Live8: la reunion impossibile dei Pink Floyd

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Bob Geldof aveva un problema molto pratico da risolvere: piegare i leader del G8 di Edimburgo sul tema della povertà globale con il solo peso di un evento televisivo mondiale, Live 8, capace di tenere in ostaggio l’attenzione di un miliardo di persone. “Solo i musicisti potevano costringere quei leader politici a piegarsi”, avrebbe detto. Per farlo gli serviva il nome più improbabile della sua lista: i Pink Floyd, separati da vent’anni di cause legali, veleno reciproco e un rancore che a un certo punto Roger Waters aveva paragonato al furto di una figlia venduta alla prostituzione.
Geldof aveva letto un’intervista di Nick Mason sulla rivista Q, settembre 2004, in cui il batterista diceva che i Floyd non si sarebbero mai riuniti “se non per qualcosa come un altro Live Aid”. Lo prese in parola e lo chiamò. Mason disse di sì in linea di principio, ma quando Geldof gli chiese di farsi lui stesso ambasciatore presso Gilmour, rispose con una fermezza che valeva più di un rifiuto: l’unico modo perché la cosa succedesse davvero era che fosse Waters a proporla. Waters ricevette la mail di Mason, si fece dare il numero di Geldof e lo chiamò lui stesso. Waters chiese chiarezza su cosa esattamente volesse da loro; Geldof promise di richiamare, e lo fece due settimane e mezza dopo.
Nel frattempo Geldof aveva già bussato a Gilmour, e aveva incassato un no. Non un no qualsiasi: un pellegrinaggio vero e proprio, con Geldof che sale su un treno per il Kent, con fermata a East Croydon, viene portato alla fattoria del chitarrista e gli snocciola l’argomento “Voi due siete troppo vecchi per queste storie. Crescete. Il rock and roll è la lingua franca…”, ma senza smuoverlo. A quel punto, con il via libera di Geldof, Waters compone il numero di Gilmour: la prima conversazione diretta tra i due in quasi vent’anni. “Roger ed io chiacchierammo piacevolmente per un paio di minuti”, avrebbe ricordato Gilmour. “Pensai di richiamare il giorno dopo. Poi ci riflettei e capii che probabilmente me ne sarei sempre pentito se non lo avessi fatto, e soprattutto che superare i litigi con Roger per una causa così importante valeva la pena.” Ventiquattro ore dopo il telefono di Waters squilla di nuovo. È Gilmour. “Ok, facciamolo.”
Geldof, informato dell’esito, reagisce con lo stile che gli è proprio: “Gli dissi: ‘Hai reso felice un vecchio’… anche se non ho mai potuto sopportare la loro musica, a dire il vero.”
La voce comincia a circolare prima ancora dell’annuncio ufficiale. Tim Renwick, invitato a un matrimonio, si sente dire da Gilmour che il Live 8 è in calendario, e alla sua incredulità il chitarrista risponde: “No, assolutamente non lo facciamo. Ma tieniti libero quel giorno, se vuoi.” Due settimane dopo arriva la chiamata definitiva, con Gilmour che ride al telefono: “Lo facciamo, e lo facciamo con Roger.” Guy Pratt, in vacanza a Formentera, apprende la notizia dal Daily Telegraph e liquida la faccenda con scetticismo “ci vorrà ben più dell’ego di Bob Geldof per mettere insieme quella gente”, salvo poi ricevere la telefonata di Gilmour che gli chiede se è seduto: serve un bassista, perché Waters vuole suonare la chitarra acustica su due pezzi. Pratt, però, ha già un impegno quella sera con i Roxy Music sul palco di Berlino, e non prende parte allo show: l’ultima cosa che si vede in mondovisione prima che i Floyd entrino in scena a Londra è lui che suona “Love is the Drug” a migliaia di chilometri di distanza.
Il giorno stesso in cui la reunion viene annunciata ufficialmente, mentre è a cena con un amico, a Waters viene recapitata al tavolo un’offerta concreta: un tour classico dei quattro Floyd, 250 milioni di dollari garantiti. La rifiuta sul posto, e ne parlerà mesi dopo con una soddisfazione che lascia volutamente in sospeso cosa lo avesse reso più felice: l’entità della cifra, o il fatto di essere stato il primo a saperlo.
Le prove, tre giornate ai Black Island Studios di Londra, non sono la festa di riconciliazione che i giornali avrebbero voluto raccontare. Waters arriva sistematicamente in ritardo, propone cambi di strumentazione e riarrangiamenti. Abituato, nei suoi show da solista, a tempi e tonalità diversi da quelli originali, e la tensione si taglia con il coltello. “Non c’era una sola persona in quella stanza che Roger non avesse in qualche modo ferito”, ricorda Renwick. “C’era molta gente con le labbra strette e un’incredibile professionalità.” È Gilmour a fissare il limite: “Stiamo facendo quattro canzoni e la gente si aspetta di sentire i classici esattamente come li ricorda.” Waters, per una volta, incassa: “Ero disposto ad arrendermi, ma solo questa volta.”
Gilmour, dal canto suo, si prepara con una meticolosità quasi ossessiva: si registra un CD del set sul computer di casa, attacca la chitarra, canta davanti a un piccolo amplificatore e ripete l’intero programma quattro o cinque volte al giorno per due settimane, mentre una parte di lui continua a pensare di essere pazzo a rimettersi in gioco davanti a tutta quella gente. Le dimensioni dell’evento, del resto, giustificano la vertigine: oltre mille artisti in nove capitali del mondo, oltre tre miliardi di spettatori secondo i conti di Geldof.
C’è un dettaglio che passa quasi inosservato nei giorni febbrili prima del concerto. Il Cambridge Evening News contatta Rosemary Breen per chiederle se il fratello sappia della riunione. “L’ho visto stamattina e gliel’ho detto, ma non ha reagito”, risponde lei. “Per lui è un’altra vita, un altro mondo in un altro tempo. Non è più Syd. È Roger.” E la sera del 2 luglio 2005, mentre a Hyde Park quattro uomini che non suonavano insieme da un quarto di secolo si preparano a salire sul palco, Syd Barrett non guarda la diretta. “Non lo guardò”, confermerà Rosemary anni dopo. “Aveva un televisore, ma non gli piaceva granché. Era una distrazione troppo rumorosa dai suoi pensieri.”
Lo show slitta di ora in ora, come capita sempre in queste maratone benefiche. Dalle 19:30 previste si arriva quasi alle undici di sera, con la ministra della cultura Tessa Jowell che concede una deroga per tenere il parco aperto oltre l’orario. L’attesa, raccontata da chi era backstage, è tutt’altro che euforica: “Continuavano a spostarlo di un’ora, quindi l’attesa era snervante”, ricorda Renwick. “Stavi backstage con persone che non vedevi da anni, senza mangiare né bere.”
Poi il battito cardiaco di “Speak to Me” apre lo show, e i quattro entrano in scena affiancati da Renwick, Jon Carin, la corista Carol Kenyon, con Dick Parry al sassofono per “Money”. Il linguaggio del corpo racconta più di ogni dichiarazione: Mason appare disorientato, Wright nervoso, Gilmour austero, Waters trionfante, tanto da articolare silenziosamente i testi mentre è Gilmour a cantarli, quasi a rivendicarne la paternità nell’istante stesso in cui la band li trasforma in oro davanti a 250000 persone.
Prima di “Wish You Were Here”, mentre Renwick suona l’introduzione, Waters prende la parola senza aver preparato nulla — “odio preparare le cose”, dirà poi — e pronuncia la frase che il pubblico aspettava senza saperlo: “È davvero emozionante stare qui con questi tre ragazzi dopo tutti questi anni. Siamo qui per essere contati insieme a tutti voi. Comunque, suoneremo questo pezzo per tutti quelli che non sono qui. Ma in particolare lo facciamo per Syd.” La canzone che segue, con la voce roca di Waters che aggiunge ruvidezza al pop più grande mai scritto dai Floyd, è sublime. Un sommesso “Here we go” introduce “Comfortably Numb”, il muro scarno disegnato da Gerald Scarfe si materializza sullo schermo alle loro spalle, e quando Gilmour attacca il secondo assolo Richard Wright è in piedi, estatico, come se per un momento tutto ciò che era successo negli ultimi trent’anni smettesse di contare.
Alla fine dello show Waters avvolge un braccio attorno a un Gilmour visibilmente riluttante, prima che i quattro si inchinino insieme davanti a un pubblico in cui pochi sapevano che aspetto avessero i Pink Floyd prima di quella sera. L’effetto collaterale, del tutto involontario, è la più efficace campagna pubblicitaria mai avuta dalla band: le vendite del catalogo schizzano del 1.300 per cento nei giorni successivi.
Ma l’emozione condivisa sul palco non cancella le crepe. Finito il concerto, senza trasporto organizzato né dopo-festa, Renwick e la moglie tornano a piedi in hotel, “piuttosto demoralizzato”, come dirà lui stesso, contrariato “dalla generale mancanza di spirito. Che peccato finire con quella nota di amaro in bocca.” Gilmour, interrogato sui propri sentimenti, non li addolcisce: “Avevo sentimenti molto contrastanti. Guardando indietro, a quel momento avevo vent’anni di discussioni, liti, stronzate e bugie che non mi avevano reso più affezionato a certe persone. Ma Live 8 è andato bene. Dovevo continuamente ricordarmi, durante i preparativi, che erano i Pink Floyd ad essere stati invitati. Roger era un ospite.” E sulle offerte milionarie per un tour che inevitabilmente arrivano dopo: “I soldi erano gli stessi con o senza Roger. Rifarlo sarebbe stata una messa in scena. In questi giorni sono completamente egoista: voglio fare ciò che mi soddisfa.”
Mason, come sempre, trova la misura più bassa e più vera: “C’erano ancora tutte le tensioni sottostanti, ma ho pensato che fosse grandioso che, quali che fossero le nostre differenze, potessimo metterle da parte e fare qualcosa per il bene comune.” Waters, tre mesi dopo, seduto con un giornalista di Word Magazine per parlare — in teoria — della sua opera sulla Rivoluzione Francese, torna comunque lì, a quella sera: “Era solo… davvero bello. Ero molto commosso di essere sul palco con Dave, Nick e Rick quella sera. Mi sentivo a mio agio e felice di avere l’opportunità di mettere da parte i rancori e dimostrare che, nonostante le difficoltà avute in passato, siamo uomini maturi che capiscono che la riconciliazione è possibile anche di fronte a punti di vista diversi.” Di Wright dice semplicemente che era bello risentirlo suonare “le sue grandi parti di tastiera, che ovviamente conosciamo e amiamo così tanto dai dischi”. Di Gilmour: che aveva cantato splendidamente. E poi, quasi a spiegare tutto il resto: “Quando entri nel rock and roll — a parte ovviamente il voler andare a letto con qualcuno e guadagnare un sacco di soldi! — c’è la grande gioia di essere in una band e fare tutto quel casino, ecco perché lo facciamo.”
Nessuno, quella sera a Hyde Park, sapeva che quella gioia recuperata per pochi minuti sarebbe rimasta un episodio isolato. Wright sarebbe morto tre anni dopo, Barrett l’anno successivo al concerto. Con il senno di poi, Live 8 è diventato per i Pink Floyd qualcosa di più grande di un semplice bis benefico: l’ultima volta in cui i quattro nomi che avevano scritto la storia della band furono, per una ventina di minuti, di nuovo una sola cosa.