Giugno 13, 2024

Luca Chino Ferrari, classe 1963, è uno scrittore italiano. Ha scritto libri sui Pink Floyd, Robyn Hitchcock, Captain Beefheart, articoli e recensioni sulle migliori riviste italiane e ha gestito fanzine sui Pink Floyd. Nel 1986 ha incontrato Syd Barrett a Cambridge ed è autore della prima biografia mondiale sul pazzo diamante: Tatuato Sul Muro. L’enigma Di Syd Barrett (Gammalibri, 1986). Domani Luca Ferrari presenterà il libro al Festival della Parola a San Remo presso il Club Tenco, ma prima ci ha concesso un’intervista. Scritto Sui Rovi lo potete acquistare nelle librerie o tramite questo link, un libro con interviste inedite a Peter Jenner, Andrew King, Duggie Fields, Storm Thorgerson e molti altri.

FC: Forse iniziare questo dialogo con questa domanda sarà banale, ma credo sia inevitabile. Siamo a Cambridge, il 16 Luglio del 1985. Come è stato il tuo incontro con Syd Barrett?

LF: Inatteso, spiazzante, frustrante. Inatteso perché, come ho già raccontato molte volte, tutto avvenne assolutamente per caso. Torgherson aveva sbagliato (volutamente?) a indicarmi l’indirizzo di casa di Syd. Fu davvero spiazzante e imbarazzante perché non ero preparato all’evenienza e mi bloccai davanti a lui balbettando qualcosa. Fu molto gentile nel farmi capire che non aveva alcuna intenzione di parlarmi e non insistetti per rispetto. Mi rimase la sensazione di una storia finita, capii a quel punto che effettivamente Barrett non sarebbe mai più ritornato a suonare. Questa consapevolezza mi indusse ad approfondire ancora di più la sua storia e a cercare di decifrare le ragioni del suo abbandono. In sostanza, questo libro ne è il lungo resoconto.

FC: Passiamo al libro. Nella prefazione scrivi che questo libro è una raccolta dei tuoi scritti per dare una rilettura “politica” della figura di Syd Barrett. Puoi spiegarci meglio qual è l’obiettivo di questo libro?

LF: Spero si capisca che non è la classica biografia di un musicista, ma la storia di un’ossessione, la mia e quella di molte persone che ho incontrato negli anni. Il libro credo si possa leggere a più livelli: come una biografia frammentaria e disorganica (perché sono convinto che ogni biografia lo sia); come, appunto, la storia dell’ossessione quarantennale di un appassionato diventato scrittore; come la vicenda emblematica di un rapporto complesso, drammatico, fra libertà creativa e mercato (in questo senso credo lo si possa considerare un libro politico); come lavoro metagiornalistico, anche, per gli impliciti rimandi a come può essere inteso un percorso di ricerca alternativo alle prassi consolidate del giornalismo delle riviste specializzate e del biografismo rock a carattere esegetico. Questo libro non rivela nulla di nuovo, non svela il mistero (destinato a rimanere tale) sulle motivazioni che spinsero Barrett ad abbandonare l’attività di musicista, non indulge volutamente in sterile aneddotica di cui si nutre l’informazione contemporanea. Per questo, come ho voluto precisare con la frase di Cioran in epigrafe, si tratta di un libro per certi versi “pericoloso”, scomodo.

FC: Prendendo spunto da una dichiarazione di Peter Jenner sul fatto che le canzoni di Barrett per i Pink Floyd furono scritte nell’arco di 6 mesi e che diciamo tra il 1967 e il 1970, Syd scrisse materiale per almeno 3 album, possiamo dedurre, in maniera matematica, che era proprio un profilo adatto per il music business, un profilo che “sfornava” hit in poco tempo. Qual è il tuo parere?

LF: Credo che Barrett fosse fondamentalmente un pittore ‘prestato’ alla musica, con un approccio creativo molto istintivo ed estemporaneo alla materia sonora e testuale. La registrazione dei pezzi con i Pink Floyd, stando ad alcune fonti dirette (penso, ad esempio, a quelle raccolte da John Cavanagh nel suo ottimo saggio su “The Piper at the Gates of Dawn”), lo stesso metodo compositivo (descritto da Peter Jenner), lo testimoniano chiaramente e fu causa di frizioni con i colleghi e il produttore Norman Smith. Del corpus della sua opera, se guardiamo alle evidenze, le uniche hit furono solo i primi due singoli, in particolare “See Emily Play”. All’uscita di “Apples & Oranges”, nel novembre 1967, questa capacità a sfornare successi da classifica sembrava essersi già esaurita. E il successivo 45giri, estratto da “The Madcap laughs”, con “Octopus” e “Golden Hair” non credo avesse la minima di chance di entrare in classifica. Barrett è il classico ‘long seller’, ma per ragioni anche estranee alla qualità della sua musica.

FC: Hai intervistato molte persone vicine a Syd: Storm Thorgerson, Duggie Fields, Rosemary Breen ecc. Alla fine di queste dichiarazioni, qual è stata quella che ti ha colpito di più, o meglio, quella che ti ha dato una visione più ampia sulla figura di Syd?

LF: Tra le interviste che ho avuto il piacere di ottenere, senz’altro quella con Peter Jenner ha contributo a chiarire alcuni aspetti del rapporto tra Barrett e il gruppo, rispetto alle aspettative della discografia e alle sua difficoltà di adattarcisi. Anche le due lunghe interviste con la sorella Rosemary Breen, comunque, sebbene raccolte in un momento storico diverso, mi hanno molto emozionato consentendomi di accedere ad una dimensione più intima della vita di Syd, in anni in cui era definitivamente lontano dal nostro mondo e non si sapeva davvero nulla di come vivesse.

FC: Domanda personale. Quale album scegli tra The Madcap Laughs e Barrett? E perché?

LF: Ho sempre preferito “The Madcap Laughs” perché credo sia quello più autentico, in tutti i termini. E’ il disco del dopo-Pink Floyd, seguito a un momento di grande difficoltà psicologica, frutto di un progetto consapevole e, nonostante alcune scelte discutibili nella selezione e montaggio dei brani dovute a Gilmour (penso all’esclusione di “Opel” e all’inclusione di alcuni brani poco ‘curati’ da cui emergeva l’idea di un musicista ‘fuori di testa’…) e agli estenuanti tempi di lavorazione, è un album molto emozionante, poetico, spigoloso, geniale. Questo non significa che il seguente “Barrett” non abbia canzoni eccezionali, ma ha una ricercatezza, una quadratura, una propensione pop che me lo rende meno vero ed emozionante. Sappiamo che l’intervento di Gilmour e Wright fu determinante ai fini della registrazione e dell’arrangiamento dei brani.

FC: Tatuato Sul Muro e questo libro credo siano libri profondi, sinceri e indispensabili per approfondire la storia di Syd Barrett. Possiamo dire che Scritto Sui Rovi sia il completamento del primo?

LF: “Tatuato Sul Muro” era più che altro un tentativo di biografia tradizionale, la prima in assoluto, in anni in cui non esisteva nulla del genere. Ma era fatalmente (per la mia giovane età e le risorse esigue di cui disponevo da freelance…) un tentativo destinato a fallire. Rimanevano molti temi inesplorati collegati alla storia, che neanche il libro di Stampa Alternativa con le interviste a Rosemary Breen è riuscito ad approfondire. “Scritto Sui Rovi”, come ho detto prima, è un libro più complesso, che può essere letto a livelli diversi, con alcuni sottotesti che, a mio parere, restituiscono un’immagine più complessa e autentica (per lo meno per approssimazione) dell’intera vicenda umana e artistica di Barrett, distante da certa agiografia di maniera o, peggio, dal deleterio approccio scandalistico che tanto ha deturpato l’immagine di Barrett in vita. Va detto, per onestà, che comunque non avrebbe avuto senso proporre una nuova biografia del musicista: dopo gli eccellenti lavori di Julian Palacios e Rob Chapman, integrabili con i notevoli libri di Barry Miles, David Parker, Glenn Powey, Nicholas Shaffner e Nick Mason, sarebbe stato pretestuoso cercare di raccontare nuovamente quella storia.

FC: Hai progetti in cantiere, o in previsione, sempre a tema “Floyd”?

LF: No, non credo che mi occuperò dei Pink Floyd in futuro. C’è chi lo sta facendo (penso ai Lunatics) con maggior competenza e passione di quanta potrei metterci io. D’altronde, come forse saprai, sono stato un pioniere in Italia avendone scritto molti anni fa quando in circolazione c’erano davvero pochissimi libri (a maggior ragione nel nostro Paese) e mi piace pensare, forse un po’ presuntuosamente, che anch’io ho dato il mio contributo alla causa. Con l’avvento di Internet e dei social e, nell’imminente futuro, con l’I.A., scrivere libri come si facevano è diventato molto complicato. E questo mio “Scritto Sui Rovi” è anche un tributo a un tempo che non tornerà più, non solo perché molti dei protagonisti della vicenda se ne sono andati.

Intervista di Francesco Madonia.

INTERVISTA ESCLUSICA A LUCA FERRARI AUTORE DEL LIBRO SCRITTO SUI ROVI by Francesco Madonia is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

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