Roger Waters: sto lavorando ad una nuova versione di The Wall
Tramite un lungo articolo su wired.me Roger Waters e Mona Miari raccontano il senso di Comfortably Numb Re-Imagined, tra Gaza, social e diritti umani. Il testo è accompagnato da alcuni brevi video dove la Miari funge da intervistatrice di Waters. In questo articolo abbiamo cercato di riassumere i punti centrali.
Comfortably Numb Re-Imagined nasce da un equivoco che Roger Waters vuole finalmente correggere. Il brano originale del 1979, dice, non racconta il desiderio di fuggire dalla realtà come molti hanno sempre creduto, ma qualcosa di più inquietante: un individuo anestetizzato e reso controllabile attraverso i farmaci, incapace col tempo persino di reagire. Nel 2026 quella stessa dinamica, secondo Waters, non ha più bisogno di sostanze chimiche: basta lo scorrimento infinito dei social network. Waters afferma: “Sto lavorando a una nuova versione di “The Wall” in questo momento, e ho inserito questo elemento nella narrazione: è uno dei modi per farci indossare una maschera, per renderci insensibili a tutto.” Ma tornando su Comfortably Numb Re-Imagined, secondo lui, è lì che si consuma oggi l’anestesia emotiva di cui parlava quarantasette anni fa, ed è per questo che il celebre ritornello viene ribaltato di segno: “I will never become comfortably numb”, non diventerò mai piacevolmente insensibile. Un rifiuto esplicito dell’indifferenza verso quanto accade a Gaza, che è il cuore pulsante dell’intero progetto.
Per Waters, TikTok, Instagram e le altre piattaforme non si limitano a intrattenere: costituiscono un sistema di distrazione su scala industriale, che spinge le persone verso contenuti superficiali mentre i temi realmente urgenti restano sullo sfondo. Si discute dell’auto nuova, delle mode, degli acquisti, mentre i diritti umani scivolano in secondo piano. La vera battaglia, secondo lui, è proprio il rifiuto di questa anestesia collettiva.
Gaza occupa un posto centrale nel ragionamento anche per un altro motivo. Dal 2023 è diventata uno dei luoghi più documentati della storia recente: con i media internazionali tenuti fuori, sono stati gli stessi palestinesi, attraverso i telefoni cellulari, a raccontare bombardamenti, morti e distruzione. Eppure milioni di visualizzazioni non si sono tradotte in un cambiamento politico concreto, un fenomeno che viene definito sympathy fatigue, la stanchezza emotiva prodotta dall’esposizione continua alla sofferenza altrui. È proprio questo meccanismo che la nuova versione della canzone prova a contrastare.
Waters allarga il discorso oltre la Palestina, riportandolo a una questione più ampia: il rispetto universale dei diritti umani. Cita la Carta delle Nazioni Unite del 1945 e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, documenti firmati ma oggi, secondo lui, ampiamente disattesi. La domanda che pone è diretta: chi crede ancora davvero in quei principi? Eppure il tono dell’intervista non è mai soltanto grave: tra Waters e Mona Miari corre una complicità fatta anche di battute, con un’imitazione ricorrente del medico e scrittore Gabor Maté, di cui Waters ammira il modo estremamente calmo di esprimersi, diventata quasi un tormentone del dialogo.
Non manca il passaggio sulle accuse di antisemitismo che da anni accompagnano Waters, mosse tra gli altri dalla Campaign Against Antisemitism. Lui le respinge con fermezza, ricordando le difficoltà incontrate, come persino nel trovare alberghi durante alcune tappe sudamericane, dopo i concerti londinesi dell’ottobre 2023. Alla domanda su come risponda a chi continua ad accusarlo, la reazione è brusca; subito dopo precisa che a lui non interessa la religione delle persone, ma esclusivamente i diritti umani.
È però Mona Miari a offrire il passaggio più intenso dell’intera conversazione, con una frase che ne riassume la posizione: non partecipo alla causa, sono la causa. Per lei il progetto non nasce da un’adesione esterna al conflitto, ma coincide direttamente con la propria identità e la propria esperienza personale. Waters, dal canto suo, ammette di non conoscere l’arabo, eppure racconta di aver colto immediatamente il dolore nel modo di cantare di Miari, un’intuizione che ha trovato posto in un verso della canzone: “I felt your pain from New York City”. La musica, sottolinea, può comunicare emozioni prima ancora che il significato delle parole venga compreso.
Sul rapporto tra i social e la causa palestinese, Miari individua un effetto ambivalente: da un lato le piattaforme hanno permesso ai palestinesi di raccontare in prima persona ciò che stava accadendo, dall’altro hanno ridotto tutto a contenuti brevissimi, dove guerra, ricette, balletti e comicità convivono nello stesso feed, in competizione per pochi secondi di attenzione. Non è un caso, allora, che la versione principale di Comfortably Numb Re-Imagined duri nove minuti: una scelta rivendicata con orgoglio da Miari, che non ha voluto accorciarla per assecondare gli algoritmi. Waters ricorda scherzando che ne esistono comunque anche una versione da tre minuti e una da quaranta secondi, pensate solo per la promozione digitale; entrambi però considerano autentica solo quella lunga. Un confronto, questo, che per Waters riporta al formato LP di quaranta minuti tipico degli anni Sessanta e Settanta, quando gli artisti avevano il tempo di sviluppare idee, storie, concept album, contro la compressione imposta oggi dai social.
Miari affronta anche un tema più scomodo, quello della Palestina trasformata in moda: dice di aver visto persone avvicinarsi sinceramente alla causa, ma anche altre usarla solo per ottenere visibilità online, un uso che, secondo lei, svuota il messaggio politico e lo riduce a tendenza priva di responsabilità concrete.
Alla domanda su cosa sperino resti di questo brano tra dieci anni, le risposte dei due artisti si completano a vicenda. Waters spera che venga ricordato come un’opera che si è schierata dalla parte giusta della storia, e chiude pronunciando una parola araba, Ṣumūd, la perseveranza con cui il popolo palestinese resta legato alla propria terra nonostante occupazione e sfollamento. Miari, invece, spera semplicemente che tra dieci anni la Palestina sia libera, e che questa canzone venga ascoltata come testimonianza storica di quel periodo.

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