- Black Cat
- Luck And Strange
- The Piper’s Call
- A Single Spark
- Vita Brevis
- Between Two Points
- Dark And Velvet Nights
- Sings
- Scattered
Quando il Coronavirus zittisce tutto tranne le onde fuori dalla casa di Hove, David Gilmour e Polly Samson si ritrovano chiusi dentro una bolla che, a conti fatti, non desiderano vedere finire. Il pretesto iniziale delle trasmissioni Von Trapped Family, andate in onda su YouTube per tutto il 2020, è promuovere il romanzo di Samson A Theatre For Dreamers, ambientato sull’isola greca di Hydra ai tempi in cui ci vive Leonard Cohen. Gilmour canta cover di Cohen davanti a uno sfondo “di villaggio” costruito dal figlio più giovane Gabriel, con Charlie e sua moglie Janina Pedan a completare il quadro domestico, e Romany all’arpa dietro di lui in un originale che è già di per sé un omaggio a Cohen, Yes, I Have Ghosts. Quello stato sospeso, la “fragile beatitudine” di genitori che non vogliono lasciar andare i figli tornati a casa, diventa il cuore di Sings, canzone che nel demo originale del 1997 si chiama Sing, Daddy, Sing, perché il figlio Joe, ancora bambino, gli chiede di continuare a strimpellare gli accordi in soggiorno.
Il resto della storia comincia con un’onda che accumula slancio, per usare le sue parole, fino al punto in cui decidi di dire basta e mettere in moto qualcosa. Quel momento arriva nell’estate 2022, quando Gilmour guarda l’archivio di oltre mille frammenti melodici catalogati nel corso degli anni (“cose che giuro sempre che butterò via”) e decide che è ora di prendere una decisione. Il produttore scelto, Charlie Andrew, allora quarantaduenne, ricorda di aver ricevuto un messaggio sull’app: “Ciao, sono David Gilmour, per favore chiamami”. Prima di arrivare a lui, però, ci sono mesi di provini falliti e nomi buttati lì senza convinzione: una visita a Mark Knopfler per chiedergli chi siano i bravi produttori in circolazione non produce risposte soddisfacenti, e Samson ricorda la frustrazione di passare giornate a raccogliere nomi premiati per poi sentirli scartare uno dopo l’altro nei tragitti in auto tra Londra e il Sussex. Il nome di Andrew, invece, torna sempre a galla (non solo per il lavoro con gli Alt-J, ma per i dischi di Marika Hackman e Sivu).
L’ingaggio si decide a cena, quando Andrew ascolta i primi demo rivolgendo le domande più a Polly che a David: per lui il contenuto lirico è la bussola che indica dove deve andare una canzone. Per Gilmour l’elemento decisivo è l’opposto di ogni reverenza: “Non c’era falso rispetto devoto o niente del genere. Dice la sua sulle cose in modo molto diretto”. Una delle prime domande di Andrew (“perché tutte le canzoni devono finire in dissolvenza?”) basta a fargli capire quanto certe abitudini siano solo abitudini. Lo stesso vale per il click track, abolito su suggerimento del produttore nonostante in sala ci siano Steve Gadd e Guy Pratt, una delle sezioni ritmiche più solide in circolazione: “È stato come togliersi i pesi alle caviglie”, dice Andrew. Pratt, che con Gilmour lavora da quasi quarant’anni (dal primo incontro in una camera d’albergo di Filadelfia durante le session di A Momentary Lapse of Reason) riconosce in questo disco la prima volta in studio in cui l’obiettivo non è il suono più lussuoso possibile su ogni traccia, e attribuisce gran parte del merito a Polly: “Aver scelto Charlie Andrew come produttore è stato esattamente ciò di cui c’era bisogno.”
Intorno al nucleo storico si muove un ensemble di musicisti più giovani, scelti da Andrew per garantire spontaneità: Tom Herbert, Adam Betts, Rob Gentry, a cui si aggiungono Roger Eno alle tastiere e appunto Steve Gadd alla batteria, entusiasta (secondo Pratt) di lavorare con un produttore che ha la metà dei suoi anni e nessuna soggezione da tributo. Ad Andy Jackson, storico tecnico del suono dei Floyd che con Gilmour chiude i conti dopo Hey Hey Rise Up (accreditato solo in modo impreciso, per sua stessa scelta, per non schierarsi pubblicamente sulla questione Ucraina), Gilmour telefona di persona per rassicurarlo che non si tratta di un accantonamento: cerca solo qualcuno che lo spinga verso territori nuovi. Jackson lo racconta senza rancore, anzi con un certo sollievo: nel frattempo decide di ritirarsi gradualmente dal lavoro sugli altri per dedicarsi alla propria musica.
Le session partono proprio dal brano che dà il titolo all’album, costruito attorno al frammento di una jam del 2007 in cui suona Rick Wright, l’ultima apparizione in assoluto del tastierista dei Floyd, scomparso nel settembre 2008. Charlie Andrew, che di quella storia non sa nulla, ricorda di aver dovuto fermare Gilmour a metà frase: “Scusa, David, chi è Rick?” Per Guy Pratt, quella presenza postuma non è un semplice omaggio nostalgico, ma una risposta involontaria e tempestiva alle parole con cui Roger Waters, l’anno prima, liquida Gilmour e Wright in un’intervista al Telegraph come musicisti “senza niente da dire”: basta tornare a Echoes, dice Pratt, per ricordare che gran parte di ciò che la gente ama nei Pink Floyd è proprio quella conversazione musicale fra i due. È un filo che attraversa tutta la storia recente di Gilmour: è lui a richiamare Wright nella band nel 1985 dopo l’uscita di Waters, lui a portarlo con sé in On An Island nel 2006 in quello che Andy Jackson definisce una “seconda luna di miele” musicale (tour nei teatri, sguardi che si ritrovano nella parte centrale di Echoes), lui a rendergli omaggio nella voce parlata di A Boat Lies Waiting su Rattle That Lock. Ora la title track di Luck and Strange chiude, senza dichiararlo, quel cerchio.
Il resto dell’album insegue la stessa vena confessionale. The Piper’s Call, primo singolo, guarda dritto alla crisi di mezza età seguita al divorzio dalla prima moglie Ginger e all’uso di cocaina (“smettila di prendere cocaina”, si risponde lui stesso quando gli chiedono che consiglio darebbe al Gilmour di allora) raccontata come un patto faustiano fra ego, fama e sostanze che tacitano l’insicurezza. È una delle poche crepe che lascia intravedere, lui che a un tentativo di terapia a Hampstead rinuncia dopo un’ora di silenzio reciproco con l’analista. A Single Spark nasce invece da un titolo rimasto in sospeso dagli anni Settanta, quando Gilmour legge di sfuggita l’autobiografia di Nabokov sul sedile accanto in aereo: “una singola scintilla sospesa tra due eternità”. È il brano in cui il suo ateismo dichiarato (“il cosmo senza Dio”) si scontra con un ricordo d’infanzia molto concreto, quello della cameretta di Cambridge ricavata in un armadio per la biancheria. Scattered, che chiude il disco, nasce come tentativo suo prima di passare a Samson e al figliastro Charlie Gilmour: un testo sulla marea del tempo che “disobbedisce”, scritto da un uomo che si dice più felice che mai proprio mentre guarda alla propria mortalità. L’unica cover, Between Two Points, arriva da un oscurissimo duo di Manchester di nome Montgolfier Brothers: solo dopo aver registrato il demo, Gilmour scopre che il cantante Roger Quigley è morto tre anni prima, e affida la voce a Romany, allora ventunenne, convincendola a lasciare un saggio universitario per venire a provarla (il 90% di quello che si sente sul disco è la prima registrazione, di getto).
Dietro ogni testo, quasi sempre, c’è Polly Samson, che scrive per Gilmour dai tempi delle session di The Division Bell, quando lui torna a casa con mix grezzi e lei, febbricitante a letto, gli suggerisce come dirle meglio. Ci vogliono anni prima che accetti di mettere il proprio nome sui crediti, temendo il coro di misoginia di un’industria “dominata dagli uomini”. Da allora la loro collaborazione attraversa What Do You Want From Me?, Keep Talking e Louder Than Words, ed arriva a superare per durata quella fra Gilmour e Waters nei Pink Floyd. Sull’ultimo verso di Luck and Strange (“questi occhi restano asciutti ma la mia oh mia chitarra”), interpellato se possa considerarlo un proprio epitaffio, Gilmour non si sottrae: “Forse. Solo non ancora, se non ti dispiace.”
Uscito il 6 settembre 2024 per Sony, a nove anni esatti da Rattle That Lock, Luck and Strange entra dritto al numero uno delle classifiche britanniche (il trofeo Music Week troneggia oggi sul suo caminetto accanto al Grammy per Marooned e al Nordoff & Robbins Silver Clef Award). Lui stesso, ripensandoci a distanza di tempo, lo definisce senza troppi giri di parole forse il suo miglior disco solista, forse il migliore in assoluto. Ad accompagnarlo in tour, tra un palco e l’altro, c’è ancora Romany (ma quella storia, con la tappa romana al Circo Massimo e tutto ciò che ne è seguito, merita un capitolo a parte).