“Roger Waters è qualcosa di più del grande musicista che conosciamo”: intervista a Mario Zanot sul docufilm sulla Palestina

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Mario Zanot e Saskia Terzani stanno realizzando un docufilm sul genocidio in Palestina, che raccoglierà tra le altre le testimonianze di Susan Abulhawa, autrice di Ogni mattina a Jenin, e di Roger Waters. Abbiamo fatto due chiacchere con Mario per farci raccontare qualcosa in più sul progetto e sull’incontro con il fondatore dei Pink Floyd.

Come siete entrati in contatto con Roger Waters per il documentario?

È stata Susan Abulhawa, l’autrice del libro Ogni mattina a Jenin, a mettere in contatto Saskia Terzani e me con lui. Roger e i Pink Floyd sono sempre stati il mito che ha accompagnato la mia vita. Ti confesso che non avrei mai immaginato che ci avrebbe risposto e che, soprattutto, ci concedesse un’intervista a casa sua.

Che effetto ti ha fatto trovarti davanti a lui?

Come spesso succede, i personaggi che ti sembrano irraggiungibili alla fine si dimostrano molto più umili e disponibili dei tanti zero col microfono in mano che animano la scena musicale italiana.

Che persona avete trovato, al di là del musicista?

Lui è veramente una bella persona, coinvolto fino in fondo nell’indignazione verso il genocidio in Palestina. L’intervista è stata molto intensa, a tratti commovente. Insomma, Roger è qualcosa di molto di più del grande musicista che conosciamo.

Nell’ultimo tour Waters ha avuto diverse difficoltà legate alle sue posizioni sulla Palestina, con concerti a rischio cancellazione e persino alberghi che si sono rifiutati di ospitarlo. Anche voi, nella realizzazione del documentario, avete incontrato ostacoli o resistenze simili?

No, nessun problema, anche perché abbiamo accuratamente evitato di dichiarare che eravamo lì per l’intervista a Roger. Abbiamo finto di essere un gruppo di amici in vacanza. Infatti, le apparecchiature le abbiamo noleggiate a New York, proprio per non farci notare alla dogana americana.

A che punto siete con la produzione e quando potremo vedere il documentario?

Siamo proprio all’inizio della produzione, abbiamo altre interviste da fare e budget da trovare. Vogliamo fare un film che sia all’altezza non solo delle persone intervistate, ma della denuncia del genocidio che sta avvenendo in Palestina. È questo che ci anima e, come potrai immaginare, trovare finanziamenti in questa Italia complice del governo israeliano è piuttosto complicato.

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