Giugno 13, 2024

1 Marzo 1973 nei negozi statunitensi è in vendita l’ottavo album dei Pink Floyd: The Dark Side Of The Moon. Un disco che riuscirà a battere ogni record di vendita rimanendo per anni nelle charts di tutto il mondo. Ma cosa dissero all’epoca? Ecco qui tre autorevoli recensioni.

Sono passati esattamente 51 anni dalla pubblicazione di The Dark Side Of The Moon, un capolavoro sonoro, grafico e commerciale che ancora oggi incornicia record di vendite. Basti pensare che stiamo aspettando per il 19 Aprile l’ultima (e non sarà l’ultima) versione in vinile, un’edizione particolare da collezione che per la prima volta vede al suo interno due vinili anziché uno. La potete acquistare a questo link su Amazon così da garantirvi il prezzo più basso possibile. Ma all’epoca cosa dissero, o meglio cosa scrissero i giornalisti a riguardo di The Dark Side Of The Moon?

Sin dall’epoca della rappresentazione di questo lavoro alla Brighton Dome lo scorso anno quando, a causa di difficoltà tecniche l’esecuzione si bloccò a metà strada, la struttura di Dark Side Of The Moon si è sviluppata notevolmente. Come un aircraft o una navicella spaziale è stata soggetta a numerose modifiche per permetterne la partenza. Il risultato è quello che viene correttamente descritto da uno dei brani come il “gran concerto nello spazio”. Musicalmente questo album è simile allo stile formulato dapprima con Atom Heart Mother e poi Meddle, sebbene sia più forte da un punto di vista tematico su uno dei soggetti più comuni al mondo: la pazzia. “I’ve been mad for fuking years”, dice una voce mentre la batteria suonata come un battito di cuore dà l’inizio a Speak To Me.. bum bum… bum bum… bum bum… Che di per se è già una semplificazione perché una verifica più attenta dei testi di Roger Waters in Breathe o Money rivelino legami con le motivazioni della follia o della morte da lavoro eccessivo e con la separazione tra razze e classi sociali in Us And Them. Con la possibilità di apparire un po’ un grande fallimento, Dark Side parla della vita e il risultato non è una bella immagine, come suggerito in particolare da Eclipse. Probabilmente questa è l’impresa di maggior successo artistico dei Floyd. Non solo i testi sono affermazioni di opinioni, si solito abbastanza comprensibili, ma sono valorizzate da nastri intelligenti e effetti sonori. E qua e là ci sono orribili risate di pazzi che ricorrono. La musica da Speak To Me si irradia delicatamente dentro la melodia di Breathe con le voci che ondeggiano in una sorprendente magia rilassante seguita dal ritmo incalzante dell’hit-hat di Mason. Poi l’annuncio dell’altoparlante aereoportuale e il rumore dei passi che passa da una cassa all’altra e comprendi che sei in On The Run. Il ruggito di una tempesta elettronica prelude, con il ticchettio dell’orologia, a Time che segue il tempo di un metronomo con effetti di sintetizzatore che non si sarebbero perduti nel corso di una puntata di Dr. Who. E sebbene qualcuno posso trovare somiglianze con i due dischi precedenti, c’è senza dubbio uno sviluppo di forma e struttura nel modo in cui Time odora di accordi tosti e in cui la base è costituita sulle voci femminili di sottofondo. Oppure attraverso un ripresa di Breathe con una graduale e riservata trasgressione di quella melodia, con le belle linee di piano di RIck Wright che fluttuano finché non si inserisce la chitarra. Qua la struttura diviene più elaborata e non a causa della semplicità della linea di basso, assolutamente ripetitiva, ma perché la magnifica voce di Clare Torry evita di farle perdere attenzione, cosa che sarebbe probabilmente successa. I Floyd, pare, stanno ora allargando i loro scopi, per fornire nuovi punti focali. Nello stesso modo in cui queste signore gonfiano le voci, il sax di Dick Parry crea una guida alternativa alla chitarra o alle tastiere. Ma la porta delle influenze musicali è decisamente semiaperta per farci entrare in Us And Them e a picchi di canto che sono più simili ai Moody Blues che ai Floyd. Quel brano è preceduto da una lunga costruzione strumentale, costruita per un ascolto notturno bevendo caffè, con il sax che scivola attorno al piattino. Ma scommetto che nel momento in cui avrete mangiato il vostro after-eight avete rovesciato gran parte della bevanda. Mentre il gruppo scala lentamente verso Brain Damage e Eclipse, ha ancora una volta toccato il culmine ed in modo irritante l’ha tagliato via. “There is no dark side to the moon realy, as a matter of fact – ci informa una voce – it’s all dark”. Bum…bum… bum… bum… bum bum…

Tony Stewart del New Musical Express

Preceduto da un bootleg, questo album era atteso curiosamente. Si voleva valutare il gruppo attuale, dopo le esperienze poco convincenti di Meddle e Obscured By Clouds, si voleva verificare quanto Roger Waters e compagni abbiano ancora da dire. Questo disco contiene una decina di titoli legati fra loro a formare un’unica suite. Costanti e palesi, nei titoli, nelle atmosfere musicali, nella particolareggiata ricerca sonora, nelle dichiarazioni stesse degli interessati, i riferimenti spaziali cari al quartetto. Il risultato ancora una volta non dispiace, anzi a tratti entusiasma. Ma la ricerca della sensazione pura va a discapito della musica vera e propria: le emozioni sono soltanto momentanee, passeggere, nulla è radicalmente profondo. L’influenza del bassista Waters, del quale viene pubblicato anche il ‘solo’ The Body, è evidentissima (ricordate la side B di Atom Heart Mother?). Ma anche quella di Syd Barrett non è stata del tutto posta nel dimenticatoio. Un non so che di pacato, di mistico tiene le fila della musica pinkfloydiana. Certamente il gruppo ha avuto meriti straordinari anni or sono; ora le imitazioni, le volgarizzazioni e d’altro canto i progressi del pop negli ultimi tempi, tendono a ridimensionarli ed a confonderli nella massa. Complessivamente i quattro sono sempre gli stessi: li ascoltiamo in pezzi estremamente tipici del loro repertorio, come Speak To Me, Breathe, On The Run, Money, Us And Them. Da notare l’uso del sax e l’impiego notevolissimo delle voci, anche di alcuni ospiti, fra cui le armonie a bocca chiusa della cantante Clare Torry nella bellissima The Great Gig In The Sky.

Enzo Caffarelli di Ciao 2001

Nessun esempio ha finora smentito l’assioma secondo cui ogni gruppo ha il diritto di fare un passo falso durante la propria carriera. Tornando un po’ sul passato dei Pink Floyd, si constata che il gruppo non ha fatto veri errori, se non registrando la colonna sonora del film Obscured By Clouds e qualche traccia di More molto dubbiosa: e questo per essersi troppo allontanati dall’essenza della musica del gruppo. Questo lavoro, effettuato su commissione, venne male ai musicisti perché la loro musica sembrava a priori l’ideale per rafforzare le immagini del film, ma il fatto è che sono molte le sequenze di un film, quindi numerosi e brevi devono essere le illustrazioni musicali. I Pink Floyd sono appunto il contrario della concisione. E’ una musica diluita, si estende e si espande all’infinito. Se deve scrivere una canzone di tre minuti, il gruppo diventa un’ordinaria formazione rock, per giunta pessima, non conoscendo l’arte di dire tutto in cosi poco tempo. La musica dei Pink Floyd, la vera e la migliore, eccola in questo Dark Side Of The Moon, serie di lunghe canzoni che si intrecciano internamente. Musicalmente almeno, poiché i testi non hanno tra loro alcuna relazione evidente, nonostante Eclipse, l’ultimo pezzo, sia apparentemente un riassunto delle parole e delle idee enunciate precedentemente. “All you see / all you touch” proviene da Breathe, “All that you buy, deal…” da Money. “E’ tutto ciò che è sotto il sole è in armonia, ma il sole è eclissato dalla luna”, conclude tutto. Dark Side Of The Moon è ovviamente quel pezzo che i Floyd suonavano nella prima parte dei concerti fatti in Francia qualche mese fa. Molto promettente dal vivo, ci guadagna a essere ascoltato in disco, perché le vere trovate, le sorprese nell’arrangiamento sono così realmente udibili. La rigorosa progressione dell’ampiezza delle frequenze del VCS3 in On The Run; il delicato piano di Richard Wright; il vigore, i cori femminili in generale (e soprattutto l’exploit solitario di Clare Torry in The Great Gig In The Sky). Le percussioni non sono più quelle troppo pesanti come in Atom Heart Mother, ma principalmente assoli che arieggiano il pezzo e gli danno nuovo slancio (Us And Them e Money). La presa sonora nella sua totalità fantastica è la produzione di questo disco agevolmente la migliore di tutto quello che i Floyd hanno fatto fino ad ora. Un pezzo come Money anodino, a parte quando si ascolta la precisione del mixaggio delle voci, delle chitarre wa-wa o ritmiche, dei sax e dei vibrati: tutti questi suoni, di cui nemmeno due che si confondano o si somigliano, si rispondono ad ogni tempo della misura, che dona alla canzone un impeccabile equilibrio ritmico. La stessa considerazione avrebbe potuto essere fatta per Great Gig, in cui Wright suona l’organo Hammond e il piano. Tutto ciò perfettamente piazzato e regolato alla frazione di secondo, non impedisce però a una certa urgenza di manifestarsi qua e là, principalmente nei cori di Gilmour, più incisivi che mai. D’altra parte, i ritmi, i colori degli episodi di questa Dark Side Of The Moon caricano abbastanza da non rischiare di stancare. Un momento di vera follia elettro-acustica sarebbe stato il benvenuto, ma l’opera è in se stessa così ben composta, e riserva così tante sorprese che non se ne sente veramente la necessità. Voci femminili soliste, sassofono, eco alla Terry Riley: immenso è il ventaglio di sonorità utilizzate. Tutte si giustificano, ma traccia di sovraccarico, di effetti artificiali o di eccessiva lunghezza. La certezza ricavata da Ummagumma sera che ognuno dei musicisti avesse delle idee interessanti, ma la musica dei Floyd non ne beneficiava immediatamente (tranne che per quanto riguardava i vecchi pezzi rigenerati). Atom Heart Mother e Meddle vennero dopo, e deluse il fatto che non concretizzassero davvero le promessi di Ummagumma. E’ che non erano che assaggi, tappe verso l’opera lunga, logicamente strutturata che è Dark Side Of The Moon. Lunghe nello spazio sono le misure della musica dei Pink Floyd, lunga nel tempo è stata – e sarà – l’evoluzione di questa musica. I membri di questo gruppo non sono dei tecnici, nemmeno degli strumentisti virtuosi, ma dei compositori istintivi, che lavorano prima di tutto la sonorità che la tecnica della struttura musicale. Il loro sistema di armonizzazione (sovrapposizione di accordi o di particelle di accordi), il loro incedere ritmico (si tratta raramente di battere il tempo, più spesso di accompagnare le melodie con una ricerca sonora di percussioni – Time), tutto questo, malgrado le apparenze, è in effetti molto meno complesso di quello che fa un gruppo come gli Yes, ad esempio. Ma è appunto la semplicità della loro musica ad essere la causa del successo raggiunto dai Floyd. E affermarlo non vuole in nessun caso sminuire i meriti dei Pink Floyd. L’importante è che continuino e progrediscano magnificamente sulla via che si sono loro stessi tracciati, via seguita da decine di gruppi che, non avendo sempre un bagagli tecnico sufficiente, hanno capito che potevano comunque esprimere la musica che avevano dentro, e far condividere le proprie emozioni a tutti quelli che vogliono lasciarsi trasportare in un mondo etereo.

Jaques Chabiron del Rock And Flok

La Newslettr di Flaming Cow

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