I dischi non erano ancora arrivati al numero giusto, ma l’America andava conquistata comunque. Dopo il discreto piazzamento di “The Piper at the Gates of Dawn” in classifica britannica, la EMI volle accelerare. L’album era uscito a ottobre negli USA e bisognava portare i Pink Floyd oltreoceano prima di Natale e, già che c’erano, tirare fuori anche un singolo per il mercato natalizio. Le due cose, tour e singolo, finirono per intrecciarsi in un modo che nessuno aveva previsto.
Le prime date americane erano fissate prima per il 23 e 24, poi per il 26, 27 e 28 ottobre, in cartellone con Lee Michaels e i Clear Light. Furono annullate per problemi legati ai permessi di lavoro. Andrew King, allora manager della band, raccontò la scena con la franchezza di chi ci aveva rimesso la faccia: si ritrovò nell’ufficio del promoter Bill Graham a San Francisco, prima dell’inizio del tour, con i visti ancora fermi da qualche parte. Fu Graham a risolvere la cosa nel cuore della notte, tirando giù dal letto l’ambasciatore americano a Londra: i documenti furono sull’aereo il giorno dopo.
Quel buco improvviso nel calendario regalò ai Floyd qualcosa che non si aspettavano: tempo in studio. Il 26 e 27 ottobre, mentre sulla carta avrebbero dovuto già essere in tour, la band si chiuse invece negli Abbey Road Studios per registrare in fretta e furia “Apples and Oranges”, il singolo natalizio richiesto dalla EMI. La seconda giornata fu una sessione fiume di oltre dodici ore, dalle sette di sera alle sette e quarantacinque del mattino dopo. Syd Barrett, già sempre più appannato, scrisse il pezzo partendo da una ragazza vista passeggiare a Richmond; il risultato non convinse mai del tutto Roger Waters, che anni dopo lo liquidò senza appello come una canzone buona, distrutta dalla produzione e dalla fretta.
Risolti i visti, il tour ripartì con un calendario rivisto: 2 novembre al Fillmore, 3 e 4 novembre al Winterland, in compagnia di Richie Havens e dei Big Brother and the Holding Company. Ma i Pink Floyd, di fatto, debuttarono dal vivo negli Stati Uniti solo la sera del 4. La data del Fillmore saltò, e al loro posto si esibì la Ike and Tina Turner Revue, la prima volta che un gruppo afroamericano suonava su quel palco. Anche la prima serata al Winterland andò persa. Restò solo quella conclusiva, documentata da due manifesti firmati Bonnie MacLean, moglie dello stesso Bill Graham: parte della celebre serie BG, con quella tipografia psichedelica che obbliga l’occhio a fermarsi e decifrare, e l’horror vacui che riempie ogni millimetro del foglio.
Richard Wright ricordava bene quella notte: i Big Brother and the Holding Company di Janis Joplin si esibirono che era un piacere, poi salì sul palco “questo strano gruppo inglese psichedelico” a suonare cose che il pubblico di San Francisco non aveva mai sentito. Il light show che i Floyd avevano portato da Londra, vanto dell’UFO Club, sembrò all’improvviso provinciale di fronte all’apparato industriale del Joshua Light Show locale. L’America, in tutto, autostrade, centri commerciali, porzioni di cibo, era in formato gigante. Pure la psichedelia.
Fu a Los Angeles che il tour smise di essere solo complicato e diventò un disastro vero e proprio. Syd arrivò a dimenticare la chitarra prima di un concerto. Al Cheetah Club la situazione precipitò: convinto che i suoi capelli, appena permanentati, fossero troppo mossi, Syd mandò qualcuno a comprargli un vasetto di gel. Richard Wright raccontò di essere stato chiamato in camerino a vedere cosa stesse facendo: aveva tritato del Mandrax e lo aveva impastato con la Brylcreem, spalmandoselo nei capelli, e una volta sul palco, sotto le luci, tutto aveva cominciato a sciogliersi. Andrew King derubricò la storia del Mandrax a leggenda, ma confermò la Brylcreem e la lettura che ne dava lui stesso: Syd sembrava voler dire “guardate quanto sono strano, e adesso cosa fate?” Si esibì al minimo, lasciando il peso della serata a basso e batteria, con Wright a tenere insieme i pezzi con assoli infiniti al Farfisa. Sul palco quella notte c’erano anche Alice Cooper e la sua band, i Nazz, che invitarono i Floyd a stare da loro un paio di notti, in un appartamento su Beethoven Street a Venice. Alice Cooper raccontò di essersi svegliato una mattina e di aver trovato Syd seduto a fissare una scatola di cornflakes con la stessa attenzione con cui qualcun altro guarderebbe la televisione.
Il 6 novembre arrivò il punto più basso, in diretta televisiva. Al Pat Boone Show, dopo aver chiacchierato normalmente durante le prove, Syd si bloccò davanti alle telecamere: alle domande del conduttore rispose con un silenzio glaciale, mentre il programma continuava a girare. Nick Mason lo avrebbe descritto come un’assenza in entrambi i sensi della parola: dimenticava i concerti, abbandonava gli studi radiofonici senza preavviso, non si presentava più alle prove. Roger Waters ricordò di essere entrato nella stanza d’albergo di Syd a Los Angeles e di aver visto una scena che anni dopo avrebbe ritrovato, quasi identica, nel film “Pink Floyd – The Wall”: una sigaretta che si consumava lentamente tra le dita di un uomo che non se n’era nemmeno accorto. Fu in quel momento che disse a Peter Jenner e Andrew King che così non si poteva andare avanti.
Il tour americano si chiuse e la band rientrò in Inghilterra giusto in tempo per l’avvio del tour britannico con la Jimi Hendrix Experience, a metà novembre, un’altra tournée che Syd avrebbe attraversato sempre più ai margini. Libby Chisman, che lo rivide al rientro dagli Stati Uniti, raccontò di un Syd che aveva speso ogni centesimo guadagnato senza sapere dove fosse finito quasi nulla e che ricordava ancora piegato in due dalle risate, convinto che la musica servisse solo a spendere soldi e a divertirsi.
Tutte le date
23 ottobre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
24 ottobre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
26 ottobre 1967, Fillmore Auditorium, San Francisco, CA annullato
27 ottobre 1967, Fillmore Auditorium, San Francisco, CA annullato
28 ottobre 1967, Fillmore Auditorium, San Francisco, CA annullato
30 ottobre 1967, Fillmore Auditorium, San Francisco, CA annullato
30 ottobre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
31 ottobre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
31 ottobre 1967, Tower Hall, San José State University, San José, CA annullato
1 novembre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
2 novembre 1967, Fillmore Auditorium, San Francisco, CA annullato
3 novembre 1967, Winterland Ballroom, San Francisco, CA annullato
4 novembre 1967, Winterland Ballroom, San Francisco, CA
5 novembre 1967, Cheetah Club, Chicago, IL annullato
5 novembre 1967, Santa Monica Pier, Santa Monica, CA
5 novembre 1967, Cheetah Club, Venice, Los Angeles, CA
6 novembre 1967, KHJ TV Studios, Los Angeles, CA
7 novembre 1967, Café au Go Go, New York City, NY annullato
7 novembre 1967, ABC TV Center, Los Angeles, CA
8 novembre 1967, Café au Go Go, New York City, NY annullato
8 novembre 1967, KHJ TV Studios, Los Angeles, CA
9 novembre 1967, Café au Go Go, New York City, NY annullato
9 novembre 1967, Fillmore Auditorium, San Francisco, CA
10 novembre 1967, Café au Go Go, New York City, NY annullato
10 novembre 1967, Winterland Ballroom, San Francisco, CA
11 novembre 1967, Café au Go Go, New York City, NY annullato
11 novembre 1967, Winterland Ballroom, San Francisco, CA
12 novembre 1967, Café au Go Go, New York City, NY annullato
12 novembre 1967, Cheetah Club, New York City, NY annullato
14 novembre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
15 novembre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
16 novembre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
17 novembre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
18 novembre 1967, Whisky a Go Go, West Hollywood, Los Angeles, CA annullato
Tratto dal Los Angeles Free Press sul concerto del 5 novembre 1967 allo Cheetah Club
“I Pink Floyd, un altro gruppo da distorsione mentale proveniente dall’Inghilterra, ha fatto la sua unica apparizione lo scorso weekend al Cheetah di Santa Monica. Perfino i pesci cantavano al termine del loro primo spettacolo. L’incredibile sound dei Pink Floyd, emerso tra un uragano di colori, ha provocato un coinvolgimento totale e voluttuoso nel pubblico e negli artisti, entrambi assorbiti nella creazione di un’esperienza audiovisiva. L’opera era dei Pink Floyd ma l’ampia sala ha permesso a tutti noi di condividere le loro visioni e sensazioni. Alla fine, lo stesso pubblico avrebbe potuto essere una creazione della mente collettiva dei Pink Floyd. Per citare la loro dichiarazione alla stampa, ‘può accadere di tutto, non si può prevedere”.