Us + Them

us+them
  • Intro
  • Speak To Me
  • Breathe
  • One Of These Days
  • Time
  • Breathe (Reprise)
  • The Great Gig In The Sky
  • Welcome To The Machine
  • Déjà Vu
  • The Last Refugee
  • Picture That
  • Wish You Were Here
  • The Happiest Days Of Our Lives
  • Another Brick In The Wall Part 2
  • Another Brick In The Wall Part 3
  • Dogs
  • Pigs (Three Different Ones)
  • Money
  • Us & Them
  • Brain Damage
  • Eclipse
  • The Last Refugee (Reprise)
  • Déjà Vu (Reprise)

Alla Ziggo Dome di Amsterdam, il 18, 19, 22 e 23 giugno 2018, quattro serate fissano quello che il tour Us + Them aveva costruito in oltre un anno di programmazione: 157 concerti organizzati tra maggio 2017 e dicembre 2018, capaci di attirare più di due milioni e trecentomila spettatori complessivi. Il film e l’album dal vivo derivano interamente da quelle date olandesi e non da un assemblaggio di tappe sparse. L’arena non venne scelta a caso: il soffitto offriva infatti punti di ancoraggio ideali per reggere la complessa infrastruttura mobile dello spettacolo, e l’acustica controllata permetteva di registrare il pubblico senza rientri di suono nei microfoni del palco. È sopra le teste degli spettatori che si verifica la scena più spettacolare: nel passaggio al secondo tempo cala sul centro del parterre una parete longitudinale di schermi LED che ricostruisce in scala monumentale la Battersea Power Station della copertina di Animals, con le ciminiere che sbuffano fumo reale e il celebre maiale che galleggia nell’aria dell’impianto. L’idea del rock da arena concepito come opera teatrale non nasce per Waters nel 2017. Nel 2005, intervistato da Mark Ellen per la rivista Word a pochi mesi dal Live 8, il musicista spiegava che il suo interesse per lo spettacolare era maturato fin dalle prime esperienze nei Pink Floyd, rivendicando una naturale inclinazione a esprimere concetti che richiedono ben più di tre minuti per svilupparsi. Interrogato su come vorrebbe essere ricordato, Waters citava le proprie canzoni ma anche l’aver avuto una visione dell’arena rock come teatro, sposando elementi visivi e musica per rendere l’esperienza d’ascolto ancora più viscerale. Le tappe precedenti della sua carriera solista rappresentano altrettanti tasselli di questo metodo produttivo. Nel 1984, prima del tour di The Pros and Cons of Hitch Hiking, Tim Renwick venne incaricato di trascrivere l’intero repertorio dei Floyd, composto allora da undici album, affinché Waters potesse selezionare i brani da eseguire. In quella tournée, come ricordato dallo stesso Renwick, Waters pretese che ogni esecuzione fosse esattamente identica ai dischi, esigendo un controllo totale su ogni aspetto della produzione. Con il tour In the Flesh, allestito tra il 1999 e il 2002, il nome venne ripreso dalla sezione americana dei concerti floydiani del 1977, introducendo le proiezioni sui maxischermi e un impianto audio quadrafonico a 360 gradi: lo show vedeva un’esplosione in apertura, una vera e propria partita a carte giocata sul palco durante l’esecuzione di Dogs (con un punteggio aggiornato serata dopo serata che vedeva sempre vincitore Waters) e in chiusura l’inedito Each Small Candle, incentrato sui temi della guerra e della solidarietà. In seguito arrivò la produzione di The Wall: oltre duecento repliche, quattro milioni e mezzo di spettatori, 458 milioni di dollari di incasso e il record assoluto per un artista solista. La scaletta ricalcava fedelmente quella dei Pink Floyd del 1980-1981, con la sola aggiunta della ballata dedicata a Jean Charles de Menezes in coda ad Another Brick in the Wall, Part 2, per un film co-diretto da Sean Evans e dallo stesso Waters, con audio mixato e prodotto da Nigel Godrich. I medesimi due nomi si ritrovano alla guida di Us + Them, ma con una sfida rovesciata: mentre per The Wall la sequenza dei brani era vincolata, qui la scelta del repertorio tornava ad essere aperta. Di questo aspetto Waters parlò ad Ernesto Assante a Roma in occasione dell’inaugurazione della mostra Their Mortal Remains, pochi mesi prima delle riprese ad Amsterdam, interrogandosi su quale percentuale di vecchio materiale floydiano fosse corretto proporre. Citando l’esempio di Neil Young e del suo album Greendale, Waters ammise di non potersi permettere una radicalità così estrema nei confronti del pubblico, sostenendo la necessità di creare uno spettacolo appetibile per la gente e al tempo stesso capace di stimolarla. La formula individuata prevedeva un 75% di canzoni scritte per i Pink Floyd e un 25% tratte dall’ultimo disco solista, una proporzione ritenuta bilanciata. L’ultimo album in studio era Is This the Life We Really Want?, pubblicato a 25 anni di distanza da Amused to Death. Il disco nacque da un radiodramma a cui Waters stava lavorando e dall’incontro con Godrich, il quale partì da Déjà Vu (il primo brano registrato) conservando delle demo originali soltanto l’apertura e la chiusura. L’opera affronta la crisi dell’uomo contemporaneo, l’individualismo e l’indifferenza attraverso testi essenziali, mentre Godrich ne distilla l’essenza del suono floydiano tramite un gioco di continui flashback sonori. La stessa Déjà Vu era stata abbozzata alla fine del tour di The Wall e presentata al Parlamento Europeo di Bruxelles con il titolo Lay Down Jerusalem (If I Had Been God) nel corso di un’esecuzione di quasi dodici minuti. Il titolo della tournée derivava invece da un brano storicamente legato a Richard Wright, nato come pezzo strumentale intitolato The Riot Scene e scartato da Michelangelo Antonioni per la colonna sonora di Zabriskie Point durante le sessioni romane del 1970. Il brano divenne poi una tracia fondamentale di The Dark Side of the Moon. Wright considerava quel tema, nato dalla ricerca di una parte centrale, come una delle migliori composizioni mai scritte a quattro mani con Waters. Il titolo riprendeva inoltre un capitolo del saggio The Politics of Experience di R.D. Laing, le cui teorie sulla follia come risposta razionale a una società disumanizzata avevano influenzato a lungo il pensiero di Waters. Lo stesso Wright, pochi anni prima di morire, ricordò che nonostante non vi fosse una profonda amicizia personale, tra lui e Roger esisteva una straordinaria intesa professionale, rammaricandosi per la sua interruzione. Nel corso delle esecuzioni dal vivo di Us and Them, sui maxischermi scorrevano le immagini di giovani donne vittime dei conflitti armati, tra cui una ragazza di una favela di Caracas e una giovane yemenita uccisa anni prima, estratta dal documentario Dirty Wars. Waters descrive i suoi concerti come un viaggio emotivo condiviso in cui invita il pubblico ad amare e soffrire insieme a lui. La drammaturgia in due atti viene riprodotta fedelmente nell’album dal vivo: il primo tempo si apre con i brani introspettivi di The Dark Side of the Moon (Speak to Me, Breathe, Time, The Great Gig in the Sky), prosegue con One of These Days e Welcome to the Machine, per poi innestare i nuovi brani Déjà Vu, The Last Refugee e Picture That prima di chiudere con Wish You Were Here e la sequenza di The Wall composta da The Happiest Days of Our Lives e Another Brick in the Wall, Part 2 e Part 3, dove un gruppo di ragazzi locali in divisa da prigioniero si libera delle tute mostrando magliette con la scritta RESIST. Il secondo tempo sviluppa i temi più apertamente politici attraverso oltre ventisette minuti dedicati a Dogs e Pigs (Three Different Ones), seguiti da Money, Us and Them, Brain Damage ed Eclipse. L’album non si conclude tuttavia con Eclipse, ma sfuma sulle riprese di The Last Refugee e Déjà Vu. L’iconico maiale sopra la Battersea Power Station vanta un precedente nel tour del 2007, quando diversi esemplari di Algie vennero portati in Sudamerica. A Santiago del Cile, prima dello show, Waters venne visitato dal medico Pablo López, il quale gli raccontò che il proprio padre era stato torturato dal regime di Pinochet all’interno dello stesso stadio che avrebbe ospitato il concerto. Waters decise di donare uno dei maiali gonfiabili a un evento in memoria dei desaparecidos, spedendolo a fine tour per essere fatto volare durante un omaggio a tre docenti cileni assassinati dalla dittatura. La formazione sul palco comprende dieci elementi: Jonathan Wilson alla chitarra e voce principale nelle parti storicamente affidate a David Gilmour in Time, Breathe e Us and Them; Dave Kilminster impegnato nell’esecuzione filologica degli assoli di Comfortably Numb, Dogs e Time oltre al talk-box in Pigs; Joey Waronker alla batteria; Jon Carin ai sintetizzatori, campionamenti e lap steel per garantire la continuità timbrica floydiana, affiancato da Bo Koster; infine le due cantanti dei Lucius, Jess Wolfe e Holly Laessig, le quali con abiti identici e movenze robotiche trasformano l’assolo di The Great Gig in the Sky in un duetto ipnotico (nel marzo 2018 Waters avrebbe poi inciso la voce e la chitarra per la loro cover di Goodnight, Irene nell’album NUDES). Verso la conclusione dello spettacolo, l’esecuzione di Brain Damage ed Eclipse culmina nell’apparizione di una piramide di luce laser ricreata sopra la platea, che Waters descrive come un momento capace di generare un profondo respiro di meraviglia e un senso di unione collettiva. Riguardo alla seconda metà di Déjà Vu, Waters ha spiegato che la versione estesa venne tagliata dal montaggio finale del disco da Nigel Godrich per evitare possibili associazioni con il conflitto israelo-palestinese, pur apprezzando la possibilità di proporla integralmente dal vivo. Il film della tournée, diretto da Waters e Sean Evans con la fotografia di Brett Turnbull e il montaggio di Katharine McQuerrey, adotta un taglio squisitamente cinematografico con riprese in 4K ed HDR, alternando panoramiche aeree, primi piani dei musicisti e comparse nei ruoli di rifugiati. La pellicola venne presentata fuori concorso alla 76ª Mostra del Cinema di Venezia il 7 settembre 2019, distribuita nelle sale il 2 e il 6 ottobre in oltre 2.850 cinema nel mondo, prima di approdare sulle piattaforme digitali il 16 giugno 2020 e nei formati fisici il 2 ottobre 2020 per Columbia/Legacy con traccia audio Dolby Atmos curata da Godrich e Sam Petts-Davies presso i Real World Studios e i Pinewood Studios, con mastering affidato a Bob Ludwig e Barry Grint. I brani Smell the Roses e Comfortably Numb, anch’essi registrati ad Amsterdam, furono esclusi dal montaggio cinematografico per preservare il ritmo narrativo del film, venendo recuperati come contenuti extra nelle edizioni home video e nelle pubblicazioni estese.