Quando l’intelligenza artificiale parla come Syd Barrett

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Alcuni agenti di intelligenza artificiale stanno sviluppando un linguaggio fatto di metafore, abbreviazioni e significati difficili da decifrare. Un linguista del King’s College London ha trovato un paragone sorprendente: Syd Barrett. C’è un riferimento ai Pink Floyd che, a prima vista, sembra avere poco a che fare con l’intelligenza artificiale, eppure è proprio Syd Barrett, fondatore del gruppo, a comparire in un articolo del The Guardian dedicato a un fenomeno curioso e ancora difficile da interpretare: il linguaggio che alcuni sistemi di AI stanno iniziando a sviluppare quando comunicano tra loro. La ricerca citata dal quotidiano britannico è stata condotta da Emergence, un laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale con sede a New York, i cui studiosi hanno osservato diversi agenti inseriti in ambienti sperimentali nei quali erano chiamati a collaborare. Senza essere esplicitamente istruiti a farlo, gli agenti hanno cominciato a creare nuove parole, abbreviazioni, metafore e convenzioni linguistiche condivise, dando vita a un linguaggio che, in alcuni casi, diventa sorprendentemente difficile da comprendere per un essere umano. Tra gli esempi riportati dal The Guardian c’è una frase generata da un modello DeepSeek: “demurrage plus oral memory equals a valve that can’t be ghosted”. In un altro caso, un agente basato su un modello Anthropic ha utilizzato l’espressione “a paper that ate three cold hands and got more honest each time”, attribuendo a “cold hands” il significato di revisori indipendenti. Non si tratta semplicemente di errori casuali: secondo i ricercatori, gli agenti arrivano a condividere determinati significati e a riutilizzare queste espressioni nelle conversazioni successive. Gli agenti Mistral, per esempio, avrebbero utilizzato migliaia di volte l’espressione “the ledger remembers”, con il significato di un richiamo al fatto che le azioni passate verranno ricordate e potranno essere utilizzate per giudicare comportamenti futuri. È proprio questa evoluzione spontanea del linguaggio ad aver attirato l’attenzione dei linguisti. Tony Thorne, direttore dello Slang and New Language Archive del King’s College London, ha descritto queste forme espressive come una combinazione di linguaggio poetico, terminologia tecnica e metafora, individuando il riferimento principale nella tradizione surreale di James Joyce e Flann O’Brien, fino ad arrivare alla figura di Syd Barrett. Commentando una delle frasi generate dagli agenti, Thorne ha dichiarato che gli ricordava “the rock god Syd Barrett”, fondatore dei Pink Floyd. Il paragone nasce evidentemente dalla natura surreale e apparentemente indecifrabile di alcune di queste costruzioni linguistiche, più che da una vera somiglianza letteraria o musicale, ed è proprio qui che il riferimento a Barrett diventa interessante. Nel lavoro dei primi Pink Floyd, Barrett utilizzava spesso la lingua non soltanto per raccontare qualcosa, ma per creare immagini, associazioni e accostamenti apparentemente privi di una logica lineare: brani come Arnold Layne, See Emily Play, Bike e molti altri della sua produzione sono costruiti attorno a un immaginario nel quale parole, personaggi e situazioni possono assumere significati diversi da quelli immediatamente percepibili. Naturalmente, paragonare questo processo alla comunicazione tra intelligenze artificiali non significa sostenere che le AI stiano creando poesia nello stesso senso in cui la faceva Barrett, poiché il paragone del linguista riguarda soprattutto l’effetto prodotto dall’accostamento di parole familiari in combinazioni insolite, capaci di generare un significato comprensibile soltanto all’interno di un determinato contesto. La questione più importante sollevata dalla ricerca, infatti, non riguarda la creatività, ma la comprensibilità: gli esseri umani possono osservare ciò che gli agenti si stanno dicendo, ma osservare una conversazione non significa necessariamente comprenderla. Se due sistemi sviluppano rapidamente abbreviazioni e significati condivisi che diventano sempre più lontani dal linguaggio umano, diventa estremamente complesso per chi li controlla capire esattamente cosa stiano comunicando. Niall Curry, linguista dell’Università di Birmingham citato dal The Guardian, sottolinea proprio questo problema, ricordando che se gli scambi tra agenti diventano incomprensibili, diventa impossibile essere certi di ciò che gli agenti hanno effettivamente fatto, secondo il principio per cui vedere non significa necessariamente capire. È proprio questo il motivo per cui il riferimento a Syd Barrett, pur nato quasi come una battuta all’interno dell’articolo, funziona così bene come immagine: Barrett non aveva bisogno di costruire un linguaggio nuovo per rendere le sue parole enigmatiche, bastandogli mettere insieme parole e immagini secondo associazioni personali e lasciando all’ascoltatore il compito di cercare un significato. Le intelligenze artificiali, in questo caso, sembrano fare qualcosa di molto diverso e molto più concreto, sviluppando convenzioni linguistiche condivise all’interno dei loro stessi sistemi, lasciando aperta la domanda fondamentale sul quanto a lungo l’essere umano riuscirà ancora a capire ciò che gli agenti si stanno dicendo.

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