Apples And Oranges

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L’ultimo frutto di Syd Barrett nei Pink Floyd

Alla fine del 1967, i Pink Floyd erano all’apice della loro prima ondata di successo. Freschi della consacrazione ottenuta con l’album di debutto The Piper at the Gates of Dawn, che aveva raggiunto la sesta posizione nelle classifiche britanniche, e forti di due singoli di successo come “Arnold Layne” e “See Emily Play”, la band sembrava inarrestabile. La loro casa discografica, la EMI, desiderosa di capitalizzare questo slancio commerciale, iniziò a esercitare una forte pressione per la pubblicazione di un nuovo singolo. L’obiettivo era duplice: conquistare il redditizio mercato natalizio e lanciare il primo, cruciale tour americano del gruppo. In questo clima di grandi aspettative, la responsabilità creativa ricadde quasi interamente sulle spalle del leader e principale autore della band, Syd Barrett. Quello che doveva essere un altro trionfo commerciale, tuttavia, si sarebbe trasformato in un amaro presagio, un brano che avrebbe segnato non solo il primo fallimento della band, ma anche il rintocco a morto per l’era del suo geniale e tormentato fondatore.

Genesi e sessioni

L’urgenza di produrre un nuovo successo mise Syd Barrett in una posizione di enorme vulnerabilità. La pressione per scrivere un singolo orecchiabile e commercialmente valido era immensa, e il peso di questa aspettativa gravava quasi esclusivamente su di lui. In uno dei suoi ultimi barlumi di serenità creativa, Barrett attinse a un’ispirazione apparentemente semplice e quotidiana. Come lui stesso raccontò, la canzone era un’istantanea di vita vissuta: “È una canzone allegra e ha un tocco natalizio… Parla di una ragazza che ho visto semplicemente passeggiare per la città, a Richmond”. E’ possibile pensare che questa ispirazione bucolica sia derivata dalla sua esperienza con la fidanzata dell’epoca, Lindsay Corner, e alle loro passeggiate a Barnes Common. Questa tendenza a rifugiarsi in immagini infantili e pastorali, reminiscenti dei mondi di Kenneth Grahame o Hilaire Belloc, era diventata per Barrett un meccanismo di difesa sempre più frequente contro le insostenibili pressioni del mondo “adulto” dell’industria musicale.
Questa genesi idilliaca contrastava nettamente con la realtà opprimente in cui il brano prese forma. La EMI e il management della band, Blackhill Enterprises, erano in preda al panico. Come ricordò Andrew King, uno dei manager, il sostentamento di “cinquanta o sessanta persone” dipendeva dal continuo successo dei Pink Floyd. L’incapacità di Barrett di produrre rapidamente un nuovo singolo stava creando un’ansia palpabile. La “canzone felice” era, in realtà, il frutto di una profonda angoscia professionale, una tensione che avrebbe inevitabilmente contaminato l’atmosfera stessa delle sessioni di registrazione.
L’atmosfera in studio durante la creazione di “Apples and Oranges” fu un riflesso diretto del deterioramento dello stato mentale di Syd Barrett e delle crescenti frizioni all’interno della band. Le sessioni del 26 e 27 ottobre 1967 furono un lavoro estenuante, con una delle registrazioni che si protrasse per oltre tredici ore consecutive, dalle sette di sera fino alle otto del mattino seguente. Questa urgenza quasi disperata di finalizzare il brano produsse un risultato musicalmente eccentrico e, per molti, confuso, un artefatto sonoro della frammentazione psicologica in atto. La chitarra di Barrett, filtrata attraverso un pedale wah-wah e il suo fidato eco a nastro Binson Echorec, crea un suono quasi miagolante che oscura la struttura armonica del primo verso, generando un senso di disorientamento. La sezione ritmica appare “strana”, il “middle eight” è completamente senza meta e persino il contributo di Richard Wright, probabilmente su un organo Hammond M-102, fatica a dare una direzione al brano. Nel tentativo di evocare un'”atmosfera natalizia”, furono aggiunte voci angeliche che finirono per annegare in un mix confuso.
La produzione di Norman Smith fu oggetto di aspre critiche, in particolare da parte di Roger Waters, che non usò mezzi termini: “‘Apples and Oranges’ è stata distrutta dalla produzione. Era una fottuta buona canzone”. Anche Nick Mason la considerava una “composizione estrosa”, più adatta a un album che a un singolo di successo. Sul lato B trovava posto “Paint Box”, la prima canzone scritta interamente dal tastierista Richard Wright. Sebbene all’epoca liquidata come una copia sbiadita di “A Day In The Life” dei Beatles, la traccia è storicamente significativa. Con la sua voce gentile, l’uso di un caratteristico accordo di nona minore e le pause ritmiche di Mason, che ricordano il suono dei timbales, “Paint Box” conteneva già i semi del sound che i Pink Floyd avrebbero sviluppato nell’era post-Barrett. Dimostrava che un futuro creativo era possibile, ma il prodotto finale del singolo rimaneva un’opera musicalmente instabile, destinata a un’accoglienza tutt’altro che calorosa.

Fallimenti

L’insuccesso di “Apples and Oranges” fu un colpo durissimo per i Pink Floyd, segnando una brusca interruzione nella loro traiettoria ascendente. Pubblicato il 17 novembre 1967, fu il primo singolo del gruppo a non entrare nelle classifiche del Regno Unito. La loro etichetta discografica statunitense, Tower Records, prese una decisione ancora più drastica: non lo pubblicò affatto, preferendo distribuire al suo posto il brano “Flaming”. Le ragioni di questo flop sono molteplici: la produzione “approssimativa” di Norman Smith e un mix mono definito “molto fangoso” resero il brano inadatto alla radio, mentre la sua natura “estrosa” e poco immediata lo privava del gancio pop dei singoli precedenti.
La critica dell’epoca fu divisa. La rivista NME lo definì “il singolo più psichedelico che i Pink Floyd abbiano mai prodotto”, riconoscendone l’audacia, ma aggiungendo che era “piuttosto difficile da capire”. La reazione più iconica, tuttavia, fu quella dello stesso Syd Barrett. Di fronte al fallimento commerciale, la sua risposta fu sprezzante e rivelatrice del suo crescente distacco dalla realtà professionale: “Non potrebbe importarmene di meno… Se ai ragazzi non piace, allora non lo compreranno”. Questo fallimento, unito al comportamento sempre più imprevedibile di Barrett, creò il contesto ideale per quello che sarebbe diventato un disastroso tour americano, un evento che avrebbe esposto pubblicamente la sua crisi, rendendola innegabile.
Il primo tour americano dei Pink Floyd, organizzato per promuovere il nuovo singolo, si trasformò rapidamente da opportunità commerciale a palcoscenico pubblico della disintegrazione di Syd Barrett. Le sue eccentricità esplosero di fronte alle telecamere e al pubblico statunitense. Le apparizioni televisive diventarono episodi emblematici del suo crollo. Durante le prove per The Pat Boone Show, Syd mimò la canzone senza problemi. Ma quando le telecamere si accesero per la registrazione ufficiale, rimase immobile, con lo sguardo perso nel vuoto, rifiutandosi di muovere le labbra. Dopo diversi tentativi, un esasperato Roger Waters fu costretto a cantare in playback al suo posto. Waters, in seguito, commentò l’episodio con amara lucidità, sostenendo che Syd “sapeva perfettamente cosa stava succedendo… Stava solo facendo il pazzo”. L’esibizione ad American Bandstand fu descritta come “strana ma non disastrosa”, ma anche lì Barrett si rifiutò di mimare alcune parti del testo, apparendo completamente assente.
Questo comportamento si estese anche alle esibizioni dal vivo. Durante un concerto al prestigioso Fillmore West, Syd passò l’intero spettacolo a scordare lentamente la sua chitarra sul palco, rendendo impossibile per la band suonare. L’incidente fu la goccia che fece traboccare il vaso: il tour americano fu bruscamente interrotto. Il disastro rese palese una verità che i suoi compagni non potevano più ignorare: era diventato impossibile continuare a lavorare con Syd Barrett. Il tour non solo sancì il fallimento del singolo, ma accelerò la necessità di prendere decisioni drastiche che avrebbero cambiato per sempre il futuro dei Pink Floyd.

Fine di un’epoca

Il fallimento combinato di “Apples and Oranges” e del tour americano fu il catalizzatore di un cambiamento inevitabile. Le conseguenze furono immediate: nel dicembre 1967, la band contattò David Gilmour, un amico d’infanzia di Syd, con la proposta di unirsi al gruppo come chitarrista di supporto per le esibizioni dal vivo, con il compito di coprire la crescente inaffidabilità di Barrett. La rappresentazione visiva di questa transizione si materializzò nel video promozionale del singolo. Girato in Belgio in un mercato ortofrutticolo, il filmato presenta un dettaglio tanto cruciale quanto ironico: fu realizzato senza Syd Barrett. Al suo posto, un sorridente Roger Waters canta la canzone in playback, mentre tra le immagini compaiono brevi scorci di Gilmour, che non aveva suonato nel singolo. Questo momento di profonda dissonanza visiva, dove l’immagine pubblica della band era letteralmente fratturata dal suo nucleo creativo, sancì l’imminente e dolorosa estromissione del fondatore.
“Apples and Oranges” rimane l’ultimo singolo scritto da Syd Barrett per i Pink Floyd e rappresenta un punto di svolta definitivo. Quasi come un involontario e struggente addio, la versione stereo del brano si chiude con una frase enigmatica sussurrata da Syd: “I’ll explain it all to you sometime, one day” (“Te lo spiegherò un giorno, prima o poi”). Da quel momento, con il loro leader creativo ormai perso, i Pink Floyd furono costretti a reinventarsi completamente. Così, un singolo fallito commercialmente acquisì un’enorme importanza storica, non per la canzone in sé, ma per tutto ciò che essa rappresentò e scatenò.
La storia di “Apples and Oranges” trascende di gran lunga il suo modesto impatto sulle classifiche di vendita. Più che un semplice disco, è un documento sonoro che cattura il momento esatto di una frattura insanabile. È il punto di collisione in cui la pressione soffocante dell’industria musicale, l’imprevedibile genio creativo e la fragile salute mentale di Syd Barrett si scontrarono in modo catastrofico. L’insuccesso del singolo non segnò solo la fine di un’era per i Pink Floyd, ma diede inizio al loro lungo e complesso processo di reinvenzione, un percorso artistico straordinario nato dalle ceneri di un’eccentrica canzone su una ragazza incontrata per caso passeggiando per la città.