Nick Mason: «Sono entrato nella fama quasi per caso»
A più di sessant’anni dalla nascita dei Pink Floyd, Nick Mason continua a dimostrare di essere molto più del batterista della band. Nell’intervista pubblicata il 22 giugno dal canale YouTube Road To Success Podcast, Mason ripercorre la propria carriera con il tipico humor britannico, alternando ricordi personali, riflessioni sulla storia del gruppo e racconti delle sue grandi passioni: le automobili e il volo.
Ne emerge il ritratto di un uomo lontanissimo dallo stereotipo della rockstar, capace di raccontare con lucidità tanto i successi quanto i momenti più dolorosi vissuti insieme ai Pink Floyd.
«Sono semplicemente finito dentro la fama»
Uno degli aspetti più sorprendenti dell’intervista riguarda il modo in cui Mason descrive l’inizio della sua carriera. Mentre molti musicisti raccontano anni di sacrifici e un’ambizione smisurata, lui offre una prospettiva completamente diversa.
Studente di architettura al Regent Street Polytechnic insieme a Roger Waters e Richard Wright, non aveva pianificato una carriera nella musica. Come racconta lui stesso, la svolta arrivò quasi senza accorgersene, fino a quando nel 1967 la firma del primo contratto discografico costrinse tutti i membri della band a scegliere definitivamente tra gli studi e la musica.
«Alcuni uomini lottano per la fama; quest’uomo ci è caduto dentro.»
Una frase che sintetizza perfettamente il carattere di Mason: metodico, razionale e poco incline all’autocompiacimento.
Il dolore per Syd Barrett
L’argomento inevitabilmente si sposta su Syd Barrett, ricordato ancora oggi come il momento più difficile nella storia della band.
Mason ammette con grande sincerità che nessuno dei Pink Floyd fu realmente in grado di comprendere la gravità della situazione psicologica del fondatore del gruppo. La band cercò di andare avanti continuando a eseguire i suoi brani con David Gilmour alla voce, una scelta dettata anche dalla necessità di rispettare gli impegni già presi.
Tra tutte le dichiarazioni dell’intervista, probabilmente è questa la più intensa:
«Eravamo, in un certo senso, egoisti: quello che volevamo era che Syd guarisse solo per poter continuare con la band.»
Una confessione che racconta quanto fosse difficile conciliare l’amicizia con la sopravvivenza professionale del gruppo.
Quando nacque The Dark Side of the Moon
Ripensando al 1973, Mason racconta come i Pink Floyd fossero consapevoli di aver realizzato qualcosa di speciale, pur senza immaginare l’impatto storico che l’album avrebbe avuto.
Durante il tour americano iniziarono ad arrivare i primi dischi d’oro, ma il successo veniva vissuto come qualcosa di temporaneo. L’unica certezza era la qualità del lavoro appena completato.
«Non avevamo idea di quanto sarebbe diventato grande, ma sapevamo che era certamente la cosa migliore che avessimo fatto fino a quel momento.»
Secondo Mason fu proprio la difficoltà incontrata nella realizzazione di Wish You Were Here a confermare quanto fosse stato irripetibile l’equilibrio creativo raggiunto con The Dark Side of the Moon.
I concerti come opere di ingegneria
L’intervista dedica ampio spazio anche ai giganteschi spettacoli dal vivo dei Pink Floyd.
Dietro ogni tour lavoravano centinaia di persone. Mason paragona l’organizzazione logistica alla Formula 1: mentre la band si esibiva in una città, un’altra squadra stava già montando il palco della data successiva.
«Se parliamo della produzione a grandezza naturale, coinvolgeva oltre 200 persone… era come la Formula 1.»
Una descrizione che rende bene l’enorme macchina organizzativa necessaria per trasformare ogni concerto in uno spettacolo tecnologico senza precedenti.
La passione per le automobili
Fuori dalla musica, Mason continua a essere uno dei più importanti collezionisti di auto storiche al mondo.
Nel podcast racconta di aver recentemente ceduto una McLaren F1 GTR per acquistare una Aston Martin Zagato d’epoca, spiegando che oggi preferisce possedere automobili che possa realmente guidare, piuttosto che semplici oggetti da esposizione.
La sua filosofia è racchiusa in una frase semplice ma significativa:
«Rimpiango ogni singola auto che abbia mai venduto.»
Per Mason le vetture moderne, dominate dall’elettronica, non possono sostituire il piacere di guida delle sportive analogiche come la Ferrari F40, capaci di trasmettere sensazioni molto più dirette al pilota.
La curiosa storia della Ferrari Enzo e di Top Gear
Tra gli episodi più divertenti emerge quello legato alla sua partecipazione a Top Gear nel 2005.
Insieme a Jeremy Clarkson escogitò un espediente ironico per promuovere contemporaneamente la rarissima Ferrari Enzo di Mason e il suo libro Inside Out, giocando con i limiti imposti dalla BBC sul product placement.
Alla domanda di Clarkson su quanto fosse stato emozionante ricevere la telefonata della Ferrari per acquistare una Enzo, Mason rispose con il suo consueto sarcasmo:
«Beh, è stato eccitante quasi quanto il momento in cui ho avuto tra le mani il mio libro.»
Volare per sconfiggere la paura
Un’altra passione nasce invece da una debolezza.
Mason racconta infatti di aver imparato a pilotare aerei per combattere la paura del volo accumulata durante gli anni dei tour mondiali.
Successivamente, insieme alla moglie Annette, si è dedicato anche agli elicotteri, distinguendo nettamente la mentalità richiesta nelle corse automobilistiche da quella necessaria nell’aviazione.
«Imparare a volare? È stata la terapia più costosa che abbia mai affrontato.»
«Non sono una rockstar»
Oggi Mason dedica molto del proprio tempo anche ad attività benefiche organizzate presso la sua residenza di Middlewick House, sostenendo associazioni impegnate nel soccorso aereo e nella tutela delle vittime di truffe.
Nonostante la fama mondiale, continua a rifiutare l’immagine classica della rockstar.
«Non credo che l’etichetta di Rockstar mi si addica davvero. Forse perché non porto gli stivali a punta o il cappello da cowboy.»
È forse questa la frase che riassume meglio l’intera intervista: Nick Mason non appare come una leggenda intenta a celebrare il proprio passato, ma come un uomo che continua a osservare la propria storia con curiosità, ironia e una sorprendente dose di umiltà.
Ed è probabilmente proprio questa normalità ad aver reso straordinario il percorso del batterista dei Pink Floyd.

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Interessante intervista. Mason è davvero una figura sorprendente. Del resto non è certo la prima volta che scopriamo quanto sia ironicamente inglese.
Credo anche che sia l’unico che abbia sempre avuto il coraggio di ammettere delle semplici debolezze umane, e quando sei giovane spesso non arrivi a capire che alcune ruote scelte sono per la vita. Ma chi non commette errori?
Abbiamo tutti l’istinto di conoscere di più sui beniamini che seguiamo, e la storia dei PF è davvero lunga. A volte come la nostra vita.
Penso anche che sia giusto non rendere pubblico qualsiasi cosa….come sicuramente è nel caso della band e di tutti i risvolti che hanno visto “loro” coinvolti.
Grazie di questo bellissimo documento.
Con le battute di Mason si potrebbe scrivere un libro :-). Però, come dici nella sua ironia, rimane quello più sincero. Spesso nel famoso caso di Barrett, quando non lo sono passato a prendere, si tende a incolpare Waters (come se fossimo lì sul furgone con loro). Lui, invece, dice sempre “noi” e anche in questo caso fa una riflessione sincera e onesta.