Cambridge, primi anni Sessanta: nei corridoi della Cambridgeshire High School for Boys si incrociano tre ragazzi destinati a diventare, in modi completamente diversi, pilastri della storia dei Pink Floyd. Uno è Syd Barrett, l’altro è Roger Waters. Il terzo è Tim Renwick, che a differenza dei primi due non fonda mai la band, non scrive mai un concept album e non finisce mai sulla copertina di un disco, eppure rimane, per oltre trent’anni, una delle pochissime persone al mondo ad aver suonato la chitarra sia per Waters sia per David Gilmour dopo la rottura del 1985. Renwick osserva già allora Gilmour esibirsi con i Jokers Wild, una delle prime formazioni locali del futuro chitarrista dei Floyd: una coincidenza geografica e generazionale che, vent’anni dopo, gli spalanca le porte di entrambe le fazioni di una band spaccata in due.
La chitarra arriva a quattordici anni, nel 1963, e passa rapidamente dall’acustica all’elettrica attraverso formazioni locali dai nomi oggi dimenticati, come The Spanish Gentlemen, Little Women e Wages of Sin. Nel 1968 Renwick si trasferisce a Londra ingaggiato dalla Jackie Lomax Band, circostanza che lo porta dritto all’interno della Apple Corps di Savile Row, dove il gruppo prova regolarmente. È lì che comincia di fatto la sua vita da turnista: la prima seduta di registrazione professionale retribuita si svolge per il duo Peter & Gordon agli Abbey Road Studios. Un anno dopo entra nei Junior’s Eyes di Mick Wayne, e tramite il produttore Tony Visconti la band viene scelta per affiancare David Bowie nelle sessioni del suo secondo album, destinato a diventare noto come Space Oddity, oltre che nel tour promozionale in Scozia e nelle registrazioni radiofoniche per la BBC.
Sciolti i Junior’s Eyes nel 1970, Renwick fonda con il canadese Cal Batchelor i Quiver, che due anni dopo confluiscono nei Sutherland Brothers & Quiver insieme ai fratelli Gavin e Iain Sutherland. È il primo vero successo: l’album Lifeboat entra nelle classifiche americane nel 1974, la band apre un tour di sessanta date per Elton John, e nel 1975 il singolo Arms of Mary scala le classifiche internazionali. È tuttavia il lavoro parallelo come session man a costruire la reputazione che conta davvero. Con Al Stewart, Renwick diventa una presenza fissa in studio (partecipando a Orange, Past Present and Future e Modern Times) fino a Year of the Cat del 1976, dove firma entrambi gli assoli della title track: quello acustico, eseguito con una Guild, e quello elettrico, inciso con la Fender Stratocaster del 1962 che lo accompagnerà per il resto della carriera, passato attraverso un amplificatore valvolare custom Wallace nello Studio Due di Abbey Road sotto la direzione di Alan Parsons.
Da quel momento il suo nome comincia a circolare ai piani alti del rock britannico. Partecipa ad A Single Man con Elton John nel 1978, affronta il tour mondiale del 1980 (inclusa la storica data a Central Park) e si unisce alle sessioni di The Fox e Too Low for Zero. Collabora con i Procol Harum, copre sessantaquattro date con Mike Oldfield nel 1982 e partecipa a sedute d’incisione in Florida con Barry Gibb per Andy Gibb, Dionne Warwick e la colonna sonora di Staying Alive. Nel 1985 arriva la chiamata di Eric Clapton per il tour di Behind the Sun, che porta Renwick sul palco del Live Aid, il 13 luglio, allo stadio JFK di Filadelfia.
È proprio nel 1985, con lo strappo tra Waters e il resto del gruppo ormai insanabile, che si apre il capitolo più affascinante della carriera di Renwick, quello che lo rende un caso quasi unico nella storiografia dei Pink Floyd. A luglio del 1984, un anno prima del Live Aid, Waters lo ingaggia per il tour di The Pros and Cons of Hitch Hiking, il suo primo lavoro solista, affiancandolo in sezione chitarristica a Eric Clapton. Si tratta di un’esperienza che gli offre una prospettiva diretta sul metodo di lavoro del bassista: Waters si rivela un bandleader autoritario, ossessivo nel pretendere che ogni nota dal vivo rispecchi fedelmente l’incisione su disco e pronto a richiamare i musicisti per la minima variazione. C’è persino una frizione sottile che Renwick ricorda spesso: il fastidio di Waters quando il pubblico risponde con ovazioni entusiaste agli assoli di Clapton, come se l’attenzione della platea venisse sottratta al messaggio lirico e concettuale delle sue composizioni.
Il contrasto, quando nel 1987 Gilmour riattiva i Pink Floyd per A Momentary Lapse of Reason, non potrebbe essere più netto. Gilmour chiama Renwick come secondo chitarrista per il tour mondiale, e l’approccio si rivela l’esatto opposto di quello di Waters: rilassato, collaborativo, con un margine reale per i musicisti di trovare un’intesa spontanea. Sul palco il ruolo di Renwick è tutt’altro che decorativo, poiché sostiene l’impalcatura ritmica e armonica dei brani storici e del nuovo repertorio, lasciando a Gilmour lo spazio per gli assoli principali ed eseguendo linee in perfetto unisono con lui in pezzi come Run Like Hell, Money e Comfortably Numb. Resta il chitarrista di riferimento per l’intero tour 1987-1989, documentato in Delicate Sound of Thunder, e nel giugno del 1990 sale sul palco di Knebworth per i Silver Clef Awards. Nel 1993 e nel 1994 viene richiamato per le sessioni di studio di The Division Bell, dove fornisce parti di chitarra addizionali, e per il successivo Division Bell Tour che finisce immortalato in PULSE. Buona parte del materiale ambientale e strumentale registrato in quel periodo riaffiorerà anni dopo, nel 2014, all’interno di The Endless River.
Il legame con la famiglia Floyd non si esaurisce sotto l’insegna della band. Nel 1996 è Richard Wright a volerlo al suo fianco per le chitarre di Broken China, il suo album solista, apprezzandone in particolare la capacità di integrarsi con la sezione ritmica guidata dal bassista Pino Palladino. Poi arriva il 2 luglio 2005, in occasione del Live 8 ad Hyde Park: Gilmour, Waters, Mason e Wright tornano sullo stesso palco dopo ventiquattro anni di separazione, e Renwick viene chiamato a completare la formazione come chitarrista ritmico e addizionale. Durante Wish You Were Here, mentre Gilmour è impegnato tra chitarra acustica e pedal steel, è proprio Renwick a imbracciare il basso elettrico, tenendo la linea pulsante del brano prima che Waters lo riprenda per i pezzi successivi: un dettaglio che dimostra in modo esemplare quanto quel musicista fosse, in senso letterale, perfettamente intercambiabile tra le due metà di una band spezzata.
Dal punto di vista tecnico, Renwick non punta mai all’ostentazione. Il suo stile si sviluppa sempre in funzione dell’arrangiamento, dell’equilibrio del pezzo, di quella precisione metronomica e di quel senso melodico che lo rendono un partner ideale tanto per i cantautori folk quanto per le imponenti produzioni rock da stadio. La Fender Stratocaster Sunburst del 1962, battezzata “Old Faithful”, lo accompagna dai tempi di Al Stewart fino ai Pink Floyd, affiancata negli anni Settanta da un prototipo Mørch costruito su misura in Danimarca e da varie acustiche Guild e Martin, il tutto filtrato attraverso amplificatori valvolari e modulazioni essenziali (chorus e delay) concepite per rimanere ben definite all’interno di mix affollati.
Ritiratosi in Cornovaglia, Renwick non smette mai del tutto di fare musica: continua a collaborare con formazioni locali come i Bucket Boys e a pubblicare dischi solisti strumentali, da Privateer del 2007 a Privateer 2 uscito dieci anni dopo. Resta, nella storia dei Pink Floyd, una figura di cui pochissimi appassionati occasionali conoscono il nome, ma che chiunque abbia ascoltato con attenzione Delicate Sound of Thunder o PULSE ha sicuramente già imparato ad apprezzare.