La formazione a cinque

Wordpress (1)

Alla fine del 1967, i Pink Floyd vivevano sospesi tra il trionfo e il baratro. Il loro album di debutto, The Piper at the Gates of Dawn, li aveva consacrati come i sommi sacerdoti della scena psichedelica londinese, ma dietro le luci stroboscopiche del club UFO la stabilità del gruppo stava andando in pezzi. La salute mentale di Syd Barrett, il leader carismatico e geniale architetto del loro suono, stava subendo un deterioramento drammatico e visibile. Il suo comportamento, reso erratico da un crollo psicologico profondo, trasformava ogni concerto in una scommessa pericolosa. Questo caos non era solo un problema artistico, ma una minaccia reale alla sopravvivenza commerciale della band, che si trovava a fare i conti con promotori furiosi e un futuro incerto. In questo clima di disperazione e urgenza, la band decise di correre ai ripari affiancando a Syd un vecchio amico d’infanzia: David Gilmour, un musicista tecnicamente impeccabile che avrebbe dovuto fungere da “rete di sicurezza”.

L’ingresso di Gilmour rappresentò un momento di svolta strategica senza precedenti. All’epoca, David era appena tornato da un tour europeo con i Jokers Wild e, mentre cercava di capire quale sarebbe stata la sua prossima mossa professionale, si manteneva lavorando come autista per gli stilisti di grido della “Swinging London”, Ossie Clark e Alice Pollock. Gilmour ricordò in seguito quel periodo di incertezza e il primo, quasi casuale, riavvicinamento alla band:

La prima volta che rividi i Pink Floyd fu dopo essere tornato dalla Francia, durante il tour di Hendrix alla Royal Albert Hall. Suonarono per diciassette minuti – giusto il tempo per permettere a Syd di accordarsi. Avevo un lavoro diurno, facevo l’autista per il negozio di Ossie Clark, il Quorum, a Chelsea. Quindi di giorno facevo quello, e nel frattempo cercavo di capire quale sarebbe stata la mia prossima mossa musicale. Credo che la volta successiva fu al Royal College of Art, a dicembre, e Syd ormai era piuttosto fuori fase. Fu lì che Nick Mason mi disse: ‘Allora… che ne penseresti se ti chiedessimo di unirti a noi?’ Aveva appena accennato l’argomento.

Quell’invito informale si trasformò rapidamente in realtà operativa all’inizio del nuovo anno. L’8 gennaio 1968 segnò l’inizio ufficiale della formazione a cinque: i Pink Floyd si riunirono per le prime prove presso la Kensal Rise Primary School a Brondesbury Park, Londra. Per celebrare (o forse per cercare di normalizzare) quella nuova configurazione, il gruppo partecipò quello stesso giorno a una rara sessione fotografica che ritraeva tutti e cinque i membri insieme, un’immagine che oggi appare come un frammento quasi surreale di un futuro che non sarebbe mai esistito. Da quel momento, iniziò una breve e tesissima serie di concerti che vide coesistere sul palco le chitarre di Barrett e Gilmour:

  • 12 gennaio: Aston University, Birmingham
  • 13 gennaio: Winter Gardens Pavilion, Weston-super-Mare
  • 19 gennaio: Lewes Town Hall, Lewes, Sussex
  • 20 gennaio: Pavilion Ballroom, Hastings

L’idea alla base di questa configurazione era ispirata al modello dei Beach Boys: Gilmour avrebbe garantito la solidità del suono dal vivo, mentre Barrett sarebbe rimasto a casa a scrivere canzoni, al sicuro dalle pressioni del palco. Ma la logistica di questo piano si scontrò con la realtà di una band che non riusciva più a comunicare con il proprio fondatore. Sul palco, la tensione tra la genialità eccentrica di Barrett e la professionalità pragmatica di Gilmour creava un’atmosfera carica di disagio. David si trovava in una posizione emotivamente estenuante, come lui stesso dichiarò:

Ero nervoso e distratto dalle troppe critiche e dalle persone che dicevano che ero solo una pallida imitazione di Syd. Il problema è che eravamo tutti d’accordo sul fatto che non fossimo altrettanto bravi senza di lui

L’esperimento giunse al suo epilogo traumatico il 26 gennaio 1968. Mentre si recavano alla Southampton University per un concerto, i membri della band presero la decisione, quasi spontanea ma definitiva, di non passare a prendere Syd. Fu il primo concerto ufficiale dei Pink Floyd senza il loro fondatore. Il giorno successivo, il 27 gennaio, la stampa inglese riportò la notizia ufficiale dell’ingresso di Gilmour, suggellando un cambiamento che era già avvenuto nei fatti. Il limbo emotivo continuò per settimane, fino al 1° marzo 1968, quando i giornali annunciarono ufficialmente l’estromissione di Barrett e il passaggio della gestione della band nelle mani del nuovo manager, Steve O’Rourke.

Tuttavia, il legame con Syd non si spezzò in modo indolore. La presenza del “Diamante Pazzo” continuò a perseguitare la band, manifestandosi in episodi di inquietante vicinanza. Il 16 marzo 1968, durante un concerto al Middle Earth di Covent Garden, Syd si presentò tra il pubblico, fissando il suo sostituto per tutta la durata dell’esibizione. Un momento che Gilmour ha descritto con toni vividi:

Ricordo quando suonammo al Middle Earth e Syd venne e si mise in piedi proprio davanti al palco a fissarmi – se fosse uno sguardo di rabbia, odio o fastidio, è difficile a dirsi. Ma dalla mia posizione paranoica, stando lì sopra come la persona che aveva preso il suo posto, non furono esattamente ‘buone vibrazioni’. Si è detto che venne a molti concerti e che ci seguisse in giro per il paese con la sua Mini, ma sono sciocchezze.

Quel sacrificio, per quanto crudele, fu la genesi necessaria per la leggenda. Senza la stabilità portata da Gilmour e la dolorosa separazione da Barrett, i Pink Floyd non avrebbero mai trovato la forza di evolversi verso le architetture sonore di A Saucerful of Secrets o l’universalità di The Dark Side of the Moon. Gennaio 1968 rimane dunque un mese spartiacque: il momento in cui la band perse la sua guida originaria per forgiarsi in un’entità collaborativa e immortale. Come avrebbe ammesso Gilmour anni dopo, quel periodo turbolento fu ciò che diede alla band la direzione necessaria per trasformare una crisi irreversibile nel primo passo verso l’infinito.