- 5 A.M.
- Rattle That Lock
- Faces Of Stone
- A Boat Lies Waiting
- Dancing Right In Front Of Me
- In Any Tongue
- Beauty
- The Girl In The Yellow Dress
- Today
- And Then…
Tra il 2012 e il 2015, mentre ai Medina Studio di Hove prende forma anche The Endless River, Gilmour lavora in parallelo a un disco tutto suo, pubblicato il 18 settembre di quell’anno. Rattle That Lock non è un concept album nel senso classico del termine floydiano, ma qualcosa di più sottile: la giornata tipo di un uomo di mezza età alle prese con la morte e la perdita, un impianto che pesca da Paradise Lost di Milton (lo stesso poema che nutre anche The Kindness, il romanzo che Polly Samson pubblicherà di lì a poco, al punto che il “Book II” del poema finisce stampato nella confezione deluxe del disco). La title track, secondo il comunicato stampa dell’epoca, racconta la caduta di Satana dal regno dei cieri e il suo viaggio attraverso pandemonio, purgatorio e caos per corrompere la vergine Terra: un’immagine altissima costruita, paradossalmente, sopra il giro di note del jingle delle ferrovie francesi SNCF, firmato da Michaël Boumendil e co-accreditato in scrittura. Dieci canzoni, cinquantadue minuti, aperti e chiusi da due strumentali (5 A.M. e And Then…) con una terza pausa strumentale (Beauty) incastonata a metà. Sei testi sono di Polly Samson, uno di Gilmour stesso (Faces Of Stone), e un cast di ritorno da On An Island: Steve DiStanislao, Guy Pratt, David Crosby, Graham Nash, Rado Klose, Andy Newmark, Jools Holland, Phil Manzanera coproduttore, Chris Laurence, Robert Wyatt, Zbigniew Preisner. Gabriel Gilmour debutta al piano in In Any Tongue. La voce del Liberty Choir, un coro di ex detenuti, viene registrata alla Church of the Holy Spirit di Clapham. Quattro singoli scaglionati fra luglio 2015 e marzo 2016 (Rattle That Lock, Today, Faces Of Stone, In Any Tongue) bastano a portare l’album al primo posto in Gran Bretagna e in altri undici paesi, quinto negli Stati Uniti.
Dentro quella cornice c’è un dettaglio che pesa più di ogni classifica: l’apertura di A Boat Lies Waiting affidata a un campione della voce di Richard Wright, morto sette anni prima. Non è un gesto isolato. Gilmour riporta Wright nei Pink Floyd già nel 1985, dopo l’uscita di Waters; lo vuole con sé in On An Island e nel tour del 2006, quando (come racconta allora il tecnico del suono Andy Jackson) i due si ritrovano sui palchi più piccoli dei teatri come in una “seconda luna di miele”, capaci di scambiarsi ancora sguardi e fraseggi nella parte centrale di Echoes dopo gli anni di distanza e di The Final Cut. Quando Wright muore nel settembre 2008, le sue registrazioni inedite finiscono al centro di The Endless River, tributo esplicito secondo le stesse parole di Gilmour. La voce parlata in A Boat Lies Waiting arriva da lì, da quella stessa urgenza: “Rick amava la vela,” dice Gilmour all’epoca, “era il suo amore principale”. E poi, più intimo: “Mi mancano la sua abilità e la nostra comune intuizione, o telepatia. Molte canzoni mi ricordano Rick.” Rattle That Lock non lo dichiara mai apertamente, ma porta addosso quel lutto rielaborato con la discrezione tipica di Gilmour.
Il vertice del disco arriva a metà scaletta con In Any Tongue, testo di Polly Samson e musica di Gilmour: un brano che dal vivo, complice il ritmo solenne in 4/4 e un lungo assolo di chitarra, qualcuno nel pubblico gilmouriano liquida frettolosamente come “un’altra Comfortably Numb”, somiglianza che si ferma però alla cadenza. Il testo lavora sul doppio senso della parola tongue (organo del gusto nella prima strofa, lingua/idioma nella seconda) per raccontare la guerra dal punto di vista di una donna preoccupata per la fragilità della pace e per i figli, prima di virare nel ritornello sulla voce angosciata del soldato che deve premere un grilletto o pilotare un drone. Gli arrangiamenti orchestrali sono di Zbigniew Preisner, il piano è quello di Gabriel Gilmour, la batteria del vecchio amico Andy Newmark; il videoclip animato, diretto da Danny Madden, riprende lo stesso immaginario del suo cortometraggio Confusion Through Sand del 2013. È il momento in cui Gilmour, dopo decenni passati a interpretare i testi bellici di Waters restandone spettatore quasi riluttante, trova finalmente una voce propria sul tema (non sua sulla carta, visto che a scrivere è Polly, ma pienamente sua nel modo in cui la incarna).
Il tour che segue cambia pelle in corsa. Escono Phil Manzanera alla chitarra e Jon Carin alle tastiere, entrano Chester Kamen, Chuck Leavell (un passato con Allman Brothers e Rolling Stones) e Greg Phillinganes. Gilmour li conosce da anni prima ancora di lavorarci insieme: Phillinganes lo ha incrociato negli anni Ottanta come direttore musicale del Bad Tour di Michael Jackson, con una serata particolarmente animata a Parigi rimasta nella memoria di entrambi; Chuck Leavell risale a un tribute show per Les Paul nel New Jersey nel 1984; Chester Kamen al Live Aid, al fianco di Bryan Ferry. “Sarebbe stupido non prendere nota delle persone che hai visto suonare bene,” dice Gilmour ricordando quella squadra rimessa insieme quasi per accumulo di anni. Il bisogno è anche pratico: si sente stanco di trascinarsi dietro l’intera band precedente e cerca, con le sue parole, “una boccata d’aria”.
Quella boccata d’aria lo porta a Pompei, il 7 e l’8 luglio 2016: primo concerto rock tenuto davanti a un pubblico nell’Anfiteatro di Pompei dal 79 d.C., dal momento che le riprese di Pink Floyd Live at Pompeii firmate da Adrian Maben nell’ottobre 1971 erano avvenute senza spettatori, a uso esclusivo della troupe. Il tutto esaurito da 2.600 posti per le due date consegna a Gilmour il titolo di primo artista capace di riempire quel luogo, con dentro perle come Wish You Were Here e Shine on You Crazy Diamond; pochi giorni dopo sarebbe toccato a Elton John, anche lui sold out nello stesso anfiteatro, in un’estate che apre di fatto la stagione dei grandi concerti nei siti archeologici italiani, con l’otto per cento degli incassi devoluto al Ministero dei Beni Culturali e alla Soprintendenza. Gilmour ci era già tornato da turista, portandoci i figli in visita guidata (l’anfiteatro non fa parte del percorso aperto al pubblico, serve un permesso speciale) e ne parla come di un luogo con “una maestosità e un’atmosfera che non si trovano in nessuna arena moderna”. Gli conferiscono la cittadinanza onoraria: “Forse potrò tornare e ottenere un pasto gratis,” scherza, “non credo che mi permetterebbero di portarci il mio gregge di pecore, però.”
Da quelle due serate nasce il film Live at Pompeii, diretto da Gavin Elder (già al lavoro con Gilmour nel tour del 2006) uscito prima nelle sale il 13 settembre e poi nei negozi il 29, anticipato da tre singoli digitali: Rattle That Lock, One Of These Days, Run Like Hell. La scaletta, ricostruita in gran parte sulla prima serata con innesti dalla seconda, pesca sei brani da Rattle That Lock (5 A.M., la title track, Faces Of Stone, A Boat Lies Waiting, In Any Tongue, Today), due da On An Island, tre da The Division Bell, uno da A Momentary Lapse of Reason, quattro da The Dark Side of the Moon, uno da Atom Heart Mother, uno da Meddle, due da Wish You Were Here e due da The Wall (un equilibrio deliberato fra il catalogo solista e quello dei Floyd che rimane la cifra di tutti i tour successivi di Gilmour, schermo circolare compreso). Sul palco, oltre a Kamen, Phillinganes e Leavell, ci sono Guy Pratt, Steve DiStanislao, João Mello, Bryan Chambers, Lucita Jules e Louise Marshall, ciascuno con compiti precisi fin nei dettagli più minuti: lo stesso Gilmour, oltre a chitarra e voce, suona i piatti in One Of These Days e fischia in In Any Tongue. L’album del concerto arriva terzo in Gran Bretagna, quarantacinquesimo negli Stati Uniti, primo (curiosamente) solo in Italia e Repubblica Ceca.