trafitto da un coltello con una pizza di pellicola sotto il braccio, mentre il gatefold interno accosta immagini di guerra, religione e atomica.
Ricezione e peso storico
The Final Cut raggiunge il primo posto in Regno Unito, Francia, Germania Ovest, Svezia e Norvegia — traguardo mai raggiunto né da The Dark Side of the Moon né da The Wall — ma si ferma al sesto posto negli Stati Uniti, risultando l’album meno venduto della band dai tempi di Meddle. La critica resta divisa tra l’entusiasmo di Kurt Loder su Rolling Stone e la stroncatura di Lynden Barber. Il disco segna l’ultima collaborazione in studio tra Waters, Gilmour e Mason e l’unico album dei Pink Floyd mai portato in tour.

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