Comfortably Numb Re-Imagined Roger Waters con Mona Miari

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Mona Miari e Roger Waters

Annunciata prima per l’8 e poi per il 10 maggio, Comfortably Numb Re-Imagined ad oggi è rimasta ferma da qualche parte, ma la rete a volte regala sorprese. Ieri è sbucato dal nulla il video integrale e lo abbiamo analizzato trattandolo come una nuova uscita, perché crediamo che la condivisione di questo filmato vada oltre la notizia. Questa operazione, dalla missione nobile, lasciava molto perplessi, ma è diventata qualcosa di più grande. Roger Waters l’ha reimmaginata insieme alla cantante e attivista palestinese Mona Miari, trasformandola in qualcosa di radicalmente diverso: un duetto tra due mondi, due lingue, due dolori che si cercano e si trovano. Waters canta in inglese, Miari in arabo, e in certi passaggi le loro voci si sovrappongono cantando parole diverse ma complementari, quasi un affresco sonoro a due colori. Musicalmente è molto simile alla versione del 2022 pubblicata in The Lockdown Sessions e nel live This Is Not A Drill, ma qui è dilatata a quasi 9 minuti — e in maniera molto riuscita — arricchita anche dal coro diretto da Miari. Curioso anche il finale nei titoli di coda, dove si sente una versione “cinematografica” per soli archi di una parte del brano. In questa pagina trovate il video, il testo originale con l’attribuzione delle parti, la traduzione italiana e una lettura in prosa del brano. PS: se notate errori di trascrizione, siete pregati di scriverli nei commenti.

Roger Waters apre il brano riprendendo lo storico incipit, rivolgendosi a un interlocutore distante, isolato e forse traumatizzato, per stabilire un contatto. Chiede un segno antropico, anche solo un cenno del capo, avvertendo la profonda prostrazione e la sofferenza dell’altro. Si offre come figura di soccorso medico ed emotivo, promettendo di lenire quel tormento e di rimetterlo in piedi, ma richiede prima un quadro clinico ed esistenziale: esige i fatti essenziali e domanda di indicare il punto esatto in cui si concentra la ferita, sia essa fisica o spirituale.

Mona Miari risponde descrivendo lo scenario devastante del dopo, un vuoto desolante in cui non è rimasto più nessuno e dove persino le parole hanno perso significato, rendendo quasi vana ogni domanda. Evoca il senso assoluto di smarrimento e la perdita della propria casa amata, mentre la notte crolla in un silenzio tombale. Esorta poi a testimoniare e a raccontare questa condizione, simboleggiata dal ramo d’ulivo, emblema di pace e resilienza, che si protende faticosamente verso il cielo, mentre la terra stessa è diventata una piaga aperta che invoca la libertà.

La voce di Roger si leva da una metropoli occidentale, New York, per annullare le distanze geografiche e dichiarare una profonda vicinanza empatica che attraversa l’oceano. Paragona questa connessione a una nave lontana all’orizzonte, un segnale che lancia un richiamo universale a entrambi. Subito dopo, Mona si riallaccia al concetto di libertà sognata fin dall’infanzia: lungi dall’arrendersi, la speranza brucia con ferocia e orgoglio in ogni fibra del suo essere. Viene descritta come una spinta vitale simile a radici che spaccano e superano le macerie della distruzione. Afferma con forza l’autodeterminazione di un popolo capace di forgiare il proprio destino e garantisce che la loro luce interiore squarterà le tenebre, ergendosi a promessa vivente di un nuovo inizio.

I will never become comfortably numb

Non diventerò mai piacevolmente insensibile

Nel nucleo concettuale ed emotivo del brano, le due voci si fondono all’unisono per pronunciare un giuramento irrevocabile. Rifiutano categoricamente la tentazione dell’apatia, della rassegnazione e della cecità morale; dichiarano che non si lasceranno mai cullare da quella piacevole insensibilità che anestetizza le coscienze di fronte alle tragedie del mondo.

Roger analizza con amarezza l’ignoranza e l’indifferenza del mondo occidentale nei confronti della Nakba, l’esodo forzato e la catastrofe del popolo palestinese. Ricorda la propria infanzia: nel 1948 aveva appena cinque anni e ammette che in Occidente non si sapeva o non si capiva nulla di ciò che stava accadendo laggiù. Esprime un sincero rimorso e un dolore profondo per aver compreso la gravità di questi eventi storici e per essersi unito alla causa così tardi negli anni. Tuttavia, riconosce l’efficacia del grido di mobilitazione degli oppressi, che ha scosso le coscienze portandole a schierarsi apertamente in prima linea. Mona lo esorta a non interrompere questa testimonianza, chiedendogli di continuare a scrivere affinché l’inchiostro resti vivo sulla pagina. Gli chiede di denunciare gli orrori dell’assedio, un blocco spietato che ha privato un intero popolo dell’aria per respirare, che ha raso al suolo le abitazioni e che ha lasciato i sopravvissuti a fare i conti con un bilancio immenso di vittime. Nonostante ciò, la terra rimane in attesa e il ritorno viene riaffermato come un diritto inalienabile.

Roger invoca una radicale svolta storica e politica: è il momento di azzerare gli errori passati, di tracciare un confine netto e di ripartire dalle origini, idealmente prima degli stravolgimenti del 1948 e prima dell’occupazione delle terre. Evoca un’epoca archetipica e poetica in cui la chiave della nonna apriva liberamente la porta di casa, la natura e gli ulivi erano oggetto di rispetto universale e la sacralità della vita umana non conosceva distinzioni. Chiede l’applicazione universale e assoluta dei diritti umani per ogni singolo individuo, senza distinzione di genere o discendenza. Mentre Mona canta la struggente bellezza delle colombe che simboleggiano la terra natia e invoca la madre affinché la ritrovi, Roger si interroga smarrito sull’esistenza di una ninna nanna o sul nome di un bambino salvato o rimasto intrappolato tra le macerie, rivivendo interiormente lo strazio di quella sofferenza. Mona chiude questa sezione con una straziante richiesta di soccorso materno, implorando un abbraccio protettivo che trascende la terra e si proietta verso il cielo.

Our destiny, our homeland,
Palestine

Il nostro destino, la nostra patria,
Palestina.

Nella parte finale, le due voci si sovrappongono in un contrappunto di rara potenza. Roger apre dichiarando di scorgere e udire la quotidiana preghiera della donna insieme alla madre; la straordinaria e incrollabile resistenza di quel popolo agisce come un magnete che lo chiama da lontano. Mentre Mona affida formalmente la custodia della propria patria, intesa come legame viscerale con la terra, il suolo e gli alberi. Roger denuncia le costrizioni e le violenze perpetrate dal regime. Al crepuscolo, Mona stringe idealmente il cuore del suo interlocutore e si raccoglie in preghiera, e Roger percepisce questo canto come la voce di un angelo che esorta all’armonia universale. Entrambi convergono sul medesimo orizzonte di liberazione: Mona proclama la certezza che la sua terra si affrancherà e rimarrà libera nell’anima, mentre Roger dà voce alla richiesta politica internazionale di una Palestina libera, un moto globale vasto come l’oceano per salvare l’ulivo e l’identità di un popolo. Infine, Mona accetta con dignità persino la tragica prospettiva dell’esilio terreno, elevando la sua richiesta di giustizia al cielo, mentre Roger scandisce lo storico slogan per rivendicare l’uguaglianza dei diritti umani per l’intera popolazione, senza barriere, dal fiume fino al mare. Il brano si chiude con le due voci che si ricongiungono definitivamente per riaffermare l’indissolubilità del legame con la propria terra d’origine e il destino comune: la Palestina.

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2 pensieri su “Comfortably Numb Re-Imagined Roger Waters con Mona Miari

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