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Il mondo del cinema si stringe nel dolore per la scomparsa di Adrian Maben, regista scozzese naturalizzato francese nato nel 1942. Figura di spicco nel panorama internazionale, Maben ha lasciato un’impronta indelebile, legata a doppio filo al film-concerto Pink Floyd: Live at Pompeii. Tuttavia, la sua carriera si estese ben oltre questo capolavoro, dedicandosi a ritrarre con sensibilità e rigore intellettuale le vite e le opere di grandi artisti. La sua filmografia rappresenta una continua e profonda esplorazione del dialogo tra suono, immagine e storia, un’indagine che ha saputo dare forma visiva all’essenza stessa della creazione artistica. La sua opera più iconica, tuttavia, rimane il punto di partenza imprescindibile per comprendere la portata della sua visione.

Pochi film hanno saputo definire un’epoca e un genere come Pink Floyd: Live at Pompeii. L’opera di Adrian Maben non fu semplicemente un film musicale, ma un evento culturale che sovvertì le regole della performance rock su pellicola. A differenza di opere coeve come Woodstock o Gimme Shelter, incentrate sul rito collettivo e la celebrazione del pubblico, Maben propose un’antitesi radicale: un concerto senza spettatori, trasformato in un’esperienza artistica pura. Fu un dialogo metafisico tra le avanguardie sonore della band e il silenzio millenario delle rovine romane, un documentario concettuale che creò un’opera senza precedenti.

Il concetto alla base del film era tanto semplice quanto rivoluzionario: un “concerto senza pubblico”. Maben voleva spogliare la performance di ogni elemento spettacolare per concentrarsi esclusivamente sulla musica, intesa come un “linguaggio antico e moderno” in grado di riempire di vita un luogo mistico e crudele come l’anfiteatro di Pompei. La scelta dei Pink Floyd non fu casuale, poiché il regista li considerava gli interpreti ideali per incarnare questa visione quasi ascetica della performance: “Mi attiravano per la loro intelligenza e il loro modo di stare sul palco come se volessero sempre scomparire dietro alla musica. Erano immobili, come congelati nel tempo. Erano perfetti per un luogo come Pompei”.

Il percorso per realizzare questa idea non fu immediato. Maben contattò il manager della band, Steve O’Rourke, e attese tre mesi una risposta. La band respinse la proposta di un film legato all’arte contemporanea, ma si disse disponibile a girare in un luogo che fosse di per sé un’opera d’arte. Fu a quel punto che Maben propose l’unica location possibile: Pompei.

La produzione del film, svoltasi tra il 4 e il 7 ottobre 1971, fu un’impresa complessa che unì innovazione tecnica e audacia artistica. La troupe superò sfide logistiche notevoli per realizzare la visione del regista e della band, che insistette per suonare interamente dal vivo, rifiutando il playback per garantire l’autenticità del suono. L’assenza di energia elettrica sufficiente nel sito archeologico fu risolta dal roadie Peter Watts, che tirò un lunghissimo cavo direttamente dal municipio della moderna Pompei. Watts ebbe anche l’intuizione di utilizzare un registratore a 24 tracce, lo stesso che la band usava in studio, per catturare con una fedeltà senza precedenti l’eco e il riverbero naturale dell’anfiteatro. Le riprese furono realizzate con una troupe mista, francese e italiana, utilizzando pellicola da 35 millimetri e telecamere professionali provenienti da Cinecittà. Questo approccio meticoloso trasformò l’evento in una sessione di registrazione a cielo aperto, come confermato dallo stesso Maben: “In questo modo abbiamo fatto il film come se fosse un disco, pianificando ogni registrazione, riascoltando tutto e senza mai improvvisare”.

Il risultato visivo è una forma di “psichedelia solenne”. Maben montò le maestose esecuzioni di brani come “Echoes”, “Careful with that Axe, Eugene” e persino un’embrionale versione dell’introduzione di Dark Side of the Moon (“Speak to Me”), alternandole con immagini evocative: primi piani di mosaici e statue dalle espressioni enigmatiche, lava e fango ribollenti, e riprese dei membri della band mentre camminano tra le nebbie della Solfatara di Pozzuoli. In questo capolavoro di suoni e immagini, un pubblico involontario finì per essere presente: i “ragazzi degli scavi”, una dozzina di figli delle famiglie locali che giocavano quotidianamente tra le rovine e che furono gli unici, silenziosi testimoni di quel concerto leggendario.

Il rapporto di Adrian Maben con Pompei non si esaurì con le riprese del film. Il regista ha dichiarato di visitare periodicamente il sito, mantenendo un legame profondo con la città e la sua storia, un legame ufficialmente riconosciuto nel luglio 2015, quando ricevette la cittadinanza onoraria di Pompei per meriti artistici.

Oltre i Pink Floyd

Sebbene Live at Pompeii gli abbia garantito fama planetaria, la carriera di Adrian Maben è stata quella di un raffinato documentarista d’arte. Con un approccio mai banale, ha dedicato gran parte del suo lavoro a esplorare l’universo di importanti figure artistiche, cercando di tradurre in linguaggio cinematografico l’essenza della loro poetica e del loro sguardo sul mondo.

Il lavoro di Maben sul pittore surrealista René Magritte è esemplare del suo metodo, articolato in due opere distinte realizzate nel 1978. La prima, Monsieur René Magritte, è una biografia filmata che evita la trappola della cronaca lineare per esplorare la logica del paradosso. Attraverso home movie e riprese d’interno, Maben ricostruisce il mondo privato dell’artista, trasformando la sua casa in un laboratorio di dislocazione percettiva. Il montaggio concettuale giustappone la “banalità dell’arredo borghese” con le tele più celebri, suggerendo come l’inquietudine e il mistero nascessero proprio dall’attrito tra ordinarietà e sogno. Nello stesso anno, Maben realizzò un vero e proprio director’s cut concettuale, René Magritte. In questa seconda versione, più meditativa, l’attenzione si sposta sulla trasposizione sensoriale della pittura, esaltando texture, ombre e campiture cromatiche per tradurre in linguaggio audiovisivo la densità tattile della pittura magrittiana, offrendo un’esperienza immersiva.

L’ampiezza degli interessi di Maben è testimoniata dagli altri suoi importanti lavori. In Helmut Newton: Frames from the Edge (1989), esplorò l’universo provocatorio del grande fotografo, interrogando la costruzione dello sguardo e del desiderio. Con Hieronymus Bosch (2003), si immerse nell’immaginario allegorico del pittore fiammingo, traducendone la complessità simbolica. Il suo sguardo si è posato anche sull’architettura e le istituzioni culturali, come dimostra Le Grand escalator (1987), documentario dedicato al Centre Pompidou in cui l’edificio stesso diventa protagonista di una narrazione visiva.

Come in una sceneggiatura

La notizia della scomparsa di Adrian Maben, appresa attraverso il profilo Facebook del Parco Archeologico di Pompei, aggiunge un elemento di toccante simmetria a una vita interamente dedicata all’arte. Come in una sceneggiatura ben congegnata, Maben se ne va proprio nell’anno in cui il suo capolavoro, Pink Floyd: Live at Pompeii, è tornato restaurato nelle sale cinematografiche, permettendo a una nuova generazione di testimoniare l’eco di quel concerto metafisico. È quasi come se il regista avesse atteso che la sua opera più amata tornasse a risplendere prima di calare il sipario sulla propria esistenza.

Il suo lascito non è solo un catalogo di ritratti d’artista, ma la dimostrazione che l’arte, quando incontra la storia, diventa immortale. Oggi rendiamo omaggio all’uomo che, nel lontano 1971, ebbe l’idea straordinaria di trasformare un anfiteatro romano in un tempio della musica, realizzando un eterno capolavoro che continuerà a risuonare tra le rovine di Pompei e oltre.

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