Concerto tributo a Syd Barrett: gli interventi sul palco
Il concerto tributo a Syd Barrett che si è tenuto sabato 10 ottobre a Cambridge, nel giorno del World Mental Health Day, ha visto alternarsi sul palco Pünk Floyd, Radhika, Diana Silveira & The Psychedelic Circus, Men on the Border, Soft Machine e Kula Shaker. Tra un set e l’altro sono intervenuti anche quattro ospiti con qualcosa da raccontare: Rosemary Barrett, sorella di Syd, l’amico Stephen Pyle, l’ex fidanzata Jenny Spires e John Etheridge, chitarrista dei Soft Machine. Quello che segue è il resoconto dei loro interventi.
Il concerto chiudeva dieci giorni di iniziative a Cambridge, tra eventi culturali e sportivi, con una finalità precisa: richiamare l’attenzione sulla salute mentale e sostenere la creazione di servizi e strutture dedicati. La famiglia Barrett si è presentata in forze, con più di trenta persone.
Ad aprire gli interventi è stata Rosemary Barrett, in rappresentanza della famiglia. Il tono è stato quello di una persona che parla a un pubblico di amici, con un po’ di humour. Ha ringraziato gli esperti e i volontari che hanno messo a disposizione gratuitamente tempo e competenze, e ha raccontato la giornata con entusiasmo. Quel pomeriggio il Cambridge United aveva vinto la sua partita indossando una maglia nuova dedicata a Syd, e Rosemary ha confessato che era la prima volta in vita sua che assisteva a una partita di calcio: «Mai stata a una partita prima d’ora, ma è stato meraviglioso». Ha parlato poi della mostra d’arte, definita «stunning», e del concerto. Il ringraziamento finale è andato al pubblico: «Grazie di cuore a tutti per continuare a sostenere Syd e per trasformare questo interesse nell’aiutare a sviluppare risorse per la salute mentale di cui c’è un gran bisogno».
Il presentatore ha ripreso il dettaglio della maglia, definendola una «brand new Syd Barrett football strip», e ha chiamato sul palco Stephen Pyle con una domanda: è vero che suonavi la batteria nella prima band di Syd? La risposta è arrivata subito, e ha strappato l’applauso: «No, era Syd Barrett a suonare nella mia prima band». Pyle è stato amico di scuola di Syd, ha studiato arte con lui e ha suonato la batteria nei Those Without, il gruppo attivo a Cambridge tra il 1963 e il 1964, prima delle esperienze di Syd con Geoff Mott and the Mottoes e con i Tea Set.
Su Syd ha detto poche frasi, scelte con cura: «Era meraviglioso. Un talento multiforme, un poeta, un pittore, un attore, uno spirito arguto con uno straordinario amore per le parole. Era carismatico, spesso circondato da persone adoranti, appese a ogni sua parola. Gli piaceva esibirsi, ma personalmente non credo che abbia mai voluto essere una pop star». Pyle ha poi presentato i Men on the Border, elogiando il modo in cui interpretano il repertorio di Syd nelle celebrazioni che Cambridge gli dedica a intervalli regolari. Ha ricordato infine la jam acustica improvvisata giovedì scorso in un pub della città insieme ai Pünk Floyd, una serata gioiosa che a suo modo di vedere restituisce lo spirito festoso e ludico delle canzoni di Syd.
Jenny Spires ha parlato soprattutto degli Stars, l’ultima formazione con cui Syd ha suonato dal vivo, nel 1972. La sua versione smentisce l’idea di un Barrett trascinato nel progetto da altri: «All’inizio era davvero felice. Voleva farlo». A Cambridge faticava a trovare musicisti e lo disse apertamente: «Non conosco nessuno da queste parti. Ho bisogno di suonare». I primi passi furono delle jam informali con Jack, che all’epoca era il compagno di Jenny. Per completare la formazione Syd e Jenny andarono ai King’s Cellars, storico locale di Cambridge, a vedere l’americano Eddie «Guitar» Burns. Tra i musicisti di Burns c’era Twink, cioè John Alder, batterista già nei Tomorrow e nei Pretty Things, che finì per diventare il batterista degli Stars.
L’intervistatore ha poi riportato il discorso sull’inizio della loro storia. Jenny ha confermato che Syd, quando si conobbero, le fece un ritratto («drew a picture of me»). Quando le è stato chiesto se il loro primo incontro fosse avvenuto in una specie di «den of iniquity», una tana di vizio, ha corretto subito: era la Student Union, «a little tiny dark place», piccola e buia, senza nulla di equivoco. C’era anche suo fratello, amico di Steve Brink, noto anche come Steve Pilot.
Interrogata sulla prima volta in cui vide i Soft Machine dal vivo, Jenny ha risposto con il Roundhouse, nell’agosto o forse nell’ottobre del 1966, mostrandosi incerta sul mese. Il 15 ottobre 1966 è la data nota dell’inaugurazione del Roundhouse come centro underground, con il lancio della rivista International Times e sul palco Soft Machine e Pink Floyd; se la memoria di Jenny punta a quella sera, il conto torna. L’intervistatore ha chiuso dicendosi felice di averla lì a condividere i ricordi di Syd, con cui ha passato moltissimi anni, e ha aggiunto che la band che stava per salire sul palco lei l’aveva vista molte volte nel corso del tempo.
L’ultimo intervento è stato quello di John Etheridge, che ha esordito dicendo di non sapere se fosse il caso di parlare, di non essere abituato a questo genere di interventi, e di concludere che sì, era appropriato. Etheridge arrivò a conoscere Syd tramite l’amico Nick Sedgwick, che lo introdusse nel giro di Cambridge: Syd, la band, Storm Thorgerson, Po (Aubrey Powell), Emo e gli altri. Il suo ricordo più nitido riguarda un caffè, quando aveva diciassette o diciotto anni. Era seduto a un tavolo con gli amici e non provava alcuna soggezione, perché frequentare musicisti e artisti faceva parte della vita di tutti i giorni. Syd indossava grandi occhiali tondi, i «goggle glasses», che gli ingrandivano gli occhi fino a farli sembrare enormi. Per tutta la serata non disse una parola e rimase a fissarlo. Ogni volta che Etheridge si voltava a parlare con qualcun altro e poi tornava a guardare, trovava quegli occhi ancora lì, immobili. A fine serata, a disagio, chiese spiegazioni a Nick Sedgwick, che lo tranquillizzò con una frase diventata il cuore dell’aneddoto: «Non preoccuparti, amico. A Syd piace solo far spaventare la gente, lo sai».
Il secondo ricordo riguarda David Gilmour. Etheridge era al tavolo di un pub di Cambridge con Sedgwick, Thorgerson e altri amici quando entrò il chitarrista del posto, che lui chiama «Davey Gilmore». Gilmour si sedette con loro e diede la notizia: «Indovinate un po’? Mi sono appena unito ai Pink Floyd. Prendo 25 sterline a settimana». Etheridge pensò, senza dirlo: tutti pensano che i Pink Floyd senza Syd Barrett siano finiti, quindi goditi le tue 25 sterline. Poi ha chiesto al pubblico, ridendo, «Avevo ragione?», e ha aggiunto di averlo rinfacciato più volte allo stesso Gilmour, negli anni.
Dal lato musicale serata piacevole e ricca di sorprese. La prima senza ombra di dubbio è stata la splendida versione di Shine On You Crazy Diamond di Diana Silveira & The Psychedelic Circus.
Altra sorpresa sono stati i Kula Shaker, headliner della serata, con Lee Harris alla chitarra e ospite Guy Pratt per una brillante versione di Lucifer Sam.
E se non bastasse hanno chiuso con Shine On ’67, una versione di Shine On You Crazy Diamond in stile barrettiano. Fantastica!
Sul palco c’erano anche diversi cimeli da collezione, portati per l’occasione dal musicista e collezionista italiano Giulio Cozzuto: due papere, le stesse che compaiono nelle foto del Games For May; la t-shirt indossata da Barrett in Tonite Let’s All Make Love In London; la celebre Fender Esquire a specchi. A questi si è aggiunta la Acme Siren, usata da Syd Barrett e Roger Waters durante il Games For May, donata da Jenny Spires ai Men On The Border e suonata proprio prima di Bike.

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