Mel Collins e i Pink Floyd non condividono mai una riga di credito su un disco di studio a nome della band, eppure pochi turnisti possono vantare un filo così lungo e intrecciato con la galassia floydiana. Melvyn Desmond Alan Collins nasce sull’Isola di Man il 5 settembre 1947 e costruisce, nel corso di oltre cinquant’anni, una carriera fondata su una padronanza rara di sassofono tenore, contralto, soprano e baritono, oltre che di flauto traverso e clarinetto. È un musicista che si muove con naturalezza tra il rigore improvvisativo del jazz e la sensibilità melodica del pop, qualità che lo rende, fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, un nome ricercato prima nei Phillip Goodhand-Tait and the Stormsville Shakers e poi nei Circus.
La svolta arriva nel 1970, quando Robert Fripp lo chiama nei King Crimson per sostituire Ian McDonald. Il suo contributo segna in profondità il suono della band in dischi come In the Wake of Poseidon, Lizard e Islands, oltre che nel turbolento live Earthbound del 1972. Anche dopo l’uscita dal gruppo, Collins non taglia mai del tutto i ponti con Fripp, tornando come ospite su Red nel 1974 e rientrando ufficialmente nella formazione crimsoniana tra il 2013 e il 2021. È in questi anni che si consolida la sua doppia natura stilistica: da un lato la vena dissonante e sperimentale dell’art-rock, dall’altro un lirismo morbido ed evocativo che trova terreno fertile nei Camel, di cui diventa membro stabile dal 1977 al 1984 su album come Rain Dances, Breathless e Stationary Traveller.
È proprio a cavallo tra questi due mondi, nel 1978, che si apre il capitolo più intimo del suo rapporto con i Pink Floyd. Richard Wright registra il suo primo album solista, Wet Dream, tra gennaio e febbraio di quell’anno ai Super Bear Studios in Francia, e sceglie Collins come voce solista principale del disco. Non si tratta di un ruolo di contorno: nell’atmosfera sommessa e malinconica di Wet Dream, permeata da un jazz-fusion di gusto mediterraneo, il sassofono e il flauto di Collins occupano lo spazio che nella band madre sarebbe stato della chitarra di David Gilmour, dialogando invece con le linee di Snowy White, ingaggiato da Wright proprio per le chitarre dell’album. Collins suona in cinque delle dieci tracce: il sax attraversa Mediterranean C, Cat Cruise, Waves, Mad Yannis Dance e la conclusiva Funky Deux, mentre il flauto traverso firma da solo l’intimista Pink’s Song, con un sapore pastorale che richiama certe atmosfere di Islands. È un lavoro che il tempo rende più giusto: riscoperto e rivalutato nel remix curato da Steven Wilson nel 2023, Wet Dream viene oggi considerato tra i migliori dischi solisti mai firmati da un membro dei Pink Floyd, e buona parte di quella riuscita si deve proprio alla sintesi tra le tastiere di Wright e i fiati di Collins.
Il rapporto più lungo e complicato, però, è quello che lega Collins a Roger Waters, un legame che si sviluppa per oltre quindici anni tra il 1984 e il 2000. Tutto comincia con un consiglio arrivato per vie traverse: è Carolyn Anne Christie, all’epoca moglie di Waters e in passato tour manager dei King Crimson proprio negli anni di Collins, a segnalarne il nome per il primo tour solista del bassista, quello che nel 1984 promuove il concept album The Pros and Cons of Hitch Hiking. La band messa insieme da Waters per l’occasione è di livello assoluto, con Eric Clapton alla chitarra solista, Michael Kamen alle tastiere, Andy Newmark alla batteria, Tim Renwick e Chris Stainton, oltre allo stesso Collins ai sassofoni. Il compito non è semplice: le parti di sax sul disco sono incise dall’americano David Sanborn, e dal vivo Collins deve replicarle nota per nota. Accetta la sfida senza esitazioni, muovendosi con disinvoltura tra l’esecuzione integrale dell’album e i classici floydiani in scaletta, da Set the Controls for the Heart of the Sun a Money, da Welcome to the Machine a In the Flesh.
La collaborazione prosegue nel 1987 con il secondo album solista di Waters, Radio K.A.O.S. In studio il metodo di lavoro è quasi artigianale: Waters propone i provini, Collins sperimenta di volta in volta quale registro (baritono, tenore o contralto) si adatti meglio a ciascun brano. È il successivo tour mondiale con la Bleeding Heart Band, sempre nel 1987, a mettere a dura prova i nervi di tutti. Waters, soprannominato con ironia “General Waters” per il suo piglio rigido e direttivo, guida un gruppo sotto enorme pressione, aggravata da una circostanza paradossale: mentre gli altri tre membri storici dei Pink Floyd (Gilmour, Mason e lo stesso Wright, ormai fuori dalla band ufficiale ma coinvolto nel tour) riempiono senza sforzo gli stadi americani con A Momentary Lapse of Reason, Waters fatica a vendere i biglietti dei palazzetti sotto il proprio nome, arrivando a cancellare o ridimensionare alcune date. La frustrazione che ne deriva si riversa sul clima del tour, generando attriti anche con Collins.
Le tensioni di quegli anni, però, non intaccano la stima musicale reciproca. Nel luglio del 2000, durante le tappe finali del tour In the Flesh, Waters richiama Collins per le ultime date nordamericane, comprese le storiche serate al Madison Square Garden di New York e a Chicago, dove il sassofonista si distingue in assoli memorabili su Money e ancora su Set the Controls for the Heart of the Sun. La riconciliazione personale arriva qualche anno dopo, per puro caso, in un incontro all’hotel Sunset Marquis di Los Angeles: Waters invita Collins al proprio tavolo, gli esprime affetto e stima e chiude definitivamente i conti con gli screzi del passato. Collins stesso ammette in seguito che parte delle tensioni di allora erano amplificate dal consumo di alcol che accompagnava la sua vita in tournée, sigillando così un rapporto di amicizia rimasto intatto. A margine di questa storia resta un aneddoto che dice molto su quanto fosse pervasivo il mondo Pink Floyd negli anni Settanta: la sua band Kokomo viene gestita da Steve O’Rourke, storico manager dei Floyd, che messo davanti alla scelta tra la band madre e i Kokomo opta inevitabilmente per i primi, lasciando Collins a sospettare, non senza ragione, che dietro quella decisione ci sia il peso dell’entourage floydiano.
Nel mezzo di questa storia, nel luglio del 1985, si inserisce anche l’incontro con Nick Mason. Profiles, l’album realizzato dal batterista dei Pink Floyd insieme al chitarrista dei 10cc Rick Fenn, è un lavoro prevalentemente strumentale, immerso in sonorità synth-pop e art-pop tipiche della produzione dei primi anni Ottanta. In un contesto dominato da batterie elettroniche e sintetizzatori, il sassofono di Collins porta calore organico su quattro tracce (Rhoda, And The Address, Mumbo Jumbo e Black Ice), firmando il tema melodico principale del disco e dialogando con le tastiere e le chitarre synth-pop di Fenn. Curiosamente, lo stesso Profiles ospita anche Lie for a Lie, cantata da David Gilmour insieme a Maggie Reilly: Collins non suona in quella traccia, ma la sua presenza sull’album crea comunque un ulteriore punto di contatto, seppur indiretto, con un quarto membro storico della band.
Guardata nel suo insieme, la traiettoria di Mel Collins nell’orbita dei Pink Floyd racconta più di un semplice elenco di session: con Richard Wright esprime l’anima più contemplativa e pastorale del suo strumento, contribuendo a rendere Wet Dream un’opera di culto; con Roger Waters si misura con la pressione drammaturgica dei grandi show da arena, restando al suo fianco per quindici anni tra momenti di attrito e piena riconciliazione; con Nick Mason presta infine il proprio suono a un’incursione nel pop elettronico che completa il quadro. È la prova che, anche senza mai far parte della formazione ufficiale, si può diventare parte integrante del suono di una band attraverso le strade parallele dei suoi membri.