Ahmet Ertegun fonda la Rock and Roll Hall of Fame nel 1983, pensandola come l’archivio ufficiale di tutto ciò che ha plasmato la cultura rock. L’edificio disegnato da I. M. Pei sulle rive del lago Erie, a Cleveland, arriva solo più tardi, ma il meccanismo di selezione è già scritto nel DNA dell’istituzione: venticinque anni di attesa dal primo disco pubblicato, poi il passaggio attraverso una Commissione di Nomina di circa quaranta addetti ai lavori che restringe il campo a una quindicina di nomi, infine il voto di oltre mille elettori tra artisti già inclusi, accademici, giornalisti e discografici. Dal 2012 si aggiunge anche una scheda cumulativa proveniente dal pubblico online. Il criterio dichiarato non è mai stato il successo commerciale in sé, ma l’innovazione, l’influenza sulle generazioni successive e la tenuta nel tempo, categorie in cui i Pink Floyd, sulla carta, dovrebbero rientrare senza troppe discussioni.
E infatti nel 1992 la band raggiunge la soglia teorica di eleggibilità, venticinque anni esatti dopo The Piper at the Gates of Dawn. Il 16 settembre 1993 la Commissione formalizza la candidatura per la classe del 1994. Il verdetto del corpo elettorale, però, è un no: il quorum di voti favorevoli non arriva, e i Pink Floyd restano fuori dalla cerimonia dell’anno successivo. Non è un incidente isolato, ma il sintomo di un pregiudizio strutturale: l’elettorato di quegli anni, cresciuto a pane e rock americano, blues e R&B, guarda al progressive rock britannico con un misto di sospetto e insofferenza, bollandolo come esercizio cerebrale ed elitario. A complicare le cose ci si mette anche il momento storico del gruppo: dopo l’addio turbolento di Roger Waters nel 1985 e le battaglie legali sull’uso del nome, nell’autunno del ’93 David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright sono chiusi in studio a lavorare su The Division Bell, mentre l’immagine pubblica della band resta frammentata agli occhi di chi deve votare.
La rivincita arriva alla candidatura successiva. Il 17 gennaio 1996, undicesima cerimonia annuale, la Hall of Fame consacra ufficialmente i cinque nomi storici (Syd Barrett, David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters e Richard Wright) sul palco della Ballroom del Waldorf-Astoria di New York. Ma la serata è segnata più dalle assenze che dalle presenze. Barrett, ritiratosi a vita privata a Cambridge da un ventennio, non ha alcuna intenzione di comparire. Waters sceglie di non esserci per l’acredine ormai insanabile con Gilmour, anche se la versione ufficiale diffusa dagli organizzatori parla genericamente di un’indisposizione fisica.
A introdurre la band è chiamato Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, che apre il discorso scherzando sulla proverbiale dilatazione temporale dei brani del gruppo e promettendo di restare entro la durata media di una loro canzone. Nei sei minuti che seguono definisce i Pink Floyd l’anomalia per eccellenza della storia del rock (capacità di vendere cifre monumentali senza mai piegarsi alla logica del singolo da classifica), indica The Dark Side of the Moon come uno dei migliori album mai incisi, ricorda la commozione personale legata a Wish You Were Here ascoltato durante la malattia terminale della nonna, rende omaggio alla parabola tragica di Barrett e definisce The Wall una delle opere più coraggiose mai concepite in un disco rock.
Sul palco, i tre presenti gestiscono l’imbarazzo diplomatico ciascuno a modo suo. Gilmour ritira i premi anche a nome di Waters e Barrett, descrivendoli come compagni che nel frattempo hanno preso a suonare melodie diverse dalle sue. Wright si commuove ricordando che l’intera storia della band è nata dal genio primigenio di Barrett. Mason, fedele all’understatement britannico, se la cava con l’ironia, suggerendo un controllo fiscale a beneficio della platea di dirigenti discografici e osservando che l’ingresso nella Hall of Fame sancisce ufficialmente che il gruppo non dovrà più fare da spalla a nessuno. A chiudere la serata, Gilmour e Wright (con Corgan alla chitarra acustica ritmica) eseguono dal vivo Wish You Were Here, un brano il cui testo sull’assenza calza perfettamente sulle sedie vuote di Barrett e Waters. È, di fatto, l’ultima esibizione dal vivo sotto il nome Pink Floyd prima della reunion estemporanea per il Live 8 del 2005. Gilmour resta anche per la tradizionale jam finale su Goodnight Irene insieme agli altri artisti premiati nella serata.
Il legame tra la band e l’istituzione di Cleveland non si chiude lì. Su richiesta dei curatori del museo, Roger Waters fornisce un testo autografo, riprodotto come graffito, per l’installazione permanente dedicata a The Wall: nel testo ripercorre la genesi del disco a partire dall’episodio del luglio 1977 allo Stadio Olimpico di Montreal, quando, esasperato dall’alienazione dei grandi stadi, sputa in faccia a uno spettatore troppo esagitato, trovandosi di fronte alla scelta tra rassegnarsi a quell’alienazione o trasformarla nel viaggio introspettivo che avrebbe dato forma al “muro”. Nel 2001 il museo acquisisce anche le imponenti sculture metalliche di Storm Thorgerson realizzate per la copertina di The Division Bell del 1994 (le due teste contrapposte, simbolo dell’incomunicabilità, oggi parte del percorso espositivo dedicato al design grafico applicato al rock).