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L’edizione giapponese del 50° anniversario di Wish You Were Here e la metafisica della fiamma

Viviamo nell’epoca del feticismo del vinile colorato. Le major lo sanno, le indie lo sanno, persino le ristampe delle compilation degli anni ’80 escono in splatter vinyl marmorizzato. Il collezionismo discografico contemporaneo si è trasformato in una caccia cromatica dove il valore percepito dell’oggetto supera spesso quello dell’arte che contiene. Chartreuse, magenta neon, trasparenze smoke: il vinile è tornato prepotentemente sul mercato, ma lo ha fatto vestito da Pokémon raro da catturare piuttosto che da medium sonoro da venerare.
Eppure, ogni tanto, accade qualcosa di diverso. Ogni tanto una ristampa va oltre il marketing del collezionismo compulsivo e tocca qualcosa di più profondo, quasi metafisico. È il caso dell’edizione del 50° anniversario di Wish You Were Here in vinile Yellow Flame, particolarmente nella sua incarnazione giapponese dove l’album porta il titolo 炎 (Fiamma).
Qui non stiamo parlando solo di un disco giallo. Stiamo parlando di una convergenza tra forma e significato che Roger Waters stesso, nel suo periodo più concettualmente ossessivo, avrebbe potuto solo sognare.

Per i floydiani della prima ora, il mercato giapponese ha sempre rappresentato una terra di meraviglie e stranezze: le mini-LP replica, gli obi strip con stampe in rilievo, i vinili Red Wax e anche i titoli tradotti che spesso cambiavano radicalmente la percezione dell’opera.
Un fatto che capitò anche a Wish You Were Here, anche se con un trattamento diverso: 炎 (あなたがここにいてほしい) – Fiamma (Vorrei che tu fossi qui).
Il carattere 炎, isolato e monumentale sulla copertina giapponese, non è una traduzione. È una ricontestualizzazione filosofica. E quando, cinquant’anni dopo, la Sony decide di stampare l’anniversario in vinile “Yellow Flame” per tutti i mercati, la scelta cromatica che per l’Occidente è solo design diventa, in Giappone, l’incarnazione fisica del titolo stesso.
È difficile non vedere in questo una forma di sincronicità junghiana, o forse semplicemente una delle coincidenze più perfette nella storia delle ristampe discografiche.

Per comprendere la portata di questa scelta, bisogna immergersi nell’estetica buddista zen che permea la cultura giapponese. Il concetto di impermanenza non è una nota a piè di pagina filosofica, ma il fondamento stesso attraverso cui la cultura giapponese interpreta l’esistenza. Tutto è transitorio, tutto scorre, nulla rimane.
La fiamma è l’archetipo perfetto di questo principio. Non esiste “una” fiamma: esiste un processo di combustione in continua trasformazione. Ciò che vediamo come fuoco è in realtà un fenomeno che nasce, si trasforma e muore in ogni istante. Non si può fotografare la stessa fiamma due volte.
Ora, riascoltate Wish You Were Here attraverso questa lente. L’intero album è una meditazione sull’impermanenza: Syd Barrett che c’era e non c’è più, la band che era una cosa e ne è diventata un’altra, l’industria musicale che ha trasformato la loro arte in commodity.

“How I wish, how I wish you were here
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year”

Queste non sono solo parole di nostalgia, sono il riconoscimento dell’impossibilità di trattenere ciò che è già cambiato.
La suite di Shine On You Crazy Diamond, con i suoi quasi 26 minuti complessivi che aprono e chiudono l’album come un ouroboros sonoro, è essa stessa una fiamma: inizia lentamente (le note di sintetizzatore di Wright che emergono dal nulla), raggiunge un’intensità accecante (l’assolo di Gilmour), e poi lentamente si estingue nel finale della Part IX, lasciandoci nel silenzio con la consapevolezza acuta di ciò che è andato perduto.
Il titolo giapponese 炎 non “traduce” Wish You Were Here. Lo trasfigura. Dice: questo album è una fiamma che brucia per qualcosa che non c’è più.

Ma c’è un’altra dimensione nel simbolismo della fiamma che rende la scelta del titolo giapponese ancora più stratificata. Nella filosofia zen, il fuoco non è solo distruzione, ma anche purificazione. Il monaco che brucia i propri attaccamenti materiali, l’acciaio della katana che viene forgiato attraverso il calore estremo: la fiamma elimina le impurità e rivela l’essenza.
Wish You Were Here è, sotto molti aspetti, un album di purificazione attraverso il dolore. I Floyd, nel momento del loro massimo successo commerciale con The Dark Side of the Moon, avrebbero potuto facilmente replicare la formula. Invece hanno scelto di scavare nelle proprie ferite, di confrontarsi con il senso di colpa per aver “lasciato indietro” Barrett, di denunciare l’ipocrisia dell’industria musicale anche mentre ne beneficiavano.

Welcome to the Machine e Have a Cigar sono tracce acide, quasi punk nel loro disgusto per il sistema. Un grido di rabbia contro la spersonalizzazione dell’arte. Il fuoco che brucia qui è quello della critica spietata, della disillusione che non cerca consolazioni facili.
E tuttavia, l’album non è cinico. È straziato, ma non cinico. La fiamma che distrugge le illusioni è anche quella che cerca di ritrovare qualcosa di autentico nelle ceneri.
Il “calore” qui rappresenta l’autenticità perduta, la passione originaria che la band sente di aver scambiato per il successo commerciale.
Il vinile Yellow Flame, visto attraverso questa prospettiva, non è solo un oggetto da collezione. È una domanda: hai ancora la tua fiamma? O l’hai venduta per cenere fredda?

Impossibile parlare di Wish You Were Here senza affrontare il suo vero destinatario: Syd Barrett. E qui il simbolismo della fiamma raggiunge la sua massima potenza tragica.
Barrett era, per usare un termine giapponese che non ha equivalente esatto in italiano, 物の哀れ – la bellezza patetica delle cose effimere. Il suo genio era così intenso, così brillante, che si è consumato in pochi anni. La fiamma che brucia troppo forte dura poco: questo è Barrett in una frase.
L’aneddoto della sua visita agli Abbey Road Studios durante le registrazioni dell’album – rasato, sovrappeso, irriconoscibile – è diventato leggenda floydiana. Waters che piange, Gilmour che rimane sconvolto. La fiamma che un tempo illuminava tutto era ormai spenta, e ciò che rimaneva era un corpo vuoto, uno spirito altrove.
Shine On You Crazy Diamond – “brillare come un diamante pazzo” – è l’ultimo saluto a quella fiamma. Il diamante, nella sua durezza e permanenza, è l’opposto del fuoco. È ciò che rimane quando tutto si è consumato: la memoria, l’eredità, le canzoni che Barrett ha lasciato e che continuano a bruciare nelle orecchie di chi le ascolta.
Il finale dell’album, con la ripresa di Shine On e le note di See Emily Play in chiusura, crea una struttura circolare. Siamo tornati dove abbiamo iniziato, ma non è più lo stesso posto. La fiamma ha completato il suo ciclo. E noi, cinquant’anni dopo, teniamo tra le mani un vinile giallo che incarna fisicamente quel fuoco, quella perdita, quella memoria.

Parliamoci chiaro: la maggior parte delle ristampe in vinile colorato sono esercizi di marketing. Limited edition, numerate, variant cover – tutto studiato per spingere il collezionista a comprare la stessa musica per la quarta volta. E funziona, perché siamo tutti complici di questo gioco.
Ma il Yellow Flame di Wish You Were Here – soprattutto nella sua versione giapponese con il titolo 炎 – trascende questa logica. Qui il colore non è un vezzo: è la materializzazione del concetto. Quando metti il disco sul piatto e vedi quel giallo dorato girare, non stai semplicemente ascoltando musica. Stai osservando la fiamma stessa, catturata in polivinile cloruro, che gira a 33 giri al minuto.
C’è qualcosa di profondamente poetico in questo. L’album che parla di assenza e perdita diventa un oggetto che puoi toccare, vedere, possedere. La fiamma effimera viene congelata in una forma che può durare decenni. È un paradosso, certo, ma è anche precisamente ciò che fa l’arte: cattura l’inafferrabile e lo rende condivisibile.
L’edizione giapponese, con il suo obi strip che riporta il carattere 炎 in rilievo, trasforma l’acquisto in un atto di comprensione culturale. Non stai comprando un disco dei Pink Floyd. Stai comprando una conversazione tra due estetiche, quella britannica del progressive rock e quella giapponese dello zen, mediate attraverso un pezzo di vinile colorato.
È ridicolo? Forse. Ma è anche bellissimo.

Cinquant’anni dopo la sua uscita, Wish You Were Here rimane uno degli album più emotivamente devastanti mai registrati. Non ha l’ambizione cosmica di The Dark Side of the Moon, né la rabbia politica di Animals, né la portata operistica di The Wall. Ha qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più universale: parla di perdita, di nostalgia, di quel momento in cui ti rendi conto che qualcosa di prezioso è scomparso per sempre.
Il titolo giapponese 炎 e il vinile Yellow Flame del 50° anniversario non aggiungono nulla alla musica, ovviamente. Le note sono le stesse, le dinamiche sono le stesse, l’emozione è la stessa. Ma aggiungono un contesto, una cornice interpretativa che ci permette di vedere l’album da una prospettiva diversa.
Ci ricordano che la fiamma, per quanto effimera, continua a bruciare finché qualcuno la ricorda. Ci ricordano che l’arte non è solo l’oggetto, ma anche il significato che vi proiettiamo. Ci ricordano che, in fondo, siamo tutti alla ricerca di quella scintilla originaria che ci ha fatto innamorare della musica, prima che diventasse business, algoritmi, playlist.

Roger Waters probabilmente penserebbe che tutto questo sia una stronzata. David Gilmour probabilmente scrollerebbe le spalle e direbbe che è solo un disco giallo. Ma Syd Barrett, forse, avrebbe sorriso di quel suo sorriso enigmatico e avrebbe capito.
Perché alla fine, Wish You Were Here – o 炎, se preferite – parla di questo: della fiamma che tutti portiamo dentro, che a volte si spegne, che a volte minaccia di consumarci, ma che, se siamo fortunati, continua a illuminare il nostro cammino.
Anche quando vorremmo che qualcun altro fosse qui a condividere il calore.

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