Recensione: le tracce inedite di Wish You Were Here 50

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Il cofanetto celebrativo per i cinquant’anni di Wish You Were Here non è soltanto un’operazione commemorativa, ma un vero e proprio viaggio nel laboratorio creativo dei Pink Floyd nel 1975. Le tracce inedite incluse nella raccolta permettono di osservare l’album da una prospettiva interna, rivelando il processo di scrittura, le tensioni artistiche e le scelte sonore che hanno portato alla forma definitiva di uno dei dischi più emblematici della storia del rock.

Il cuore pulsante di questo materiale è senza dubbio “Shine On You Crazy Diamond (Early Instrumental Version, Rough Mix)”. In questa lunga versione strumentale, priva di rifiniture e sovrastrutture, il brano appare nella sua fase più vulnerabile e autentica. Le tastiere di Rick Wright costruiscono paesaggi sospesi, la chitarra di David Gilmour esplora il tema principale con un lirismo ancora in divenire, mentre la sezione ritmica accompagna con discrezione, lasciando respirare ogni passaggio. L’assenza della voce non impoverisce il brano, al contrario ne amplifica la forza emotiva: la musica sembra raccontare da sola il senso di perdita, distanza e memoria che attraversa l’intero album. È una versione che non va ascoltata come semplice curiosità archivistica, ma come un’opera compiuta nella sua incompiutezza.

Le due versioni di “The Machine Song”, embrione di quella che diventerà Welcome to the Machine, spostano l’attenzione sul contributo concettuale di Roger Waters. Nel “Roger’s Demo”, la struttura è essenziale, quasi scheletrica, ma già carica di inquietudine. I suoni sintetici e la ripetitività delle sequenze suggeriscono un mondo freddo e disumanizzato, anticipando con chiarezza il tema dell’alienazione industriale e dello sfruttamento dell’individuo da parte del sistema musicale e sociale. È una bozza che colpisce per la sua immediatezza ideologica.

Con “The Machine Song (Demo #2 – Revisited)”, l’idea iniziale si espande. La durata maggiore e lo sviluppo più articolato mostrano un Waters più consapevole delle potenzialità narrative del brano. Qui si percepisce il passaggio dalla semplice intuizione alla costruzione di un’atmosfera oppressiva più complessa, che prepara il terreno per l’arrangiamento definitivo. È il momento in cui la macchina inizia davvero a prendere forma, non solo come suono, ma come metafora centrale dell’album.

La Take 1 di Wish You Were Here rappresenta una delle rivelazioni più affascinanti del cofanetto. Questa versione si distingue per un approccio più schietto e meno levigato rispetto alla forma definitiva: l’acustica di Gilmour risuona con un carattere quasi folk, il fraseggio vocale manifesta un ceto tentativo sperimentale e gli arrangiamenti si mantengono essenziali. Senza gli effetti “radio” che aprono la versione ufficiale e priva del lungo assolo conclusivo, Take 1 suona a tratti come una ballata accanto al fuoco, con un ritmo più aperto e una vulnerabilità immediata che amplifica il tema centrale di nostalgia e desiderio di connessione. Questo approccio diretto permette di cogliere il brano nella sua essenza più pura, prima che venisse definitivamente modellato in studio.

Più intima e malinconica è “Wish You Were Here (Pedal Steel Instrumental Mix)”, che priva uno dei brani più celebri dei Pink Floyd della sua componente vocale per metterne in risalto la struttura melodica. La pedal steel guitar assume un ruolo narrativo, accentuando il senso di nostalgia e distanza emotiva già insito nella composizione. Senza parole, il brano diventa quasi un lamento strumentale, un ricordo che riaffiora senza bisogno di essere esplicitato. È una versione che invita all’ascolto attento e silenzioso, capace di rivelare nuove sfumature emotive.

A chiudere il percorso c’è “Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1–9 New Stereo Mix)”, presentata per la prima volta come un unico flusso continuo. Il nuovo mix stereo restituisce unità narrativa alla suite, permettendo di coglierne la struttura ciclica e la coerenza interna. I passaggi strumentali appaiono più omogenei, le transizioni più fluide, e l’intero brano assume il carattere di un lungo requiem sonoro dedicato a Syd Barrett. Non si tratta di una riscrittura, ma di una rilettura rispettosa che valorizza il respiro epico della composizione.

Nel complesso, queste tracce inedite arricchiscono Wish You Were Here senza intaccarne il mito. Offrono invece una chiave di lettura più profonda, mostrando come la fragilità, il dubbio e la sperimentazione siano stati elementi fondamentali nella creazione di un capolavoro. Per l’ascoltatore attento, questo cofanetto non è soltanto un anniversario da celebrare, ma un’occasione rara per comprendere davvero come nasce un disco destinato a durare nel tempo.

Post Scriptum

Questa recensione arriva tardi perché la mattina del 12 dicembre abbiamo ricevuto una terribile notizia. Il nostro amico Maurizio Carminati ci ha lasciato. Inutile dire che è una perdita enorme per la comunità floydiana italiana, in particolare per Cymbaline. Ci piace dire che se ne va da vero floydiano, quale era, con un’uscita catartica nel giorno della celebrazione dell’assenza. Shine On Maurizio!

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