Sam Brown ha appena quattordici anni quando, nel 1978, registra i suoi primi cori in un disco professionale: 78 in the Shade, l’album della reunion degli Small Faces. Che le porte degli studi d’incisione si aprano così presto non sorprende, considerando il suo contesto familiare: nasce il 7 ottobre 1964 a Stratford, nell’East London, in una casa dove la musica è l’occupazione di tutti. Il padre, Joe Brown, è stato una delle prime vere star del rock ‘n’ roll britannico tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta; la madre, Vicki (Victoria Mary Haseman), è una delle coriste più richieste del settore, cresciuta nelle fila delle Vernons Girls e delle Breakaways, mentre il fratello minore, Pete, diventerà un stimato produttore e polistrumentista. Nei primi anni Ottanta Sam è già una turnista di primo piano: collabora con la National Youth Jazz Orchestra, presta la voce agli Spandau Ballet e nel 1982 partecipa alle sessioni di Before I Forget, l’album solista di Jon Lord, celebre tastierista dei Deep Purple.
Il filo conduttore che la conduce verso i Pink Floyd passa proprio attraverso la figura materna. Vicki Brown aveva infatti cantato come corista durante il tour di The Dark Side of the Moon nei primi anni Settanta, per poi tornare a collaborare con la band alla fine degli anni Ottanta per la maestosa tournée di A Momentary Lapse of Reason. Questa diretta familiarità con l’ambiente floydiano facilita l’intesa artistica con David Gilmour, ed è proprio il chitarrista a chiamare Sam, appena ventenne, durante le sessioni di About Face del 1984, il suo secondo album da solista: le affidò i cori e le parti vocali di accompagnamento, segnando la sua prima incisione professionale al suo fianco.
Il favore viene ricambiato pochi anni più tardi. Sam firma un contratto discografico con la A&M nel 1986 e nel giugno del 1988 pubblica Stop!, il suo album d’esordio, prodotto in gran parte dal fratello Pete. Il disco scala le classifiche vendendo oltre due milioni e mezzo di copie, conquistando dischi d’oro e di platino in diversi paesi, con la celebre title track che raggiunge il quarto posto nella classifica britannica dei singoli; Gilmour partecipa all’album suonando la chitarra in due brani, This Feeling e I’ll Be in Love. Con il successivo April Moon, pubblicato nel 1990, la cantautrice supera le cinquecentomila copie vendute ottenendo il disco d’argento nel Regno Unito, trascinato dai singoli With a Little Love e Kissing Gate, mentre nella traccia Troubled Soul compare ancora una volta Gilmour, stavolta in veste di cantante.
Nel giugno del 1991 la vita di Sam viene segnata dal tragico lutto per la scomparsa della madre Vicki, stroncata da un tumore al seno. Da quello strappo doloroso nasce 43 Minutes…, il suo terzo lavoro da solista: un album cupo, intimo e introspettivo, interamente incentrato sul tema della perdita. Quando la A&M si rifiuta di distribuire il disco senza l’inclusione di un singolo di facile presa radiofonica, la cantante reagisce con determinazione riscattando il proprio contratto, riacquistando i master delle registrazioni e fondando un’etichetta indipendente, la Pod Music, con cui l’album vede la luce nel 1992. Nonostante le vendite inferiori rispetto ai due capitoli precedenti, la critica musicale consacra il disco come il punto più alto e intenso della sua carriera da solista.
Quando nel 1993 i Pink Floyd si radunano per lavorare a The Division Bell, il loro quattordicesimo album in studio, Gilmour individua in Sam Brown l’elemento cardine attorno a cui costruire la nuova sezione dei cori. La sua voce si intreccia così nel tessuto sonoro di traccie fondamentali come What Do You Want from Me, A Great Day for Freedom e Keep Talking. Nel 1994 la cantante sale sul palco del maestoso Division Bell Tour, una delle tournée più imponenti e scenografiche della storia del rock, affiancando Durga McBroom e Claudia Fontaine nel ruolo di prima corista. Il momento destinato a consegnarla definitivamente all’immaginario dei fan arriva con la pubblicazione di P•U•L•S•E, il celebre album dal vivo del 1995: nell’esecuzione di The Great Gig in the Sky, il brano composto da Richard Wright, Sam interpreta la parte solista con una potenza, un’estensione e una carica drammatica tali da rendere la sua versione una delle riletture più applaudite e memorabili mai ascoltate dal vivo.
Il prosieguo degli anni Novanta e degli anni Duemila vede Sam proseguire lungo un percorso solista mai banale. Nel 1997 pubblica Box per le etichette Pod e Demon, caratterizzato da sonorità folk-rock e cantautoriali, a cui fa seguito nel 2000 l’album ReBoot, in gran parte autoprodotto. Successivamente si dedica al progetto acustico Homespun insieme a Dave Rotheray dei Beautiful South, che dà vita a due lavori discografici: Homespun nel 2003 ed Effortless Cool nel 2005, anno in cui esce anche l’EP Ukulele and Voice. Nel 2006 la A&M e la Universal stampano The Very Best of Sam Brown, un’antologia che raccoglie i suoi singoli più celebri dal 1988 in poi.
Nel frattempo, tra il 2001 e il 2002, si rinnova la collaborazione con l’universo floydiano. In occasione dei concerti semi-acustici organizzati da David Gilmour alla Royal Festival Hall di Londra per il Meltdown Festival, Sam riveste il ruolo di prima corista e direttrice del coro gospel, interpretando le parti vocali di supporto in High Hopes e in diversi classici del repertorio solista e della band. Nelle medesime date londinesi del 2002 la cantante si esibisce sul palco anche al fianco di Richard Wright, eseguendo Breakthrough, traccia tratta dal suo album solista Broken China, mentre il legame professionale stretto con Nick Mason durante la lunga stagione di The Division Bell darà i suoi frutti anni dopo.
Nel 2007 esce Of the Moment, l’ultimo album inciso con la sua voce naturale, seguito immediatamente dal momento più drammatico della sua vita artistica: una grave disfunzione alle corde vocali le impedisce la chiusura muscolare e il controllo dell’intonazione. Nonostante un intervento chirurgico per la rimozione di una cisti e anni di tentativi medici, logopedici e olistici, la cantante è costretta ad abbandonare le esibizioni dal vivo e il lavoro in studio. Per i quindici anni successivi si dedica così all’insegnamento dell’ukulele e alla direzione di cori comunitari.
La svolta avviene durante la pandemia nel 2020, incoraggiata dal collaboratore di lunga data Danny Schogger: Sam incide le proprie linee vocali in un registro bassissimo e privo di estensione, utilizzando poi il software Melodyne per correggere e trasporre le note, trasformando la propria voce in uno strumento elettronico e sintetico. Nel 2022 il suo nome torna a figurare in un’uscita ufficiale dei Pink Floyd: il singolo benefico Hey, Hey, Rise Up! ospita sul lato B una versione rielaborata di A Great Day for Freedom, che unisce le traccie storiche di chitarra e tastiere di Gilmour e Wright alla batteria di Mason e ai cori di Sam Brown, Claudia Fontaine e Durga McBroom. Il disco del suo ritorno solista, intitolato Number 8, viene pubblicato nel gennaio del 2023 per le etichette Pod e Dunmore, a quindici anni di distanza dal suo ultimo lavoro in studio.