- Mediterranean C
- Against The Odds
- Cat Cruise
- Summer Elegy
- Waves
- Holiday
- Mad Yannis Dance
- Drop In From The Top
- Pink’s Song
- Funky Deux
Nel novembre del 1974, in un albergo di Glasgow all’indomani dell’apertura del tour inglese, Rick Wright spiega al Melody Maker un’idea che a suo dire potrebbe salvare i Floyd sul lungo periodo: sei mesi all’anno insieme e sei mesi ciascuno per conto proprio. Con un semestre libero, dice che farà «sicuramente un mio album». Gli altri, aggiunge, la pensano allo stesso modo.
Il tempo libero arriva tre anni dopo, alla fine del tour di Animals. Animals è stato un disco di Waters dalla prima all’ultima nota: nei crediti Wright e Mason non compaiono affatto, e i crediti, del resto, non dicono tutto. L’assolo di Fender Rhodes che apre Sheep lo suona Rick, da solo con il fonico Brian Humphries a Britannia Row, luci abbassate e carta bianca. Non è accreditato da nessuna parte. In un’intervista Wright se la prende soprattutto con sé stesso: di suo non ha messo niente, un po’ perché il materiale di Roger basta e avanza, un po’ perché non si sente creativo. Rispetto a Wish You Were Here, ricorda, Animals è stato «una fatica», e lì Waters comincia a credersi l’unico compositore della band.
Il lavoro dei Floyd si ferma a fine luglio del 1977 e per il resto dell’anno non c’è niente in calendario. Gilmour, Wright e Waters vogliono da tempo un disco solista, e mentre gli altri due si mettono al lavoro, Roger si chiude a scrivere quello che diventa il progetto successivo del gruppo. Wright parte per la Grecia con la famiglia. A Lindos, sull’isola di Rodi, resta circa sei mesi, tra l’autunno e l’inverno, insieme a un amico soprannominato Pink che fa da precettore ai due figli; nello stesso villaggio abita anche Gilmour. È lì che scrive gran parte del materiale.
Il titolo ancora oggi fa storcere il naso alla figlia Gala. Guy Pratt, che di Wright è stato collega e poi genero, lo definisce senza giri di parole terribile. Wright spiega che “wet” arriva dall’atmosfera acquatica del disco (che a suo dire hanno anche certi lavori dei Floyd) e “dream” dal fatto che in alcune canzoni si interroga sulle proprie radici e su dove voler vivere, Inghilterra compresa: si parla della Grecia, insomma. Un gioco di parole, forse un errore, che però non riesce a togliersi dalla testa.
All’inizio del 1978 il materiale è pronto. Wright lo porta ai Super Bear Studios di Berre-les-Alpes, in Francia, dove nelle stesse settimane registra anche Gilmour: entrambi hanno scelto quello studio perché permette di dormire nei locali adiacenti.
Wright, per parte sua, non ha ambizioni da solista, o così la racconta: vuole suonare senza dover scendere a compromessi con nessuno. Molti, dice, si aspettavano da lui una grande celebrazione delle tastiere, qualcosa sulla scia di quanto fatto in Ummagumma, e lui decide di non farla perché ha altro da tirare fuori. È anche la prima volta che ha il controllo totale. In un disco solista produci e suoni, devi essere al massimo sempre, e se un giorno sei stanco non c’è nessuno che possa prendere il tuo posto. Vuole vedere se ce la farà. Il disco è autofinanziato.
Attorno a sé riunisce musicisti di prim’ordine: Reg Isidore alla batteria, già con Peter Green e Robin Trower; Larry Steel al basso, che ha suonato con Al Stewart e Cat Stevens; Mel Collins, ex King Crimson, a sax e flauto; e alla chitarra Snowy White, che nel tour del 1977 ha fatto da vice a Gilmour. Wright suona pianoforte, Hammond e Oberheim (nella cronologia dei suoi strumenti l’Oberheim a quattro voci figura solo nel 1978), a cui l’elenco dei suoi strumenti aggiunge Rhodes Suitcase, ARP Solina, Yamaha C-7 e Clavinet D6. Il sax è una scelta precisa. I suoi eroi sono stati semmai Coltrane, Miles Davis ed Eric Dolphy, non i tastieristi, e per un periodo ha provato a suonare il sax lui stesso, senza grande successo. Waves l’ha scritta pensando proprio a quello strumento, e Collins la suona così bene da convincerlo a coinvolgerlo in un altro paio di brani.
Le tracce sono dieci, sei strumentali e quattro con voce. Negli strumentali il pianoforte austero di Wright si alterna a timbri caldi e riflessivi, terreno ideale per Collins e White; nelle canzoni la voce e le armonie trovano uno spazio che nei Floyd, dove domina quella di Gilmour, di solito non hanno. Il tema d’apertura di Mediterranean C è già stato abbozzato nel film di Pompei, quando Wright viene ripreso agli EMI Studios di Abbey Road mentre improvvisa al pianoforte. Waves riproduce il suono delicato del mare e chiude con un solo di sax su un tappeto di tastiere; Holiday usa la vela come immagine dell’incertezza di un uomo davanti alle proprie scelte. Il clima malinconico sta molto vicino a Wish You Were Here, soprattutto per il suono delle tastiere, con sprazzi di jazz, di classica e qualche venatura prog portata da Collins. Alcune canzoni avrebbero potuto trovare posto in un disco dei Pink Floyd senza che nessuno se ne accorgesse.
Sui testi le fonti non sono tutte d’accordo. Against The Odds è l’unico pezzo non firmato interamente da Wright: il testo è di Juliette, la prima moglie. Classic Rock la legge come la malinconica constatazione di un rapporto di coppia in cui manca la comprensione reciproca, e a Summer Elegy assegna la crisi di una relazione arrivata quasi alla fine; Wright, a Dallas, la presenta invece come la canzone del villaggio greco dove è andato in vacanza la prima volta e che è diventato la sua seconda casa. Pink’s Song si porta dietro la sua leggenda, cioè che sia un commento sulla band. In realtà Pink è il soprannome dell’amico che ha accompagnato i Wright in Grecia, e la canzone parla di lui anche se nel testo si trovano riferimenti non troppo velati a Syd Barrett.
Wet Dream esce a settembre per Harvest, nel momento peggiore possibile. Nello stesso periodo circolano dischi di Elvis Costello, Blondie, Talking Heads e Ramones, e un tastierista dei Pink Floyd con quel titolo e una barca in copertina non è sul radar di nessuno. Non entra in classifica da nessuna parte, e negli Stati Uniti, dove i Floyd vendono da anni, si ferma al numero 203. Guy Pratt, che nel 1978 ha sedici anni, ricorda che una copertina così sembra raccontare la vita da rock star e che se il disco fosse uscito un paio d’anni dopo, quando la gente guardava all’elettronica, forse sarebbe andata diversamente. Gala aggiunge che il padre non è tipo da farsi promotore di un disco, che la casa discografica probabilmente ci mette poco impegno e che l’album non è stato nemmeno mixato a dovere: lo ha scritto e messo fuori. I Floyd, poi, hanno deciso di essere le superstar più anonime del rock, senza facce in copertina né materiale promozionale, e chi non li riconosce per strada non ha motivo di cercare il disco dell’organista. Wright stesso, nello 1978, lo giudica piuttosto amatoriale e piuttosto all’antica. Ha un successo commerciale minimo e resta a lungo fuori catalogo nel Regno Unito.
Nel novembre del 1978 Wright viene intervista per Melody Maker nella stanza del relax sopra gli studi di Britannia Row. Dice di avere già un secondo album in mente, ma pensa di dover aspettare almeno due anni, finché i Floyd non abbiano finito l’enorme progetto che stanno per cominciare: dalla scrittura a un film con animazione, scene dal vivo e magari attori, fino a uno spettacolo.
Il seguito arriva tardi. Identity, uscito nel 1984 a nome Zee con Dave Harris, nasce in diciotto mesi di lavoro intrecciati con il Fairlight, il divorzio da Juliette e i soggiorni in Grecia dove Wright conosce Franka, sposata nel 1984. Le vendite sono così basse da chiudere ogni discorso. Lo definirà poi «un errore sperimentale». Il secondo album a suo nome è Broken China, nel 1996, dopo che le sessioni di The Division Bell gli hanno restituito la voglia di suonare: diciotto anni dopo Wet Dream.
Il 28 luglio 2023, giorno in cui Wright avrebbe compiuto ottant’anni, quindici anni dopo la sua morte, Wet Dream torna in una versione remixata da Steven Wilson, il leader dei Porcupine Tree, in formato digitale, con un’edizione in vinile e una nuova copertina. Wilson racconta di aver sempre conosciuto il disco e di aver capito che non aveva mai avuto l’occasione di essere rivalutato, e nemmeno valutato: si immagini un album perduto dei Pink Floyd degli anni Settanta che nessuno ha mai sentito, dice, ed è questo. Ci sono l’Hammond, gli accordi appena jazzati, la voce di Wright, tutto il DNA di Wish You Were Here.