Live at the Circus Maximus

Live at the Circus Maximus
  • 5 A.M.
  • Black Cat
  • Luck And Strange
  • Breathe (In the Air)
  • Time
  • Fat Old Sun
  • Marooned
  • A Single Spark
  • Wish You Were Here
  • Vita Brevis
  • Between Two Points
  • High Hopes
  • Sorrow
  • The Piper’s Call
  • A Great Day For Freedom
  • In Any Tongue
  • The Great Gig In The Sky
  • A Boat Lies Waiting
  • Coming Back To Life
  • Dark And Velvet Nights
  • Sings
  • Scattered
  • Comfortably Numb
  • The Luck and Strange Concerts (Audio)
  • Tour Rehearsals
  • Documentari
  • Videoclip

Luglio 1987, Efeso: Ray Charles canta sotto una volta di stelle dentro un teatro romano, e dieci giorni dopo tocca a Joan Baez. È lì, più che altrove, che nasce l’idea di far suonare la grande musica dentro le rovine antiche, un’idea che nei decenni successivi riempie le estati di Pompei, Verona, Taormina, Siracusa, di nomi come Bruce Springsteen, i Genesis, Andrea Bocelli. Le pietre, si scopre, restituiscono il suono in un modo che nessun palazzetto sa replicare: danno peso alla voce, la spingono fino all’ultima gradinata, e regalano all’artista qualcosa che va oltre l’acustica.

David Gilmour lo sa bene, e lo ripete quasi con le stesse parole ogni volta che gli si chiede di quei luoghi. Nel 2016 torna a Pompei; due date, tutto esaurito, 2.600 posti a sera, il tour di Rattle That Lock che si accende con Wish You Were Here e Shine on You Crazy Diamond. È lì che cambia parte della band: escono Phil Manzanera e Jon Carin, entrano Chester Kamen, Chuck Leavell e Greg Phillinganes (gente che Gilmour ha incrociato negli anni più diversi, da un tour di Michael Jackson a un tributo a Les Paul in New Jersey, fino a un backstage di Live Aid con Bryan Ferry). Prima di suonare, porta i figli a visitare le rovine, in una parte della città che il pubblico normale non può vedere senza un permesso speciale. Gli danno anche la cittadinanza onoraria di Pompei, e lui scherza dicendo che magari un giorno gli daranno pure da mangiare gratis.

Il Circo Massimo, otto anni dopo, è la tappa in cui quel rapporto con le rovine si fa definitivo. Il tour di Luck and Strange si apre lì il 27 settembre 2024, e le serate che vanno a comporre il film e il cofanetto live vengono filmate tra la fine di settembre e i primi di ottobre. Sul palco una band di dieci elementi che mescola volti nuovi (il chitarrista Ben Worsley, il batterista Adam Betts, il tastierista Rob Gentry) a presenze già note come Guy Pratt e Greg Phillinganes; a fianco di tutti, la figlia Romany, che canta e suona l’arpa, e che con Louise Marshall e le Webb Sisters (le coriste di Leonard Cohen). Il light design di Mark Brickman, lo schermo circolare in formato verticale, i filmati d’epoca mescolati a quelli nuovi: tutto contribuisce, come scrive chi c’era, a un’atmosfera sobria ma potente, più vicina a una festa di famiglia che a uno show. Alla stampa italiana Gilmour lo dice senza troppi giri di parole: suonare in un posto vivo da duemila anni gli dà un senso di pace che nessuno stadio potrà mai dargli. E a Record Collector, ripensando a Pompei e al Circo Massimo insieme, la sintesi è ancora più netta: c’è qualcosa che si è depositato in quelle pietre, un’atmosfera che nei palazzetti chiusi puoi solo provare a ricreare.

La scaletta (quasi interamente opera di Polly Samson) nasce dal desiderio dichiarato di Gilmour di far stare il più possibile del nuovo disco senza perdere per strada i classici dei Floyd che il pubblico si aspetta. Non è un caso che lo spettacolo abbia una drammaturgia precisa: apertura energica, una sezione centrale più seria, una chiusura che vuole essere consolatoria prima dell’inchino finale. È esattamente l’intenzione, conferma lui stesso, ed è a quella sensazione che si vuole arrivare. In mezzo, un episodio che resta a margine ma dice molto del personaggio: più avanti nel tour, la sera delle elezioni americane, la band suona al Madison Square Garden, e il giorno dopo, passeggiando per il Greenwich Village, Gilmour nota che tutto sembra scivolare via in un silenzio quasi irreale.

Dietro la superficie dello spettacolo c’è un lavoro tecnico enorme, ed è forse la parte meno raccontata della vicenda. Il mix Atmos porta la firma del coproduttore Charlie Andrew e dell’ingegnere Matt Glasbey, descritto da Gilmour come uno che lavora e rilavora finché non resta più nulla da migliorare. Il grosso del lavoro nasce all’Astoria, lo studio galleggiante sul Tamigi (la stessa in cui sono nati anche gran parte di A Momentary Lapse of Reason e The Division Bell), per poi essere rifinito nelle sale più grandi di Abbey Road in vista della versione filmata. Anche il suono ha la sua continuità storica: la campana che accompagna High Hopes dal vivo al Circo Massimo viene fatta realizzare apposta dalla Whitechapel Bell Foundry di Londra (la stessa fonderia attiva da secoli), mentre l’effetto campana di Fat Old Sun proviene ancora da un armadio di nastri sonori di Abbey Road, lo stesso usato dai Kinks per Big Black Smoke. Proprio Fat Old Sun, dal vivo, cambia pelle rispetto al disco: la batteria entra prima, dal secondo verso invece che al ritornello, e il passaggio dall’acustica all’elettrica viene volutamente accentuato invece che smorzato. Dietro tutto questo c’è un’ossessione dichiarata da Gilmour: vuole che i film dei tour restino disponibili in Blu-ray e gli album su ogni formato possibile, perché desidera che gli artefatti restino là fuori per la gente.

Ed è proprio nell’immagine, più che nel suono, che il cerchio si chiude. Le copertine di Luck and Strange e di The Luck and Strange Concerts raccontano la stessa storia in due momenti diversi: nella prima, una figura solitaria prova a fermare l’acqua che scorre, un’eco della leggenda di Re Canuto e della sua sfida impossibile alla marea (l’uomo che si scontra con la propria impotenza di fronte al tempo). Nella seconda copertina la stessa sagoma si erge contro il sole, come se volesse arrestarne il tramonto: un gesto altrettanto vano, ma carico di un significato diverso, quasi più sereno. Dall’acqua che scorre al sole che cala, la figura non lotta più: diventa testimone. E non è un caso che quella stessa immagine solare venga proiettata dal vivo proprio durante Fat Old Sun, il brano che più di ogni altro parla di un momento semplice destinato a sfuggire, chiudendo così un cerchio visivo e musicale sulla memoria e sulla bellezza di lasciar andare le cose.