- The Ballad Of Bill Hubbard
- What God Wants, Part I
- Perfect Sense, Part I
- Perfect Sense, Part II
- The Bravery Of Being Out Of Range
- Late Home Tonight, Part I
- Late Home Tonight, Part II
- Too Much Rope
- What God Wants, Part II
- What God Wants, Part III
- Watching TV
- Three Wishes
- It’s A Miracle
- Amused To Death
Il divorzio di Waters dai Pink Floyd lascia un retrogusto amaro: il pubblico, in gran parte, sceglie di seguire i “nuovi” Pink Floyd di Gilmour, e quel tradimento percepito pesa ancora quando, nei primi mesi del 1988, Waters decide di abbandonare il seguito che sta preparando per Radio K.A.O.S. Serviva qualcosa di più ambizioso, una superproduzione capace di restituirgli la credibilità perduta, e il risultato, cinque anni più tardi, è Amused to Death.
Il titolo arriva da Neil Postman e dal suo Amusing Ourselves to Death, e non è un prestito casuale: è la chiave di lettura di tutto il disco. Waters lo spiega senza mezzi termini in un’intervista di quel periodo: la televisione “o ci renderà degli idioti o ci risveglierà. O forse renderà qualcuno di noi un idiota e risveglierà qualcun altro.” È un’ambivalenza che percorre l’intero album (mai una condanna semplice, sempre un dubbio che si affianca alla rabbia).
La rabbia, però, non manca. Interrogato sul potere pervasivo del mezzo, Waters usa Michael Jackson come bersaglio preferito: l’alleanza tra Volkswagen e Genesis, tra Pepsi-Cola e lo stesso Jackson, gli sembra spacciata per progresso quando è solo mercato che si mangia la musica. E quando Jackson vende Instant Karma di Lennon alla Nike per uno spot, Waters non usa giri di parole: “Lennon si rivolterebbe nella tomba, se lo sapesse.” Non è nostalgia spicciola: è lo stesso disgusto che, parlando con Mark Blake pochi mesi dopo, riassume in una frase secca (la tv via cavo come “un’esperienza de-umanizzante e mortificante”) dopo aver acceso MTV ed essersi imbattuto in “questo idiota, tutto bocca e boria, che dispensava battute meschine e volgari”.
Ma il bersaglio più duro, nel disco, è la copertura mediatica della Guerra del Golfo. Waters lo racconta con un’immagine memorabile: la Bibbia in una mano e un F-16 nell’altra, “siamo venuti qui a liberare il popolo del Kuwait”, e dietro quell’inquadratura solenne, dice, l’immagine era comunque abbastanza ampia da lasciar intravedere che “hanno i pantaloni calati”. È il nucleo satirico di Amused to Death: non tanto la guerra in sé, quanto la messinscena che la vende al pubblico attraverso lo schermo, con la stessa logica dello spettacolo che smercia Genesis o Michael Jackson.
Il disco affonda anche nella religione e nel consumismo, letti con lo stesso cinismo, e usa la scimmia (presenza ricorrente nei testi) come simbolo dell’essere umano ridotto a spettatore compulsivo di se stesso. È l’impianto concettuale più ambizioso dell’intera discografia solista di Waters, tanto da essere accostato per intensità a The Final Cut. Ma a differenza di quel disco, qui il bersaglio non è più solo la memoria di guerra del padre: è il presente, la macchina mediatica che lo racconta.
Quel presente, per Waters, si allarga fino alla Germania appena riunificata. Nell’estate del 1992 vede in televisione due neonazisti fare il saluto dopo una condanna a soli quattro anni per l’omicidio di uno straniero, e ne trae una lezione che è quasi un sottotesto dell’album: se dai in pasto alla gente l’idea che l’economia di mercato risolva ogni male, prepari il terreno a “tutti i tipi di filosofie egoistiche”, la stessa mentalità competitiva, dice, che sta alla base del nazionalsocialismo. È un salto che nell’album si traduce in satira contro l’Occidente vittorioso del dopo Guerra Fredda, contro l’idea che il crollo del comunismo dimostri automaticamente il trionfo del capitalismo.
Sul piano sonoro, il concept trova la sua controparte in un ritorno dimostrativo agli strumenti reali, dopo l’ubriacatura di sintetizzatori di Radio K.A.O.S. Patrick Leonard viene chiamato alla produzione nonostante il suo passato con A Momentary Lapse of Reason (segno che in quella fase Waters guarda più alla competenza tecnica che alle appartenenze di fazione) e accetta comunque un rapporto di lavoro che Waters stesso definisce senza ambiguità: “si trattava del mio disco, quindi quello che dicevo io si doveva fare.” Jeff Beck aggiunge assoli che pesano quanto un testo; Michael Kamen orchestra le canzoni con una densità che richiama i classici Floyd anni Settanta; il missaggio in Q Sound restituisce una spazialità pensata apposta per amplificare quel senso di sorveglianza sonora che innerva l’album (la sensazione di essere osservati, o osservatori, attraverso uno schermo).
Il paradosso è che Waters, nell’accusare la televisione di prosciugare l’empatia, trova nel disco anche lo spazio per l’emozione più intima: racconta di quattro persone (sua moglie per prima) che gli hanno confessato di essersi messe a piangere ascoltando Watching TV, e liquida quella reazione come un successo “pari, se non maggiore, a vendere milioni di copie”. È la cifra vera di Amused to Death: un disco che accusa il mezzo di anestetizzare i sentimenti, e che allo stesso tempo cerca (e in parte trova) quella stessa emozione nell’ascoltatore.
Non è un caso che l’album si apra riprendendo un’esclamazione che Waters aveva già usato venticinque anni prima, in Take Up Thy Stethoscope and Walk, la sua prima canzone accreditata con i Pink Floyd: quel “Doctor Doctor” scandito nel 1967 su un riff da garage rock torna in apertura di Amused to Death, come se il paziente delirante di allora e lo spettatore ipnotizzato di oggi fossero la stessa figura, solo con qualche decennio di televisione in più addosso.
Il mercato, alla fine, non gli dà ragione nei numeri che spera: ottavo posto in classifica UK, ventunesimo negli Stati Uniti, un milione di copie vendute nel mondo, lontano dalle tre o quattro milioni che Waters aveva fissato come soglia per tornare in tour. Il tour, di conseguenza, non ci fu mai. Ma l’album non sparisce: due tracce, Too Much Rope e Three Wishes, confluiscono nella compilation Flickering Flame del 2002, e quando Waters torna finalmente sui palchi con In the Flesh, tra il 1999 e il 2002, quattro brani di Amused to Death entrano stabilmente in scaletta, accanto ai classici Floyd che per anni aveva rifiutato di suonare.
Waters stesso, anni dopo, lo colloca senza esitazioni tra le cose per cui vorrebbe essere ricordato, insieme a The Dark Side of the Moon e The Wall, come se Amused to Death chiudesse idealmente una trilogia di ossessioni: la guerra, il potere, e infine il mezzo che le racconta entrambe.