Crystal Voyager, il film che regalò a Echoes un secondo corpo

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Crystal Voyager

Il 17 ottobre, sul canale YouTube dei Pink Floyd, arriva una versione restaurata in alta risoluzione degli ultimi ventitré minuti di Crystal Voyager, accompagnata dalla colonna sonora originale di Echoes. Una data che chiude, almeno per ora, un cerchio aperto più di cinquant’anni fa, quando un film australiano di surf finisce per intrecciarsi per sempre con la seconda facciata di Meddle.

Crystal Voyager, diretto nel 1973 da David Elfick e scritto e narrato da George Greenough, non è mai stato un film unico ma due film cuciti insieme. La prima parte, di circa cinquanta minuti, racconta la vita anticonformista di Greenough: la costruzione artigianale del veliero Morning Light, dotato di chiglia retrattile per infilarsi tra le barriere coralline basse, le esplorazioni lungo le coste californiane e australiane, l’etica del fai-da-te che accompagna ogni sua scelta. Su queste immagini scorre una colonna sonora folk-rock scritta da G. Wayne Thomas, già autore della musica di Morning of the Earth, che per l’occasione mette insieme la Crystal Voyager Band e registra l’intero disco in dieci giorni. L’album, uscito su vinile nello stesso anno, vince il premio per la Miglior Colonna Sonora Australiana nel 1974: un successo vero, ma destinato a restare nell’ombra di quello che sta per arrivare dopo.

Il vero salto lo compie il finale, ventitré minuti intitolati semplicemente Echoes, girati interamente dall’interno del tubo dell’onda a Lennox Point, nel Nuovo Galles del Sud. Per arrivarci Greenough deve inventarsi da zero l’attrezzatura: recupera una cinepresa 16mm Mitchell ad alta velocità, in origine usata dall’aeronautica militare per documentare lo sgancio di ordigni durante la guerra in Vietnam, e la racchiude in uno scafandro impermeabile costruito su misura, montato su un’imbracatura dorsale con obiettivo fisheye. Per alimentare il motore a frequenza elevata servono batterie industriali al piombo: il sistema finito pesa circa quindici chili, un quinto del peso corporeo dello stesso Greenough. La sessione decisiva avviene in un’unica mattina, dopo una notte passata a dormire in macchina con i sedili posteriori smontati per fare spazio all’attrezzatura, mentre una rara mareggiata da est/nord-est tiene la costa in movimento. Tra problemi tecnici alla Mitchell e scogliere taglienti da risalire più volte con quindici chili sulle spalle, Greenough entra in acqua su un semplice materassino gonfiabile e porta a casa immagini che nessuno ha mai visto prima: la parete d’acqua vista da dentro, senza il surfista in quadro, con la camera che coincide con il suo stesso sguardo.

Per un materiale così, la colonna di G. Wayne Thomas non basta più. Greenough cerca qualcosa capace di restituire la dilatazione del tempo che si prova dentro un tubo, e la trova per caso: sua madre gli regala una copia di Meddle, e ascoltando la seconda facciata si accorge che Echoes dura circa ventitré minuti, esattamente il minutaggio del materiale che ha montato per il finale. Lo ha raccontato lui stesso: «Non avevo mai sentito ‘Echoes’ prima che mia madre me lo regalasse. Quando l’ho ascoltato, ho detto: ‘Mio Dio, questa deve essere la colonna sonora!’ Abbiamo chiesto di poterne fare uso e abbiamo stretto un accordo con i Pink Floyd, e tutti ne sono stati felicissimi. È successo più di 50 anni fa e le riprese insieme all’audio appaiono e suonano ancora oggi rivoluzionarie. Sono felicissimo che si stia realizzando tutto questo; è fantastico lavorare di nuovo con i Pink Floyd. Un grande suono e una grande immagine: non c’è niente di meglio!»

Mancano i soldi per pagare i diritti di un gruppo di quel calibro, così David Elfick vola a Londra per parlarne direttamente con la band e il management, spiegando senza giri di parole che il budget non c’è. Nasce da lì un baratto: i Pink Floyd concedono l’uso di Echoes per il film, e in cambio possono proiettare le riprese ad alta velocità di Greenough come sfondo scenico durante l’esecuzione del brano dal vivo. La band, che già conosce e apprezza i primi lavori sperimentali di Greenough, accetta subito, e da quel momento le immagini del tubo dell’onda diventano un elemento fisso delle tournée dei Pink Floyd negli anni Settanta. Nella sequenza montata, la parola Echoes galleggia sulla superficie prima di inabissarsi, e le prime note di piano di Richard Wright, passate attraverso un Leslie per suonare come un sonar, arrivano proprio mentre le prime gocce colpiscono l’obiettivo.

Il film debutta al Sydney Opera House nel dicembre 1973 e arriva a Cannes l’anno dopo, dove la proiezione si chiude con una standing ovation. Da lì passa per digitalizzazioni curate dal National Film and Sound Archive australiano e per edizioni in 4K con audio rimasterizzato in 5.1, fino a questo nuovo capitolo del 17 ottobre: lo stesso finale, la stessa suite, di nuovo sul canale ufficiale della band che più di cinquant’anni fa accetta di scambiare un brano con un pugno di immagini girate da dentro un’onda.

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