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Guy Pratt racconta ancora con estrema lucidità il motivo per cui rifiutò di partecipare ad Amused to Death, l’album solista di Roger Waters del 1992: lo ha fatto durante una lunga intervista pubblicata il 14 luglio sul canale YouTube Christabel’s Voice, ripercorrendo un episodio che considera tuttora uno snodo decisivo della propria carriera. Fu il produttore Pat Leonard a invitarlo nelle sessioni dell’album, e David Gilmour, con la generosità che lo contraddistingue, gli diede il proprio benestare senza esitazioni. Ma Pratt capì che accettare avrebbe comunque significato macchiare in modo indelebile la propria lealtà verso il chitarrista, in un periodo in cui la frattura tra Waters e Gilmour era di dominio pubblico. Decise così di rifiutare l’ingaggio: “Ho pensato: no, non è giusto. Non è una cosa bella da fare a David dopo tuttoe sono così felice che sia andata così perché ci sarebbe stata una piccola macchia per sempre”.
L’episodio di Amused to Death è solo uno dei nodi attorno a cui Pratt costruisce, nell’intervista, il racconto di una carriera partita da lontano e cresciuta dentro alcune delle macchine più grandi dell’industria musicale. Il punto di partenza, ricorda, non ha nulla di strategico: prima di diventare bassista dei Pink Floyd nel 1987, passava il tempo a bazzicare gli uffici della Virgin Records a Londra, spesso solo per procurarsi copie promozionali dei dischi. Fu quella presenza costante, quasi casuale, a farlo notare da Lori Dunn, contatto chiave della Virgin, che lo segnalò al manager Ray Hearn degli Icehouse, alla ricerca di un bassista capace di incarnare l’estetica new wave europea. “Se bazzico in questo ufficio, forse qualcuno chiamerà cercando un bassista. Volevo solo stare nell’orbita del business musicale”, racconta Pratt, descrivendo un meccanismo di visibilità informale che oggi chiameremmo networking, ma che allora era semplicemente il modo in cui funzionava l’industria.
Entrare nel mondo Pink Floyd nel 1987 significò per lui immergersi in quella che definisce una grande famiglia allargata, fatta di musicisti, equipaggio, parenti, e regolata da codici non scritti imposti dal manager storico Steve O’Rourke, che ordinava allo staff di non ammettere mai, davanti a un membro della band, di non sapere qualcosa. Il momento più intenso di quella fase arrivò a Wembley nell’agosto del 1988, salendo le scale dello stadio per i primi grandi show londinesi con i Floyd: Pratt si ritrovò a pensare al padre, che per il suo quattordicesimo compleanno gli aveva regalato una copia di The Dark Side of the Moon insieme al suo primo basso. “Era come l’ultimo ritorno del figliol prodigo… con mia madre e i miei amici tra il pubblico in uno stadio da 80.000 persone. Improvvisamente ho pensato: ‘Oh mio Dio'”, racconta.
Il contrasto tra i mondi che ha attraversato emerge con altrettanta forza quando parla delle sue collaborazioni pop. Fu proprio il lavoro con Madonna, in particolare il basso di Like a Prayer, a portarlo sulla scrivania di Michael Jackson, che volle esattamente quello stile per il proprio nuovo materiale. Ma se con Madonna il rapporto era diretto, quasi goliardico, le sessioni con Jackson furono surreali: il cantante restava nascosto dietro il banco di missaggio e comunicava attraverso quello che Pratt descrive come un gigantesco bodyguard samoano, con una conoscenza dell’inglese limitata ma capace di trasmettere con precisione la volontà di Jackson. “Michael Jackson era chiaramente nascosto dietro il banco di missaggio dicendo a questo tizio cosa dirmi e tutti noi dovevamo solo stare al gioco”, racconta, restituendo l’immagine di un isolamento quasi paradossale ai vertici del successo mondiale.
Nell’intervista Pratt affronta anche il lato più fragile del mestiere di turnista, quella che chiama “sideman bitterness“, l’amarezza di chi ha contribuito a successi planetari senza mai riceverne un riconoscimento pieno. Lui l’ha tenuta a distanza rifugiandosi nella stand-up comedy, che considera molto più esposta della musica: non prova ansia a suonare al Madison Square Garden, ma soffre una vera trepidazione in studio di registrazione e sul palco comico, dove il silenzio del pubblico è un verdetto immediato e personale. “Ho ancora questa terribile trepidazione quando… mi chiedo: ‘Oh Dio, sarò bravo?'”, ammette. Ha aggiunto poi che ha in programma di tornare a esibirsi come comico l’anno prossimo e che a breve uscirà anche un suo nuovo libro.
Chiude il racconto guardando alla propria eredità familiare: il padre Mike Pratt, cantautore pluripremiato con un Ivor Novello all’attivo, scrisse alcuni dei primi successi rock and roll inglesi per Tommy Steele, e oggi quella stessa vena artistica prosegue nel figlio Stanley, alle prese con il pop elettronico. Nonostante decenni ai vertici dell’industria, Pratt dice di usare ancora un’app chiamata Brick per disattivare l’accesso ai siti di notizie e a internet evitando così distrazioni. Il bassista ammette che, se non limitasse l’uso del telefono, farebbe qualsiasi cosa pur di non dedicarsi al compito che deve effettivamente svolgere, come ad esempio imparare nuove canzoni per una sessione di registrazione, come quella recente con il chitarrista Ben Worsley. Il consiglio che lascia a chi muove i primi passi è, in fondo, lo stesso principio che ha guidato tutta la sua carriera: “Nelle industrie creative la tua forza è nello stare insieme… trovare le persone giuste e stare tutti uniti”.

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1 ha pensato a “Guy Pratt rifiutò di suonare in Amused to Death di Waters

  1. Una persona con i piedi per terra, e soprattutto dove lealtà e onestà sembrano lontani ricordi del passato, per lui sono paletti ben fermi sul suo cammino.
    Non sapevo della storia, ma sono felice che ci siamo persone come lui.

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