Un mosaico psichedelico in viaggio
Nel novembre del 1967, mentre la Gran Bretagna era immersa nei colori della psichedelia, una flotta di auto e furgoni si mise in viaggio, trasportando un cartellone commercialmente instabile che giustapponeva hitmaker affermati a sperimentalisti d’avanguardia. Questo non era un semplice tour, ma l’ultimo, grande esperimento del formato “package tour”, un tentativo di adattare una formula del passato alla nascente era degli “artisti da album”.
Il tour del 1967 non fu semplicemente il punto d’arrivo di un vecchio formato, ma un laboratorio ad alta pressione che accelerò brutalmente le evoluzioni divergenti delle sue due attrazioni principali: catapultando Jimi Hendrix verso la celebrità e costringendo i Pink Floyd ad affrontare la crisi interna che, in definitiva, avrebbe assicurato la loro sopravvivenza.
Protagonisti di questo palcoscenico itinerante erano due forze opposte. Da un lato, la Jimi Hendrix Experience, all’apice di un’ascesa che lo aveva trasformato in pochi mesi da sconosciuto a icona. Dall’altro, i Pink Floyd, una band con un album di successo alle spalle ma sull’orlo di una crisi esistenziale. Per loro, come ricordò Nick Mason, il tour rappresentò l’ingresso nel vero “mondo del Rock n’ Roll”, descrivendolo come una delle rare occasioni in cui “eravamo inseguiti per strada da ragazze sovraeccitate”.
Il “Package Tour” per l’era psichedelica
Il concetto di “package tour” non era nuovo. Promotori veterani come Tito Burns e Harold Davison ne avevano fatto un vero business, assemblando cartelloni con più artisti per massimizzare l’efficienza economica. Il tour del 1967 fu, però, un’audace reinvenzione della formula, sostituendo comici e cabarettisti con la crème della nuova musica. La logica era creare un evento imperdibile, offrendo una maratona musicale che spaziava dal soul degli Amen Corner al rock anarchico dei The Move, fino all’avanguardia cosmica dei Pink Floyd e alla furia chitarristica di Jimi Hendrix. Con un programma serrato di 31 spettacoli in 16 città, spesso con due esibizioni al giorno, la struttura era rigorosa.
La scaletta di ogni spettacolo era concepita per mantenere alta l’energia e gestire un elevato numero di cambi palco. La prima parte vedeva susseguirsi The Outer Limits e Eire Apparent, per un’esibizione totale di circa 15 minuti, dopo altri 15 minuti con gli Amen Corner e a chiusura i The Move con un set da circa 30 minuti. Dopo l’intervallo di 20 minuti la seconda parte riprendeva con The Nice per 15 minuti, i Pink Floyd per un’esibizione da circa 20 minuti e infine, l’attesissimo set di 40 minuti della Jimi Hendrix Experience.
Questo formato rispondeva a un cambiamento culturale in atto, come spiegò Dave Robinson, allora road manager degli Eire Apparent: “Nel 1967 cominciavano ad arrivare gli ‘artisti da album’. Più musicali, che si fanno le canne. Quindi è stato l’ultimo di quel tipo di tour”. La brevità dei set costringeva a una sintesi estrema; Robinson notò che i The Nice, pur avendo 15 minuti, “di solito suonavano un solo pezzo”. Tuttavia, la struttura non era rigida: a metà del tour, gli Amen Corner si dimostrarono così popolari che, su insistenza del manager di Hendrix, Chas Chandler, si scambiarono il posto con i The Move, chiudendo loro la prima metà dello spettacolo.
Il manager dei The Move, Tony Secunda, ha sottolineato il duplice obiettivo strategico del tour: da un lato, “aveva senso dal punto di vista finanziario”; dall’altro, offriva “grande visibilità a gruppi che non sarebbero mai usciti” da soli. Tuttavia, l’ambizioso progetto nascondeva una precaria realtà finanziaria e logistica che avrebbe definito l’esperienza quotidiana per tutti, tranne che per il suo headliner.

Finanze, logistica e vita nomade
Al di là dell’immagine glamour, la realtà quotidiana del tour era un esercizio di resistenza. Il modello finanziario era nettamente sbilanciato, come rivelato dal presentatore Pete Drummond. Jimi Hendrix dominava non solo musicalmente ma anche economicamente: “Credo che lui ricevesse la metà dell’incasso e che tutti gli altri avessero un compenso fisso. […] Io prendevo 25 sterline a sera e, a parte Hendrix, avevo più soldi di tutti”. L’impatto di questa disparità era tangibile. Drummond ha aggiunto: “Dovevo comprare il cibo per le band: curry e patatine per l’Amen Corner quando arrivavamo a Cardiff. Credo che i Floyd guadagnassero circa 20 sterline al giorno”.
L’atmosfera era un mix di cameratismo e caos. Sebbene Bev Bevan dei The Move la descrivesse come un’era di “pace, amore e riso integrale”, la realtà era più complessa. Keith Emerson dei The Nice la definì “una grande gita scolastica”, aggiungendo però un dettaglio fondamentale: “Una gita scolastica con lancio di coltelli, sfascio di strumenti e crolli dovuti agli acidi, insomma”. Aneddoti come quello di Noel Redding che metteva “bombe puzzolenti nel pedale della grancassa di Bev Bevan” o quello di Hendrix che quasi veniva colpito dai coltelli lanciati da Emerson sul palco dipingono un quadro di anarchia e mancanza di protocolli di sicurezza. In questo ecosistema, anche roadie come Lemmy Kilmister (prima per i The Nice, poi “accalappiato” da Hendrix) erano parte integrante della mitologia nascente.
Il ruolo del presentatore Pete Drummond era cruciale per gestire i cambi palco. Il suo compito era intrattenere un pubblico impaziente, spesso subendo insulti: “Nove volte su dieci gridavano semplicemente ‘Vaffanculo!’. […] Hendrix diceva: ‘Mi avete sentito stasera? Ero sul retro a gridare -Vaffanculo!- all’inizio!’”. Per sopravvivere, Drummond si affidava all’aiuto di altri, in particolare di Roger Waters, che “veniva da me e mi diceva: ‘Oggi ho una bella battuta per te’”. Questo ambiente volatile servì ad amplificare le traiettorie opposte dei due nomi più grandi del tour: l’ascesa esplosiva di Jimi Hendrix e la dolorosa implosione dei Pink Floyd.
L’ascesa di Jimi Hendrix
Jimi Hendrix non era semplicemente l’headliner; ne era il centro di gravità. Ogni sua esibizione era un evento, un’esplosione di virtuosismo che consolidava la sua reputazione leggendaria ben al di fuori di Londra. La sua fama era esplosa nel 1967. Dopo il successo dei singoli Hey Joe e Purple Haze, fu la sua performance “impressionante, ormai leggendaria” al festival di Monterey a trasformarlo da “zero a eroe”. Il tour di novembre capitalizzò questa crescente adorazione.
Le sue esibizioni dal vivo erano una forza della natura, imprevedibili persino per la sua stessa band. Keith Emerson ha ricordato come tutti lo osservassero ogni sera perché “faceva qualcosa di completamente diverso. E molte volte ha stupito Noel Redding e Mitch Mitchell, perché non sapevano sempre cosa avrebbe fatto”. Allan Jones, sassofonista degli Amen Corner, ha raccontato un aneddoto di Newcastle: “Questa sera stava suonando la sua Gibson Flying V ed era così incazzato per l’accordatura che si è tolto la chitarra dalla spalla e l’ha lanciata contro lo stack Marshall!”.
Questa immagine da “animale” sul palco contrastava nettamente con la sua personalità fuori dalle scene. Bev Bevan lo descriveva come una persona squisita: “Che persona adorabile che era. […] Fuori dal palco era molto dolce, e ogni volta che una donna entrava nella stanza si alzava e offriva la sua sedia”. Keith Emerson ha ricordato un episodio in cui un fan disse a Hendrix: “Penso che Eric Clapton sia molto meglio di te”. Invece di offendersi, Jimi rispose con umiltà: “Beh, anch’io penso che Eric sia un chitarrista di gran lunga migliore”. Questo ritratto a tutto tondo rivela un artista complesso, la cui traiettoria ascendente e sicura contrastava in modo quasi crudele con la spirale discendente che, sullo stesso palco, stava inghiottendo i Pink Floyd.

L’implosione dei Pink Floyd
Mentre Hendrix consolidava la sua leggenda, i Pink Floyd vivevano un paradosso. L’esperienza del tour iniziò nel peggiore dei modi: già durante le prove della prima data alla Royal Albert Hall, minacciarono di andarsene perché non potevano usare il loro impianto di illuminazione, un elemento cruciale per mascherare le loro performance sempre più erratiche. Con un album di debutto acclamato, sul palco si dilettavano a “spaventare il pubblico fino alla sottomissione”, come ammesso da Nick Mason, e la loro carriera era “in bilico”, minata dall’interno dalla crisi del loro leader, Syd Barrett.
Il fulcro della crisi era il rapido deterioramento mentale di Syd, esacerbato dall’LSD e dalle pressioni del successo. Il precedente tour americano era stato un disastro, con episodi come quando “stonò la chitarra per tutto il tempo di un concerto” o “si è svuotato un barattolo di Brylcreem in testa”. Durante il tour britannico, la sua condizione peggiorò. Trevor Burton dei The Move offrì una sintesi brutale: “Syd aveva lasciato l’universo”. Henry McCullough, chitarrista degli Eire Apparent, ha rivelato che in alcune occasioni era lui a suonare le parti di chitarra di Syd, nascondendosi a lato del palco mentre Barrett rimaneva immobile e assente.
La condizione di Barrett creò un circolo vizioso di isolamento. La decisione di viaggiare separatamente, notata da Andy Fairweather-Low (“Viaggiammo tutti […] su un unico grande autobus. I Floyd viaggiavano separatamente”), non era solo una scelta, ma una necessità logistica e psicologica. Il loro background da “studenti artistici”, come osservato da Trevor Burton, li distingueva dai “rocker incalliti” del resto del tour, rendendo fallimentare ogni tentativo di socializzazione. Questo isolamento si stava formalizzando in una strategia di sopravvivenza, come rivelato da un aneddoto di Keith Emerson, che sentì Roger Waters discutere delle sessioni di registrazione: “Se entriamo separatamente si evitano discussioni”.
Le recensioni dell’epoca riflettevano la confusione del pubblico. Il Disc & Music Echo li elogiò per la loro musica “assai innovativa”, ma il Coventry Evening Telegraph notò un pubblico “sconcertato” e il The Chathman Standard parlò di “delusione maggiore”. Per far fronte all’inaffidabilità di Syd, la band eseguiva brani strumentali e si affidava a sostituti. Davy O’List dei The Nice ricorda di aver suonato “Interstellar Overdrive” con loro quando “Syd è uscito per una passeggiata e non è più tornato”.
L’ultimo viaggio “Package”
Il tour di Jimi Hendrix del 1967 non fu semplicemente una serie di concerti, ma un evento di importanza storica, ampiamente considerato come “l’ultimo dei grandi tour di pacchetti pop-rock”. In poche settimane, catturò e mise a nudo le tensioni di un’epoca: la lotta tra lo spettacolo pop da tre minuti e la nascente arte degli “artisti da album”, la brutale realtà economica che sosteneva l’espressione creativa e il costo personale di una fama rivoluzionaria.
La sua influenza si estese ben oltre il 1967. Dieci anni dopo, Dave Robinson, memore dell’esperienza, si ispirò a quel formato per organizzare il primo tour della Stiff Records, portando in giro artisti come Elvis Costello. In una prospettiva più ampia, è possibile tracciare una linea diretta tra la logica di questo tour e i moderni festival itineranti. Eventi come Lollapalooza e Ozzfest possono far risalire le loro radici concettuali all’idea di un cartellone denso e variegato che viaggia di città in città, proprio come la carovana del 1967.
In definitiva, questo tour fu molto più di una successione di date. Fu un microcosmo culturale e un laboratorio on the road che rivelò la traiettoria del rock a venire. Funse da catalizzatore per l’ascesa definitiva di una leggenda, Jimi Hendrix, e, contemporaneamente, rappresentò il doloroso ma fondamentale punto di svolta che forzò la rinascita di un’altra, i Pink Floyd.
Disc & Music Echo (concerto del 14 novembre 1967)
Forse l’esibizione più interessante è stata quella dei Pink Floyd, reduci da una serie di concerti nei centri hippy della West Coast americana, con quello che è probabilmente il miglior light show mai visto in questo Paese e una musica assai innovativa… in un’atmosfera silenziosa la maggior parte del pubblico cercava di afferrare il ‘senso’ nascosto nella loro musica benché il materiale di base fosse essenzialmente hard rock, con il batterista Nick Mason a dettare splendidi ritmi e il chitarrista Syd Barrett a inventare incredibili voli di fantasia… la maggior parte degli spettatori non era costituita da fans del complesso ma il consenso è stato entusiastico. Un’esibizione davvero soddisfacente.
Coventry Evening Telegraph (concerto del 19 novembre 1967)
I fans di Jimi Hendrix sono rimasti impassibili – e credo in qualche modo sconcertati – di fronte ai Pink Floyd, un gruppo della nuova generazione che farà parlare di sé. Le sperimentazioni ad ampio raggio strumentali- elettroniche dei Floyd sono state affascinanti, quasi ipnotiche; tuttavia il pubblico, che probabilmente si aspettava i loro successi, non le ha apprezzate.

Bristol Evening Post (concerto del 24 novembre 1967)
L’altra sera alla Colston Hall: chitarre fracassone sul palco, vetri in frantumi sotto il palco. Turbolenti teenagers gallesi sono stati cacciati dopo incidenti al bar dell’Auditorium. Erano sostenitori della band gallese Amen Corner. Il servizio d’ordine locale aveva avvertito più volte i disturbatori che brandivano gli sgabelli e urlavano nel bar. Nel salone, altri giovani lanciavano insulti ai musicisti. La musica dei Pink Floyd e dei Nice era oltremodo bizzarra. Tutti insieme hanno pestato su un organo elettrico, hanno fatto a pezzi un paio di migliaia di timpani e si sono persi in un turbinio di luci colorate.
The Chathman Standard (concerto del 1 dicembre 1967)
La delusione maggiore è arrivata dai Pink Floyd, dai quali mi aspettavo molto di più. Immersi nel buio per la maggior parte del tempo, hanno suonato alcuni pezzi irriconoscibili e sono stati completamente oscurati dalle buffe mosse di un ragazzo con una giacca di pelle d’orso che sembrava sul punto di saltare sul palco per sistemare le casse, girare le manopole e portarsi via lo strano piatto o il microfono.
Peter Jenner
Andrew ed io stavamo cercando di tenere tutto insieme. Ma, dopo l’America, i problemi continuarono anche durante il tour con Hendrix, quando Syd cominciò a non presentarsi ad alcuni concerti.
Nick Mason
Credo che la prima volta che firmai un autografo fu proprio durante quel tour. Eravamo il quarto gruppo in scaletta dopo gli Amen Corner o qualcuno altro, e giravamo la Gran Bretagna in pullman. C’erano persino delle ragazze urlanti, anche se la cosa aveva un fascino limitato.
Davy O’List
Tutti noi viaggiavamo sul pullman, ma Hendrix poteva permettersi un’auto – aveva una limousine. Guardavo spesso i Floyd e osservavo quello che faceva Syd. Notai però che si allontanava per lunghe passeggiate e tornava solo due minuti prima di salire sul palco, e una sera non si presentò affatto, arrivando solo dopo il concerto. Aveva saltato due date, compreso un matinée. Fu allora che il resto della band mi chiese se potevo sostituirlo. Forse era al Liverpool Empire, ma di sicuro era nel nord.
Dissi loro che conoscevo Interstellar Overdrive e che iniziava in si bemolle. A quel punto tirarono fuori il cappello di Syd e dissero: “Meglio se indossi questo.” Decisi di suonare dando le spalle al pubblico, e le ragazze iniziarono a urlare, pensando che fossi Syd. Roger Waters sorrideva compiaciuto, convinto che l’avessero fatta franca – finché non mi voltai, e le urla cessarono. Facemmo solo uno spettacolo e, appena Syd lo venne a sapere, tornò subito. Da allora, sul pullman, non mi guardò mai più negli occhi.
Peter Wynne-Willson
Me ne andai durante il tour con Hendrix perché pensavo che non prendessero l’illuminazione abbastanza sul serio. Ecco, avete trovato il mio cruccio… Lasciai che fosse Susie [Gawler-Wright] a occuparsene, cosa che faceva solo quando le andava. Poi presero John Marsh, che era un inquilino di Edbrooke Road, ed era molto bravo. Ma ero estremamente frustrato da tutta la situazione, e probabilmente mi sentivo parte dell’assedio che circondava Syd.
David Gilmour
La prima volta che rividi i Pink Floyd fu dopo essere tornato dalla Francia, durante il tour di Hendrix alla Royal Albert Hall. Suonarono per diciassette minuti – giusto il tempo per permettere a Syd di accordarsi. Avevo un lavoro diurno, facevo l’autista per il negozio di Ossie Clark, il Quorum, a Chelsea. Quindi di giorno facevo quello, e nel frattempo cercavo di capire quale sarebbe stata la mia prossima mossa musicale.
Credo che la volta successiva fu al Royal College of Art, a dicembre, e Syd ormai era piuttosto fuori fase. Fu lì che Nick Mason mi disse: “Allora… che ne penseresti se ti chiedessimo di unirti a noi?” Aveva appena accennato l’argomento.
Le date del tour
- 14.11.1967 Royal Albert Hall, Kensington, Londra, Inghilterra, The Alchemical Wedding
- 15.11.1967 Winter Gardens, Bournemouth, Inghilterra
- 17.11.1967 City (Oval) Hall, Sheffield, Inghilterra, All Night Garden Party
- 18.11.1967 Empire Theatre, Liverpool, Inghilterra
- 19.11.1967 Coventry Theatre, Coventry, Inghilterra
- 22.11.1967 The Guildhall, Portsmouth, Inghilterra
- 23.11.1967 Sophia Gardens Pavilion, Cardiff, Galles
- 24.11.1967 Colston Hall, Bristol, Inghilterra
- 25.11.1967 Opera House, Blackpool, Inghilterra
- 26.11.1967 Palace Theatre, Manchester, Inghilterra
- 27.11.1967 Whitla Hall, Queen’s College, Belfast, Irlanda del Nord
- 01.12.1967 Central Hall, Chatham, Inghilterra
- 02.12.1967 The Dome, Brighton, Inghilterra
- 03.12.1967 Theatre Royal, Nottingham, Inghilterra
- 04.12.1967 City Hall, Newcastle-upon-Tyne, Inghilterra
- 05.12.1967 Green’s Playhouse, Glasgow, Scozia
