Profiles

Profiles
  • Malta
  • Lie For A Lie
  • Rhoda
  • Profiles Part 1
  • Profiles Part 2
  • Israel
  • And The Address
  • Mumbo Jumbo
  • Zip Code
  • Black Ice
  • At The End Of The Day
  • Profiles Part 3

C’è un’immagine, tratta da un’intervista pubblicata dal NME nell’autunno del 1974, che vale più di molte didascalie: Nick Mason dietro il vetro della sala regia degli studi CBS di Londra, mentre osserva Robert Wyatt registrare le parti di corno del suo imminente singolo. Wyatt gli chiede un parere, Mason risponde con un laconico «Sì, abbastanza», e Wyatt sbotta: «Tu e i tuoi in-joke Floyd.» Si tratta di un momento fugace ma rivelatore di un Mason che, già a metà degli anni Settanta, si muove con naturalezza fuori dal perimetro della band, dimostrandosi produttore per gli amici e presenza riconoscibile nel giro del rock progressivo britannico, mai del tutto assorbito dal solo ruolo di batterista dei Pink Floyd.
È lo stesso Mason che anni dopo, rievocando la mostra Their Mortal Remains, si definirà “l’uomo di mezzo” tra David Gilmour e Roger Waters, e che confesserà di non aver mai avvertito il bisogno di fermarsi: nessuna nostalgia, nessun rimpianto, solo la curiosità di continuare a suonare, produrre e sperimentare. È un tratto caratteriale che spiega bene perché, quando all’inizio degli anni Ottanta l’attività dei Pink Floyd si dirada fino quasi a fermarsi, Mason non resta a guardare.
Il primo esito di questa inquietudine creativa è Fictitious Sports, pubblicato nel 1981 ma pronto da tempo, dato alle stampe per sfruttare la scia mediatica delle repliche di The Wall all’Earls Court. Un disco che, a dispetto della copertina recante il suo nome, è in realtà un lavoro di Carla Bley, compositrice e pianista jazz, allora moglie del trombettista Michael Mantler, con cui Mason ha già collaborato nel 1976. Il titolo gioca proprio su questo scambio di paternità: i “giochi fittizi” sono quelli di un batterista che si prende il merito di composizioni non sue. Registrato al Grog Hill nell’ottobre del 1979 e mixato tra Los Angeles e Londra, il disco vanta la voce di Robert Wyatt in quasi ogni traccia e non manca di lasciar intravedere il suono di casa Floyd: I Was Wrong riporta al Ron Geesin di Atom Heart Mother, Do Ya? avrebbe trovato spazio tra le facciate di The Wall, Siam si avvicina alle atmosfere di Animals, e soprattutto Hot River spicca per un assolo di Chris Spedding di chiara matrice gilmouriana.
È però un altro incontro, quasi casuale, a condurre Mason verso il progetto che più gli somiglia. Una banca gli commissiona la musica per uno spot pubblicitario; Mason chiede aiuto a Eric Stewart, il quale, impegnato altrove, gli presenta Rick Fenn, chitarrista dei 10cc fresco di collaborazione con Mike Oldfield. Da quell’incontro nasce nel 1984 la Bamboo Music, società specializzata in jingle pubblicitari. Uno dei primi lavori consiste nella colonna sonora di Life Could Be a Dream, un documentario distribuito solo via cavo e dedicato alla passione di Mason per le automobili, arricchito da filmati inediti dei Pink Floyd. Nella colonna sonora compaiono già le tre parti dello strumentale Profiles: è quel materiale, una volta terminato il lavoro, a convincere Mason e Fenn a tornare in studio per costruirci intorno un intero album.
Al nucleo originale si aggiungono alcune canzoni scritte nel 1979 da Fenn insieme a Danny Peyronel, voce e tastiere degli Heavy Metal Kids e degli UFO negli anni Settanta, allora impegnato con i Tarzen, che firma Israel con Fenn e Lie for a Lie con Mason e Fenn. Sono gli unici due brani cantati dell’album: tutto il resto è strumentale, nato da sedute di jam tra Mason e Fenn poi sviluppate in fase di pre-produzione. Mason non cerca virtuosismi: il suo contributo resta legato al suono e all’atmosfera della batteria, mentre la produzione è condivisa con Fenn. Le sessioni iniziali si tengono ai Basement Studios ricavati nell’attico di Fenn, quelle definitive ai Britannia Row, diventati proprietà esclusiva di Mason proprio in quell’anno, con Nick Griffiths al mixer. Il cast di collaboratori racconta bene la rete di conoscenze dei due: Mel Collins al sassofono in And the Address, Mumbo Jumbo e Black Ice, Craig Pruess al brass Emulator in Malta, Peyronel che nella sua Israel omaggia apertamente David Bowie, e perfino Aja Fenn, la figlia di Rick di appena cinque anni, alle note introduttive di Malta.
Il disco, pubblicato nel 1985, non sfonda sul piano commerciale (si ferma al numero 154 della classifica statunitense), ma per Mason rappresenta un terreno di sperimentazione lontano dagli standard pinkfloydiani degli anni Settanta: tastiere digitali, batterie elettroniche e un’estetica sonora vicina alla new age che si ritroverà negli strumentali di A Momentary Lapse of Reason e nella colonna sonora di La Carrera Panamericana. Il vero elemento che fa parlare i fan è tuttavia il singolo Lie for a Lie. Inizialmente destinato alla voce di Fenn, Mason decide di tentare la carta Gilmour, che accetta di duettare con Maggie Riley, reduce dal successo di Moonlight Shadow di Mike Oldfield. Legata a una sola canzone, quella collaborazione arriva in un momento in cui le strade tra Roger Waters e il resto della band sembrano ormai divise per sempre; per questo motivo basta ad accendere una speranza tra gli appassionati: che Mason e Gilmour possano ancora costruire qualcosa insieme. Pochi mesi dopo, quella speranza smette di essere solo un’ipotesi.