Il documentario su Syd Barrett: il panel di Cambridge

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Per Storm Thorgerson il documentario su Syd Barrett, Have You Got It Yet? (The Story Of Syd Barrett And Pink Floyd), era anche un modo per salutare gli amici. Lo ha raccontato a Cambridge il regista Roddy Bogawa, ospite all’OpenSpace, nell’ambito delle celebrazioni per gli 80 anni di Syd, insieme al produttore Julius Beltrame e a Rupert Truman, storico collaboratore di Storm, che si è occupato della proiezione.

La sigla che firma il film, Cat Called Rover, viene da un’intervista. Lindsay Korner, una figura importante della cerchia giovanile di Cambridge, aveva un gatto di nome Rover Angelica, un nome da cane per un gatto. Il dettaglio piacque così tanto a Thorgerson che lo adottò come titolo provvisorio del progetto, con frequenti equivoci anche per via del gatto di Jenny Spires.

Bogawa, americano, ha spiegato il suo legame con i Pink Floyd: il primo concerto a cui assistette da spettatore fu proprio uno show della band. Più tardi, ai tempi dell’università, il suo gruppo provò a suonare i brani di The Piper at the Gates of Dawn senza riuscirci, perché le strutture di Barrett gli sembravano imprevedibili e irregolari nella metrica.

Il lavoro è durato dieci-dodici anni: due in una fase di stallo completo, il limbo, e circa dieci di ricerca. Secondo i relatori, la lunghezza si è rivelata utile. Man mano che si sapeva del documentario, collezionisti e testimoni dell’epoca hanno messo a disposizione materiali mai visti. Tra questi le fotografie scattate ad Abbey Road da Phil Taylor, storico tecnico delle chitarre di David Gilmour. Per ottenerle Bogawa ha scritto cinque e-mail e fatto cinque telefonate. A montaggio quasi chiuso Gayla Pinion ha mandato ai realizzatori i suoi due anelli di fidanzamento dell’epoca, che sono stati fotografati subito in studio e inseriti nel film. In sala c’erano Ian e Mark Barrett, della famiglia di Syd, che secondo i relatori hanno sostenuto il progetto lungo tutta la lavorazione.

Il centro emotivo del film, nelle parole di Bogawa, è Thorgerson. Rivedendo il girato delle interviste condotte da Storm, il regista si è accorto di una cosa: sapendo di essere gravemente malato, Storm usava la cinepresa per congedarsi dai vecchi amici. Interrompeva spesso gli intervistati, David Gilmour compreso, per aggiungere le proprie osservazioni. Bogawa ha riportato come si presentava ai set: «Sto facendo questo film sul nostro amico Syd; il regista è un americano che si chiama Roddy Bogawa, non so dove diavolo sia, forse alle Hawaii o a Los Angeles, quindi l’intervista la faccio io. E, tra l’altro, sto morendo». Con questo spirito è stato concepito il montaggio, puntando sulla rete di relazioni degli anni Sessanta, con Jenny Spires a fare da tramite per rintracciare i testimoni. Bogawa ha aggiunto un ricordo che rende l’idea del personaggio: prima di un incontro pubblico Storm li fece camminare sotto la pioggia fino a inzuppare lui, Beltrame e Truman.

Dello stesso umore era la prima parte del panel, costruita come un quiz in stile Thorgerson, con domande volutamente da specialisti. La prima chiedeva il titolo originale di Candy and a Currant Bun, e la sala ha risposto Let’s Roll Another One. La seconda partiva da Interstellar Overdrive, che si ispira a My Little Red Book nella versione dei Love, e chiedeva chi fossero il chitarrista solista e il cantante del gruppo statunitense: Johnny Echols alla chitarra, Arthur Lee alla voce e alla composizione. In palio c’erano il DVD del documentario su Thorgerson diretto da Bogawa e una copia rilegata di The Raging Storm, il volume fotografico sui lavori di Thorgerson per i Pink Floyd e altri artisti.

I relatori hanno poi mostrato tre idee grafiche abbandonate. La prima erano dei mandala animati ricavati dagli insetti disegnati da Syd per la grafica del suo secondo album solista, Barrett: Bogawa li aveva elaborati al computer, destinandoli a menu e inserti. Dopo due giorni di lavoro e di rendering li ha giudicati stucchevoli e fuori tono rispetto al film, e li ha eliminati.

La seconda era un’inquadratura del fotografo Stuart, collaboratore di Thorgerson, che spesso faceva da controfigura a Barrett per la folta capigliatura. Posizionato nell’androne dello studio, appariva sdoppiato in uno specchio, con un omaggio a René Magritte e a un noto autoritratto di Storm. L’immagine richiamava i temi dell’assenza e del doppio, ma non è andata oltre lo studio al computer, ed è stata mostrata al pubblico come documento inedito.

La terza riguardava i titoli di testa. Il team aveva filmato sabbia vera, asciutta e bagnata, soffiata via dall’aria nello studio di Truman, e riprodotto la ripresa avanti e all’indietro, per evocare l’impermanenza di un mandala di sabbia. Sono stati tutti d’accordo che l’effetto fosse artificioso e banale, e a nulla sono valse le prove con montaggi e velocità diversi.

Più ampia la parte sulle rievocazioni. Il primo materiale mostrato era un estratto girato a Los Angeles da Thorgerson, che aveva disegnato la copertina di un album dell’attore Corey Feldman. In quelle immagini Feldman recitava testi di Barrett. La sequenza è stata tolta perché la scelta editoriale era di non includere celebrità senza un legame storico o personale con Syd. L’esclusione, hanno ricordato i relatori, ha suscitato la protesta pubblica di Feldman sui social.

Poi un progetto mai realizzato. A metà lavorazione Bogawa propose a Thorgerson di eliminare del tutto le interviste a figura intera, ispirandosi al cortometraggio proiettato ai concerti dei Pink Floyd durante Shine On You Crazy Diamond, quello sulla crescita di un bambino. Ne sarebbe uscito un film solo di immagini, sostenuto da voci fuori campo. Storm cominciò a buttare giù qualche soggetto, ma l’aggravarsi della malattia fermò tutto.

Per raccontare il distacco di Barrett dal resto della band, Storm aveva immaginato una scena grandiosa: quattro ragazzi su una barca a remi che lasciano Syd a riva, mentre lui guarda un enorme transatlantico con il logo di The Dark Side of the Moon. Il budget non permetteva di noleggiare una nave e si è ripiegato su un’immagine terrestre. Hanno usato un camion articolato prestato da un vecchio roadie dei Floyd, quindici fumogeni arancioni da paintball, i figli di Lee Baker che spingevano un Maggiolino Volkswagen fornito da un collezionista di Potter’s Bar, Stuart nel ruolo di Barrett e maschere di gomma con i volti dei Pink Floyd. Si è girato con videocamere Canon 5D, con Storm che dava le direttive a gran voce dalla sedia a rotelle.

Un’altra scena ricostruisce il viaggio verso il 24 Hour Technicolor Dream all’Alexandra Palace, l’Ali Pali. Alla guida di un furgone Transit hanno messo Peter Jenner, storico manager della band, con parrucca e cosmonicles, gli occhiali ingranditi dell’epoca. La scena è stata girata nel parcheggio della struttura, per evitare problemi con la polizia e rischi sulla strada. Ai cameramen il regista ha chiesto di muoverle a mano per imitare le distorsioni percettive dell’LSD.

Il panel ha dedicato spazio anche alle testimonianze di musicisti, in parte mostrate in materiale inedito. Graham Coxon dei Blur ha analizzato Terrapin. Ne ha riconosciuto il ritmo saltellante in 6/8, vicino al music hall britannico e a canzoni popolari come Let’s All Go Down the Strand, ma eseguito molto più lento, tanto da dare un senso di movimento fluttuante, subacqueo. Per Coxon il brano tiene insieme un candore infantile e un’oscurità sotterranea, che affiora nei versi sui fondali bui sotto i massi e sui denti rovinati. Ha parlato poi della natura visiva ed «elfica» dei primi testi di Barrett, accostandola alla malinconia d’avanguardia di Scott Walker, e ha detto che prima o poi vorrebbe registrarne una versione ritmata con la batteria.

Pete Townshend ha chiesto lui stesso di essere intervistato. Ha ricordato di aver portato Eric Clapton a vedere i Pink Floyd per fargli sentire come Barrett usava due unità d’eco Binson. Ha dichiarato che l’unica volta in cui saltò un concerto degli Who fu per andare all’UFO Club, sotto LSD, ad ascoltare Syd. Ha raccontato anche il suo ultimo bad trip, avuto con Keith Moon su un volo da San Francisco a Londra: vide le hostess trasformarsi in maiali, ebbe la sensazione di sentire i pensieri dei passeggeri e di cavalcare la fusoliera. Da quel momento lasciò gli allucinogeni e si rivolse a un guru orientale.

Bogawa ha rivelato che era prevista un’intervista a Chris Cornell, che rifaceva dal vivo brani di Barrett da solista, prima della sua scomparsa. Nel film compare invece un poeta che insegna al Bard College e che dice di aver deciso di dedicarsi alla poesia dopo aver ascoltato i testi di The Madcap Laughs. Tentata anche l’intervista a David Bowie, a New York, noto estimatore di Syd. Bowie rispose di essere troppo occupato. Solo dopo si è capito il motivo: era alla fase finale della sua malattia e lavorava in segreto a Blackstar.

Il passaggio di Townshend sul guru ha aperto il capitolo del misticismo. Nei primi anni Sessanta Cambridge fu attraversata dalle correnti spirituali orientali, che attiravano studenti e ambienti intellettuali vicini a Barrett come alternativa agli allucinogeni e ai modelli borghesi del dopoguerra. Dai filmati è emerso che alcuni del gruppo storico, tra cui l’amico Nigel e lo stesso Thorgerson, aderirono a Sant Mat, il movimento spirituale indiano. L’archivio documenta un episodio: Syd andò con Storm e Nigel a un incontro per ricevere l’iniziazione dal capo spirituale del movimento, che rifiutò con una frase secca: «È troppo presto per Syd».

Nel panel si è letto questo rifiuto come un colpo duro per Barrett. Mentre gli amici più stretti venivano ammessi a un percorso strutturato e comunitario, lui fu escluso, e secondo questa interpretazione lo visse come un giudizio sulla propria inadeguatezza, che avrebbe accentuato la solitudine e il progressivo ritiro dalle dinamiche di gruppo. Si tratta, va precisato, di una lettura emersa nel dibattito, non di un fatto documentato nei suoi effetti.

Nelle domande del pubblico si è parlato di un’edizione ampliata con tutti gli scarti. I relatori hanno ricordato che il Blu-ray attuale contiene già diversi extra, ma ulteriori materiali d’archivio restano bloccati dai costi di licenza per i diritti musicali e fotografici. Truman e Beltrame hanno segnalato anche il ritorno d’interesse dei più giovani, compresi i loro figli adolescenti, per i supporti fisici: con lo streaming il contenuto non è davvero di chi lo guarda e può sparire da un giorno all’altro, mentre un disco resta.

Su questo Bogawa ha riportato una conversazione con Thorgerson sul passaggio dal vinile da 12 pollici a cassette e CD. Gli aveva chiesto se non fosse frustrato dalla riduzione dello spazio per la grafica. Storm rispose: «Non posso farci niente, quindi perché dovrei preoccuparmene?». Aggiunse che la presenza contemporanea di vinile, cassetta e CD gli permetteva di concepire tre versioni grafiche diverse dello stesso album, e trasformava un vincolo dell’industria in una sfida creativa.

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