Live From Prague – Roger Waters e l’ultimo grido contro il potere
I concerti di Roger Waters non sono semplici eventi musicali. Non lo sono mai stati.
Sono concept show, opere totali dove la musica è solo il filo conduttore per veicolare un messaggio, un grido, una denuncia. In scena non c’è intrattenimento, ma una visione. Un’urgenza comunicativa che travolge chi guarda e ascolta, costringendolo a prendere posizione. Live From Prague non è solo un album dal vivo: è la colonna sonora di un film che documenta uno degli spettacoli più intensi e politicamente espliciti degli ultimi anni. Per questo è corretto parlarne, recensirlo e analizzarne la potenza visiva e ideologica.
This Is Not A Drill: Live From Prague è molto probabilmente il testamento artistico di Roger Waters. Non nel senso malinconico del termine, ma come atto finale di una carriera vissuta all’insegna della coerenza, della militanza, dell’impegno. Waters non si limita a eseguire i brani: li inserisce in una narrazione visiva e sonora che demolisce l’indifferenza e colpisce con violenza chi guarda.
Il film, diretto da Sean Evans, si apre con un messaggio in cui Waters denuncia il fatto che hanno provato a fermarlo, ma lui ha resistito ed è andato avanti. Subito le immagini si concentrano sul palco, e parte quel messaggio inequivocabile in stile aeroporto rivolto a chi ama i Pink Floyd ma non tollera l’attivismo politico di Waters. Insomma, patti chiari e amicizia lunga, verrebbe da dire — ma faresti meglio ad andare a fanculo e recarti immediatamente al bar. Questo è solo l’avvertimento iniziale. Dopo non ci sarà tregua.
Il palco, a forma di croce al centro dell’arena, è già una dichiarazione di intenti: nessun punto privilegiato, il pubblico è parte attiva e immersa nel rito. L’apertura con Comfortably Numb, in una versione cupa e spogliata, è un colpo magistrale: Waters appare alle spalle del pubblico, avvolto nell’oscurità. È già dentro lo show, e tu con lui. Di questa versione è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma forse è il caso di dire che Shanay Johnson ha una voce stupenda che arriva dentro.
Entrati in questo mood piacevolmente insensibile, arriva Waters sul palco e urla: “You, yes you, stand still, laddie!” — e inizia una breve sezione da The Wall con The Happiest Days of Our Lives, Another Brick in the Wall, Part 2 e Part 3, eseguite praticamente come unico brano, col pugno alzato e lo sguardo al pubblico, che è ormai attore attivo dello show, quasi chiamato in causa proprio da Waters.
È il turno di The Powers That Be, l’unico brano da Radio K.A.O.S. del 1987, che — a differenza dell’originale — suona decisamente meglio. Waters si mette al collo la chitarra elettrica, ma dalle immagini proiettate si comprende che stiamo entrando nel cuore dello show: crimini di Stato, brutalità poliziesca, nomi e volti di vittime che hanno pagato con la vita l’aver difeso i propri diritti. La musica si fa colonna sonora di un’inchiesta visiva, che continua con The Bravery of Being Out of Range (Amused to Death, 1992). Presidenti americani etichettati come “criminali di guerra”: è un atto d’accusa diretto, senza mediazioni. Waters, passato al pianoforte, non salva nessuno: Reagan, Bush, Obama, Trump, Biden. Tutti responsabili di un sistema che manipola, divide e uccide. La musica, però, in questa perla del 1992 “allungata” come dalle Lockdown Sessions, ci prepara a uno dei momenti topici dello show.
È il momento di The Bar, nuova composizione nata in pandemia. Il tono si fa più intimo, ma non meno impegnato. Il bar diventa metafora di uno spazio di confronto, un luogo ideale dove discutere. È un invito all’ascolto e alla partecipazione.
Quando lo show sembra calare d’intensità, arriva la sveglia con Have a Cigar. Waters torna alla chitarra, e sullo schermo vengono proiettate immagini storiche: dalle sessioni fotografiche con Syd dei primi anni, alla famosa scena del gong di Pompei. Algie che vola tra le ciminiere della Battersea, e alcuni frame da Arnold Layne. Ma qui il passato è riletto con uno sguardo contemporaneo. Nessuna nostalgia, nessuna idealizzazione. Waters non cerca di rievocare i gloriosi anni ’70: li usa come materiale per riflettere sull’oggi.
Dopo lo sfogo alla chitarra italiana (Paoletti Guitars) dell’ottimo Kilminster, arriva il momento per far commuovere tutti: Wish You Were Here. E per rendere il brano ancora più emozionante, Waters lo accompagna con un racconto di lui e Syd, prima che esistessero i Tea Set — anche se, come abbiamo approfondito in un nostro articolo, Waters confonde le date. Il culmine arriva con Shine On You Crazy Diamond (Parts 5, 6, 7), dove Waters torna al basso, mentre sullo schermo continuano le immagini del pazzo diamante. Questa volta il racconto che viene “scritto” sullo schermo parla delle sessioni del 1975 per Wish You Were Here agli Abbey Road Studios.
Per concludere la prima parte dello show arriva Sheep, e arriva nel vero senso della parola. Un’enorme pecora svolazza sopra il pubblico e lo schermo si riempie di animali, ma è a metà del brano che tutto si colora. È un altro momento epico dello show. “The Lord is my shepherd” viene letto da una voce robotica, mentre sullo schermo il testo passa attraverso dei tweet di un account dal nome BlackSheep. Lo spettatore risulta ipnotizzato, impossibile non esserlo. La sezione finale della canzone dimostra quanto la band di Waters sia affiatata e di gran spessore.
L’inizio della seconda parte è un’altra sezione da The Wall. È il momento del cappotto di pelle, del mitra, dei martelli incrociati. È il momento di In the Flesh: il pubblico si riaccende subito dopo la pausa e non sa più dove concentrare la sua attenzione, tra il palco e il maiale che vola. A seguire subito Run Like Hell, a completamento della storia di Pink.
Con chitarra acustica e kefiah al collo, Waters ci introduce nel momento più oscuro dello show. È il turno della sezione dal suo ultimo album solista, con una versione di Déjà Vu riarrangiata per l’occasione, con una bella coda in dialogo tra chitarra elettrica e sassofono. Prosegue con la title track Is This the Life We Really Want?. Waters si siede al pianoforte per cantare, mentre sullo schermo circolano i simboli del lusso. Il ruolo di chitarrista principale è affidato a Jonathan Wilson, mentre le coriste accompagnano egregiamente Waters che, più che suonare, gesticola animatamente.
È il momento di Money, è il momento di andare sul lato oscuro della luna, precisamente sul lato B. L’arena diventa verde, il colore del dollaro, e il pubblico qui si riaccende dopo un momento quasi meditativo. Prosegue Us and Them, molto suggestiva e con una buona interpretazione di Wilson, ma la vetta di tutta la sezione da The Dark Side of the Moon è Any Colour You Like, dove vorresti che Wilson e Kilminster non finissero mai di suonare. Ma è proprio quando smettono che entriamo nella fase emozionante con Brain Damage e Eclipse. L’effetto visivo è mostruoso: si forma il prisma e lo schermo esplode in un turbinio di colori. L’emozione del pubblico è portata all’estremo. Ma non basta. È il momento del gran finale.
Two Suns in the Sunset apre la coda di This Is Not a Drill, accompagnata da un video (che è tra gli extra del DVD/Blu-ray) bellissimo e agghiacciante allo stesso tempo, che esalta il testo profondo e purtroppo sempre attuale. Dopo è il momento della seconda parte di The Bar. Waters torna al piano e la band è tutta lì intorno a lui, come al bancone del bar. È il preludio per Outside the Wall, il finale perfetto. Waters presenta tutta la band che suona e si avvia fuori dal palco seguita da una telecamera. Sullo schermo vediamo la band riunita con Waters nel backstage che continua a suonare. Gli sguardi sono gioviali e felici, e Waters, come un direttore d’orchestra, gesticola e chiude il brano. La telecamera si spegne. È finito tutto. Rimane il pubblico che applaude, che s’inchina a Roger Waters.
Live From Prague non è solo il documento di un tour: è un’opera cinematografica. Le immagini sono state montate con attenzione maniacale, arricchite da dettagli che prima erano sfuggiti. La qualità visiva (registrata in 8K) e sonora è altissima, ma ciò che conta davvero è il contenuto.
Il film è uno specchio: restituisce l’immagine di un artista che ha ancora il coraggio di parlare chiaro. È un addio? Forse. Ma è anche un ultimo appello. Un’opera che non si limita a commuovere o a stupire, ma che pretende attenzione, riflessione, presa di coscienza.
Roger Waters non cerca consensi. Cerca coscienze sveglie. E Live From Prague è il suo manifesto finale.

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