Rob Chapman a Cambridge per gli 80 anni di Syd Barrett

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Rob Chapman, autore della biografia Syd Barrett: A Very Irregular Head, ha parlato per circa un’ora e mezzo ieri, 9 ottobre 2026, alla OpenSpace Gallery di Cambridge. È stato il primo appuntamento delle iniziative per gli 80 anni di Syd Barrett.

Una precisazione prima di entrare nel merito. Si trattava di un talk senza microfono, in inglese, e la comprensione dal vivo di una lingua che non è la nostra può aver prodotto qualche imprecisione: un nome sentito male, una data, un titolo. Quello che segue è il resoconto più fedele possibile di ciò che è stato detto. Se qualcuno dei presenti ha osservazioni o correzioni da fare, può scriverle nei commenti.

Chapman è partito dai suoi libri, e in particolare dall’ultimo, che non è una biografia. Unsung è un romanzo, e nasce da un tweet. Tra il 2020 e il 2022 l’autore si imbatté in un messaggio che ipotizzava un incontro fra Syd Barrett e Nick Drake nei caffè di Boston Street, nel 1974, poco prima delle ultime sessioni di registrazione di entrambi. Riconobbe subito che l’idea reggeva una storia. Cancellò il tweet per evitare che qualcuno la usasse prima di lui e scrisse il manoscritto in circa un anno, senza blocchi, come ha raccontato. L’editoria tradizionale non lo volle. Chapman lo pubblicò da sé e lo vendette a 6 sterline, in contanti, durante i suoi incontri dal vivo e attraverso i social.

I numeri che ha citato sono questi: Unsung ha sfiorato le 900 copie senza una sola recensione sulla stampa generalista. Per dare la misura, ha ricordato che la narrativa letteraria nel Regno Unito vende in media 172 copie all’anno per titolo, e che molti libri non arrivano a 50 in tutto. Per Chapman è la conferma che il rapporto diretto fra un autore e un pubblico specialistico può funzionare anche senza passare dai canali consueti.

A Very Irregular Head ebbe un percorso opposto. Il libro fu presentato per la prima volta proprio a Cambridge, sedici anni fa, in una libreria Waterstones, alla presenza di persone che avevano conosciuto Syd da vicino, tra cui Jenny Spires (all’epoca Jenny Lesmore Gordon) e la sorella Rosemary Barrett. La critica lo accolse in modo quasi unanime. Fa eccezione una recensione sull’Independent che parlò di «special pleading», cioè di una difesa di parte. Chapman ha respinto l’accusa con fermezza: il libro, ha ricordato, non nasconde né i problemi di salute mentale che accompagnarono Barrett per tutta la vita né due testimonianze dirette di episodi di violenza fisica verso donne. Il ritratto, nelle sue intenzioni, doveva essere completo, senza santificazioni.

Dai libri il discorso è passato alla pittura, che per Chapman è la chiave per capire tutto il resto. Barrett frequentò la Camberwell School of Art ma lasciò dopo poco più di un anno. Il rapporto con le arti visive, però, non si interruppe con la fine della sua stagione musicale. Chapman ha descritto gli anni Settanta, soprattutto la seconda metà, come un deserto creativo e personale, il periodo in cui Syd sparì dalla vita pubblica e dai familiari. Quando tornò a dipingere, la ricerca era ancora viva. Alcuni osservatori e vecchi compagni lo hanno liquidato con condiscendenza come «Sunday painter», pittore della domenica. Chapman non è d’accordo: i quadri astratti mostrano, a suo giudizio, un tocco e una sensibilità intatti, e a questa valutazione si sono associati anche testimoni diretti come Andrew Rawlinson, intervenuto alla mostra commemorativa The City Wakes del 2007.

Il documento che Chapman ha messo al centro di questa parte è il libretto Cool Heart Enjoy, allegato al cofanetto Crazy Diamond. Il titolo è un tipico gioco di parole barrettiano, che deforma la formula natalizia Comfort and Joy. Dallo stesso ambito arriva una notizia sulla nascita di Hipgnosis, lo studio grafico di Storm Thorgerson: il nome fu inciso per primo da Barrett, con una punta metallica, sulla porta dello studio.

Il libretto Enjoy conta dodici pagine in formato A4, e Chapman lo ha letto alla luce delle avanguardie americane ed europee. Il debito verso Robert Rauschenberg e Jasper Johns emerge nel collage e nella combine painting. Enjoy richiama in particolare Gloria (1956/57) di Rauschenberg, dove titoli di giornale e materiale fotografico si sovrappongono: Barrett accosta il titolo dell’opera a una fotografia osé di una donna a seno nudo, affissa sulla porta di un bagno. L’influenza di Johns si vede nell’uso e nel ritaglio di mappe geografiche, sul modello della celebre tela in cui Johns dipinse sopra una carta degli Stati Uniti che gli aveva inviato Rauschenberg.

Le pagine contengono anche poesie visive costruite sulle possibilità tipografiche delle parole «boys» e «girl», ritagli sulla Post Office Tower, che Syd vedeva dalla sua casa londinese di Tott Street, vicino a Tottenham Court Road, e citazioni dalla letteratura per l’infanzia, come Jeremy Fisher di Beatrix Potter. Compare poi una frase di taglio politico, «typical topical tip up political joke grimace». «Joe Grimace» è un gioco di parole che richiama il leader liberale dell’epoca, Jo Grimond. Chapman ha aggiunto una scoperta recente: l’espressione non è un’invenzione di Barrett, che l’ha ripresa dai libri di John Lennon, In His Own Write e A Spaniard in the Works.

A questo punto Chapman è passato a quello che definisce il suo lavoro di myth-busting, la demolizione dei miti nati attorno a Barrett. Ha spiegato che le leggende hanno finito per sfruttare la malattia di Syd in chiave sensazionalistica, e ne ha smontate quattro.

La prima riguarda Top of the Pops nel 1967. Per anni si è raccontato che, alla terza apparizione dei Pink Floyd nel programma, Barrett si fosse presentato in abiti stracciati, rifiutandosi di suonare o andandosene dallo studio. Chapman ha confrontato fotografie e immagini d’archivio di tutte e tre le esibizioni: in ognuna Syd indossa abiti curati, da pop star. Ha aggiunto che i regolamenti della BBC dell’epoca non avrebbero permesso a un artista di andare in onda in condizioni trasandate.

La seconda è la corsa lungo la East Road di Cambridge verso un aeroporto, che Barrett avrebbe fatto nel tentativo di dirottare un aereo. Chapman ha collocato l’episodio, se mai è avvenuto, nel clima di allerta internazionale legato alla caccia a Carlos lo Sciacallo, quando i controlli negli aeroporti erano severissimi. L’idea che qualcuno potesse irrompere sulla pista e tentare un dirottamento gli è parsa semplicemente inverosimile.

La terza è la leggenda del Mandrax. Si dice che Barrett salisse sul palco con pillole di Mandrax mescolate alla brillantina, che il calore dei riflettori avrebbe sciolto sulla testa. Chapman ha fatto notare che non esiste alcun riscontro oggettivo e che le versioni sono incompatibili fra loro: l’episodio viene collocato ora negli Stati Uniti, ora alla Roundhouse di Londra, ora altrove, da testimoni che si contraddicono, tra cui Doug Hill.

La quarta parte da un fatto reale, un brutto trip vissuto da Barrett durante un violento temporale in un cottage dell’Europa meridionale. Col tempo il racconto è stato ingigantito fino all’immagine di Syd che si arrampica sulle pareti lasciando frammenti di unghie conficcati nell’intonaco. Chapman ha riso dell’accumularsi di particolari: erano cronisti che, a suo dire, non sapevano nemmeno chi fosse in studio con la band, ma pretendevano di conoscere la consistenza dell’intonaco nel 1968.

Smontati i miti, Chapman è tornato alla scrittura di Barrett, che considera il vero nucleo della sua grandezza. Lavorando su Octopus, ha rintracciato una delle fonti principali dei testi, con l’aiuto di una docente americana di logopedia e della Scottish Poetry Library. Si tratta di un’antologia scolastica scozzese, la Junior Moral and Gold Anthology, compilata da John R. Crossman, illustrata da Mar e pubblicata nel 1936. L’edizione che interessa a Chapman è la settima impressione, del 1946, l’anno in cui nacque Syd. Accanto a questa, Barrett attingeva alle filastrocche tradizionali di Mother Goose: Lucy Locket, Cross Patch, Little Jack Horner, To market to market.

Il metodo, secondo Chapman, era rapido e istintivo. Guardando dove si trovano i versi presi dai libri, ha osservato che Barrett prelevava frasi e parole quasi sempre dalle primissime pagine, per poi ricomporle in fretta con una tecnica da cut-up. Lo stesso gesto, immediato e non ripetibile, governava la sua pittura, e per Chapman spiega anche l’insofferenza verso il lavoro in studio, dove ripetere o correggere, come chiedeva il produttore Norman Smith con le richieste di nuovi take, era vissuto come una costrizione inutile.

Ha poi spiegato cosa distingue Barrett dagli altri gruppi psichedelici del tempo. Il confronto portato è con i Traffic di Steve Winwood, le cui radici affondano nel soul e in Ray Charles. In Barrett convivevano invece due poli opposti. Da una parte la sperimentazione d’avanguardia e atonale, comprese le tecniche di chitarra slide con accendino Zippo o regolo, che Syd aveva assorbito vedendo dal vivo gli AMM e il chitarrista Keith Rowe. Dall’altra l’immaginario dell’illustrazione per l’infanzia e del folklore vittoriano, da Beatrix Potter a Edward Lear fino a Kenneth Grahame e The Wind in the Willows. Secondo Chapman, nessun’altra band dell’epoca univa la filastrocca a venti minuti di improvvisazione rumorista.

Chapman ha ricondotto questa miscela anche all’ambiente familiare. La madre Winifred e un inquilino di casa, Sheamus, introdussero il giovane Syd all’esoterismo, all’I Ching, alle pratiche di guarigione alternativa. A questo si sommava la cultura di massa britannica: i monologhi comici di Joyce Grenfell, le canzoni umoristiche di Benny Hill, i western televisivi degli anni Sessanta. Fra questi ha citato Bronco, il cui protagonista Bronco Lane è una possibile ipotesi per l’origine del nome Arnold Layne, e Shannon (1966), con un protagonista amnesico in cerca della propria identità, che Chapman ha definito una metafora perfetta dei temi dell’assenza.

La parte sugli studi di registrazione ha portato le novità più concrete. Durante la pandemia Chapman ha lavorato con David Gilmour sui nastri multitraccia originali di The Madcap Laughs, ascoltando le tracce vocali isolate. Questo ha risolto un dubbio di lunga data sul titolo della canzone. Nella registrazione sono sovrapposte tre voci: in due Barrett canta chiaramente «the mad cat laughs», nella terza «the man cat laughs». Le tre tracce insieme spiegano l’ambiguità che si sente nel brano.

Sempre dalle tracce isolate è emersa, in Wolfpack, una parola mai udita nei mix precedenti, «Glint», pronunciata da Barrett. L’ascolto ha anche corretto un errore dello stesso Chapman: lui aveva sentito, in sottofondo, «heavenly misplaced orchestra». Senza il resto del mix, la dizione si è rivelata essere soltanto «heavenly misplaced», presa da uno dei foglietti con poesie e frammenti cut-up che Syd portava con sé in studio.

C’è stato poi il contributo di una lettera, indirizzata a Chapman il 31 gennaio 2012 da un bassista che ha chiesto di restare anonimo. Aveva suonato in gruppi come A Bunch of Fives, The Tickle e Junior’s Eyes, ed era poi diventato contrabbassista dell’orchestra della Royal Opera House di Covent Garden. Il musicista racconta di aver incontrato Barrett due, forse tre volte. Una volta negli uffici della Black Enterprises, nel 1968: Syd arrivò con una ragazza bionda che aveva dei lividi. Un’altra volta durante una sessione in studio, organizzata dai manager Peter Jenner e Andrew King. Il bassista suonava davanti a Syd su una struttura in do, senza partiture né accordi scritti, e a un certo punto Barrett iniziò a urlargli: «Freak out, man, freak out!». La lettera, ha spiegato Chapman, apre uno spiraglio sui rapporti di Syd con la scena sotterranea di Ladbroke Grove: Steve Peregrin Took, con cui Barrett valutò di formare un gruppo dopo l’uscita di Took dai T. Rex, e il manager Tony Secunda.

Nella sessione di domande e risposte il discorso si è spostato sulle scuole d’arte degli anni Sessanta e sulla Cambridge di allora. Interrogato su Arnold Layne, Chapman ha ricordato che il testo nasce da fatti reali, i furti di biancheria femminile dagli stendini di Cambridge, in una città dove la rivalità tra studenti universitari e cittadini («town vs gown») era un dato quotidiano. Sul piano musicale ha dichiarato la propria preferenza per la produzione di Joe Boyd rispetto a quella di Norman Smith: Boyd riuscì a catturare il suono grezzo e dal vivo della band, mentre Smith tendeva a compattare e comprimere. Del brano ha lodato anche la metrica serrata e l’uso brillante delle rime interne.

Sulle art school Chapman ha insistito su un punto: non erano scuole di avviamento professionale. Funzionavano come luoghi informali e multidisciplinari, dove gli studenti erano incoraggiati a muoversi fra cinema, danza, poesia, installazioni luminose e pittura senza barriere fra le discipline.

In questo quadro ha messo Robert Medley, direttore di Camberwell negli anni in cui Barrett vi studiò, e la sua autobiografia Drawn from the Life (Faber & Faber, 1983). Medley impose una didattica fondata sul rigore percettivo e spazzò via la compiacenza stilistica del dopoguerra, quella della Euston Road School. Gli allievi dovevano interrogare il rapporto fra vedere e dipingere con esercizi analitici: cercare le gradazioni di grigio nascoste tra il bianco e il nero, limitare la tavolozza a tre pigmenti (ocra gialla, nero e vermiglio), studiare oggetti quotidiani, un biglietto dell’autobus o una bottiglia vuota, senza imitare Cézanne o Picasso. Medley aveva frequentato Picasso, Cocteau, Duchamp, Diaghilev, T.S. Eliot e W.H. Auden, ed era legato al Gruppo di Bloomsbury. Chapman ha raccontato un aneddoto degli anni Venti: Medley e il suo compagno accompagnarono al cinema la guida spirituale Meher Baba, a vedere le comiche di Laurel & Hardy.

Questa educazione visiva, secondo Chapman, passò dalla tela alla chitarra elettrica, che Barrett usava come estensione tridimensionale del quadro. Ne derivano due caratteristiche. La prima è l’accordatura allentata, la «slack string», che dava una risonanza leggermente scordata e instabile, adatta alla ricerca sonora. La seconda è la preferenza data al processo creativo rispetto al prodotto finito: versi e strutture cambiavano continuamente forma durante i concerti, in una libertà lirica e metrica che rifiutava di fissarsi.

Con infinita gratitudine ad Andrea Borsotti, inviato speciale per Flaming Cow

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