«Con A Surrogate Band vogliamo vedere dove ci porta la musica» – Intervista a Lee Harris

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Dopo oltre sei anni e più di 200 concerti con i Nick Mason’s Saucerful of…

«Con A Surrogate Band vogliamo vedere dove ci porta la musica» - Intervista a Lee Harris

Dopo oltre sei anni e più di 200 concerti con i Nick Mason’s Saucerful of Secrets, Lee Harris torna a esplorare la musica dei Pink Floyd con un nuovo progetto. Si chiama A Surrogate Band e riunisce quattro musicisti con un legame diretto con la storia dei Floyd: lo stesso Harris, Dom Beken, Yaron Stavi e Ged Lynch.
L’idea, però, non è quella di creare l’ennesima tribute band. A Surrogate Band vuole lasciare spazio alla libertà e all’improvvisazione, recuperando anche brani meno conosciuti e permettendo alla musica di evolversi sul palco, proprio come accadeva ai Pink Floyd durante i loro concerti.
Il debutto è previsto per marzo 2027 alla Half Moon di Putney, con Meddle eseguito per intero e altri brani dello stesso periodo. Abbiamo parlato con Lee Harris della nascita del progetto, del rapporto con Dom Beken, Yaron Stavi e Ged Lynch, dell’esperienza con i Saucers e del particolare legame che lo unisce alla musica dei Pink Floyd da quando era bambino.
E, naturalmente, non potevamo evitare la domanda più importante di tutte: chi interpreterà Seamus?

A Surrogate Band nasce con un’idea molto precisa: non essere una tribute band tradizionale, ma esplorare il repertorio dei Pink Floyd attraverso quattro musicisti che hanno avuto un rapporto diretto con la loro musica e con alcuni dei loro membri. Quando hai capito che era arrivato il momento di creare questo progetto e che questa era la direzione che volevi prendere?

La decisione di iniziare come A Surrogate Band nasce semplicemente dal fatto che amo ancora suonare la musica dei Pink Floyd. Io e Dom siamo stati invitati a suonare con diverse tribute band, cosa che ci ha sempre fatto molto piacere, ma in quelle situazioni generalmente si cercava di riprodurre i dischi nel modo più fedele possibile. E quasi sempre si vogliono suonare esattamente le stesse canzoni. Una volta Nick disse che le tribute band sono bravissime a replicare tutti i suoi errori 😂.
Personalmente, sia come musicista sia quando vado ad ascoltare una band, preferisco che la musica dal vivo abbia un po’ più di libertà. Ovviamente i versi, i ritornelli e il carattere essenziale delle canzoni rimangono, ma mi piace che la “decorazione” intorno a questi elementi nasca sul momento e sia leggermente diversa da una sera all’altra.
Quindi, invece di cercare di adattarci all’approccio di qualcun altro, io e Dom abbiamo pensato che sarebbe stato più interessante creare la nostra band ed esplorare questa musica in un modo che ci risultasse naturale. Naturale rispetto al modo in cui lavoravamo nei Saucers.

Ho letto che vuoi permettere alla musica di “evolvere dal vivo, proprio come facevano i Pink Floyd sul palco”. Dopo l’esperienza con i Saucers, quanto è cambiato il tuo modo di affrontare oggi la musica dei Pink Floyd? E cosa vuoi poter fare con A Surrogate Band che non era possibile fare con i Saucers?

Il mio approccio alla musica non è cambiato molto. Continuerò a dedicare molto tempo alla ricerca della giusta combinazione di suoni, in modo che ciò che esce dal mio amplificatore sia il più vicino possibile al suono che David utilizzava in una determinata canzone. Prenderò inoltre ispirazione dalle numerose versioni live ufficiali e non ufficiali disponibili. Da lì in poi, si tratta di usare l’intuito per capire quali sono le parti che il pubblico si aspetta di sentire e dove invece c’è spazio per allontanarsi dall’originale e portare la musica da qualche altra parte.
È esattamente il modo in cui ho affrontato la musica con i Saucers e, in realtà, qualcosa che facevamo tutti. A giudicare dalla reazione del pubblico, ha funzionato molto bene.
Con A Surrogate Band mi piacerebbe spingere questa libertà ancora più avanti con alcuni arrangiamenti, soprattutto con il materiale più vecchio. Gli stessi Pink Floyd dal vivo potevano essere incredibilmente avventurosi: brani come “Interstellar Overdrive” e “Fat Old Sun” potevano essere molto diversi da una sera all’altra. Mi piacerebbe arrivare al punto in cui anche noi abbiamo quella stessa sicurezza e libertà come band, in cui conosciamo il materiale abbastanza bene da permettergli di svilupparsi naturalmente sul palco e vedere dove ci porta.

Dom Beken ha condiviso con te l’esperienza dei Saucers, mentre Yaron Stavi e Ged Lynch hanno entrambi collaborato con David Gilmour e con molti altri grandi artisti. Come hai scelto questa formazione e cosa pensi che ciascuno di loro possa portare al suono della band? E soprattutto, chi sarà la voce principale di A Surrogate Band?

Yaron e io siamo molto amici e ci conosciamo da circa vent’anni. In realtà, sia Yaron sia Guy hanno suonato il basso nella band al mio matrimonio, quindi ci conosciamo da un sacco tempo!
Yaron ha suonato generi musicali estremamente vari e ha anche una solida formazione jazzistica; credo che questo apporterà un elemento interessante ai brani che vogliamo portare in una direzione diversa.
Ged è un batterista fenomenale. Basta guardare gli artisti con cui ha collaborato, in particolare Peter Gabriel, per capire di che calibro sia come musicista. Possiede un senso del groove e un tocco eccezionali, e sono davvero entusiasta di sentirlo suonare insieme a Yaron.
E non mentirò: il fatto che entrambi abbiano suonato con David è stato un collegamento interessante e certamente non mi è sfuggito!
Per quanto riguarda le parti vocali, ce ne occuperemo io e Dom.

Il progetto non si limiterà ai brani più famosi, ma vuole esplorare l’intero “songbook” dei Pink Floyd, dalle prime composizioni fino al materiale solista dei membri della band. Quanto sarà importante riscoprire brani meno conosciuti o raramente eseguiti dal vivo? Hai già in mente qualche pezzo che non vedresti l’ora di suonare?

Direi che tutto è in gioco. Essere un quartetto comporta inevitabilmente alcuni limiti, ma in realtà considero questo un aspetto positivo, perché ci costringerà ad affrontare alcune cose in modo diverso.
“A Pillow of Winds” sarà interessante perché sull’originale ci sono moltissime sovraincisioni e i Pink Floyd non l’hanno mai eseguita dal vivo. Ma alla fine, una bella canzone è una bella canzone e dovrebbe funzionare anche con una sola chitarra e una sola voce.
Mi piacerebbe davvero provare “Embryo”, che non abbiamo suonato con i Saucers. Magari proveremo a farlo alla Half Moon.

Avete scelto di debuttare eseguendo Meddle per intero, insieme ad altra musica dello stesso periodo. Perché proprio Meddle? Cosa rappresenta per te questo album e cosa pensi che offra a quattro musicisti che vogliono reinterpretarlo dal vivo?

Se devo essere completamente sincero, ho scelto Meddle perché io e Dom conosciamo già bene tre delle canzoni, quindi ne restano soltanto due e mezza da imparare!
Detto questo, penso che sia un ottimo punto di partenza. Racchiude sia il lato sperimentale dei Pink Floyd sia gli inizi di quella che sarebbe diventata la loro fase imperiale, con “One of These Days” ed “Echoes”. Penso che sarà affascinante affrontare questi brani in un locale così piccolo, così come “A Pillow of Winds”, che, come dicevo prima, i Floyd stessi non hanno mai eseguito dal vivo.

Con i Saucers hai suonato più di 200 concerti in tutto il mondo in oltre sei anni. Quanto di quell’esperienza porterai con te sul palco con A Surrogate Band? E c’è qualcosa che hai imparato lavorando con Nick Mason che oggi senti particolarmente importante per questo nuovo progetto?

Penso che questa domanda sia probabilmente meglio affrontarla attraverso un ricordo degli inizi dei Saucers.
Durante il nostro secondo giorno di prove in assoluto con Nick, misi un concerto dell’epoca di Syd registrato a Stoccolma. Eravamo tutti davanti agli altoparlanti ad ascoltare attentamente e Gary e io, in particolare, cercavamo di capire cosa stesse facendo la band in “See Emily Play”. Dopo circa un minuto, Nick si avvicinò alla batteria, si sedette, batté le bacchette per attirare la nostra attenzione e disse: “Ho un’idea. Perché non smettiamo di ascoltare questo disco, prendiamo i nostri strumenti e facciamo finta di essere una band?”

Dom Beken ha definito A Surrogate Band una continuazione della “formula” che aveva creato quella speciale connessione tra i Saucers e il pubblico. Sei d’accordo con questa definizione o senti che A Surrogate Band rappresenti, per te, l’inizio di qualcosa di completamente nuovo?

È sicuramente qualcosa di nuovo, ma l’esperienza dei Saucers ci dà la sicurezza necessaria per vedere se può funzionare.

Torniamo alla tua storia personale con i Pink Floyd. Sei entrato in contatto con la loro musica anche grazie a tuo padre e a quel famosissimo spot. Guardando oggi al percorso che ti ha portato dai primi ascolti fino a fondare i Saucers e ora A Surrogate Band, avresti mai immaginato che i Pink Floyd sarebbero diventati una parte così importante della tua vita musicale?

A dire il vero, non sono entrato in contatto con la band tramite mio padre; grazie a lui ho conosciuto Storm Thorgerson. Il mio legame con il gruppo è nato più tardi, attraverso la mia collaborazione con i Blockheads. È così che ho conosciuto Guy e, tramite lui, David e Nick. Poi, naturalmente, è arrivato Roger a suonare con noi a New York.
Il mio primo concerto dei Pink Floyd è stato The Wall a Earls Court, quando avevo otto anni, ma ricordo di aver ascoltato Animals quando ne avevo cinque, quindi questa musica è sempre stata presente nella mia vita. Non mi sono mai stancato di ascoltarla e ha influenzato il mio bagaglio musicale nello stesso modo di Robert Johnson o Howlin’ Wolf.
La musica dei Pink Floyd è sempre stata importante per me. È capitato che vivessi questa esperienza insolita e rarissima: qualcosa che costituiva una parte fondamentale della mia vita è diventato, col tempo, qualcosa di cui anch’io sono stato, nel mio piccolo, parte integrante. Non avrei mai immaginato che potesse accadere. Non si sa mai cosa riservi il futuro.

Il debutto alla Half Moon di Putney ha anche un forte valore simbolico, considerando la storia di questo progetto e il legame con i Saucers. Possiamo aspettarci che A Surrogate Band porti questo repertorio anche fuori dal Regno Unito? E, naturalmente, c’è la possibilità di vedervi suonare in Italia?

Stiamo decisamente pensando di portare la band in tournée. Infatti, abbiamo già segnato il settembre 2027 in agenda. Incrociamo le dita affinché l’Italia rientri tra le tappe.
Vorrei solo chiedere a chiunque sia interessato a vederci dal vivo di seguire A Surrogate Band sui social media.
(Facebook – Instagram)

E siamo arrivati alla domanda inevitabile. Dopo aver affrontato Meddle per intero, non posso non chiedertelo: chi interpreterà Seamus? 😊

A Putney spero di trovare un gatto di quartiere amichevole che abbia voglia di una serata fuori gratis. 😂

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1 ha pensato a “«Con A Surrogate Band vogliamo vedere dove ci porta la musica» – Intervista a Lee Harris”

  1. Ottima intervista, l’ho letta con grande piacere. Complimenti!
    Il progetto ha sicuramente del potenziale e sono sicuro di vedere come si evolverà. Non escludo di andarlo a vedere se dovessi riuscire a intercettarlo.

    E’ chiaro che forse con la mancanza di Nick Mason perderà un po’ di appeal per il pubblico generalista, ma credo anche che Lee Harris e Dom Beken si siano guadagnati la fiducia dei fan dei Pink Floyd e pertanto sono molto ottimista.

    Spero per loro che sia l’inizio di un lungo e felice e capitolo.

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