Wish You Were Here: l’assenza che resta

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C’è qualcuno che non risponde più, qualcuno a cui ci si rivolge sapendo che l’ascolto, ormai, è solo parziale. Il discorso si apre rievocando un tempo in cui quella presenza irradiava luce propria, capace di accendere chiunque le stesse vicino; oggi di quella luce non resta che uno sguardo vuoto, una distanza incolmabile in chi ha smesso di restituire qualcosa al mondo. È il profilo di chi è stato spinto al centro della scena prima di essere pronto, schiacciato fra l’innocenza interrotta dell’infanzia e il peso improvviso della notorietà, trascinato via da un meccanismo che non concede tregua a chi è fragile. A questa figura sospesa fra mito e rovina ci si rivolge come a uno sconosciuto diventato leggenda, a una vittima trasformata in simbolo, esortandola comunque a continuare a risplendere. La seconda parte dello stesso lamento insiste sul medesimo paradosso, il tentativo di afferrare verità troppo grandi e troppo in fretta, l’esposizione totale sia nell’ombra che nella luce, chiudendosi invocando altre maschere della stessa condizione: il visionario, l’artista, il prigioniero di sé stesso (Shine On You Crazy Diamond I-V).

Da questo lamento il registro cambia bruscamente, e la voce passa a un meccanismo impersonale che accoglie un nuovo arrivato con un’accoglienza che suona più come un’ammissione forzata che come un benvenuto. All’arrivato viene ricordato che ogni sua mossa era già prevista altrove: i giocattoli ricevuti da bambino, la rivolta adolescenziale incarnata nell’acquisto di una chitarra, il rifiuto della scuola. Persino i sogni di gloria come l’immagine di un musicista da copertina, le auto di lusso e le cene esclusive, non sono desideri propri ma copioni preconfezionati, inseriti a tavolino in chi crede di vivere semplicemente la propria libertà. Il ritornello che chiude entrambe le strofe funziona come un sigillo: l’ingresso nel sistema non è una scelta personale, è un destino amministrato da altri (Welcome To The Machine).

La satira a questo punto si fa diretta, quasi teatrale: prende la parola una figura che incarna l’industria discografica nella sua versione più cinica, un manager o un discografico che intrattiene la band con complimenti di circostanza e una domanda che, da sola, smaschera tutto. Chiedere chi sia “Pink” tradisce un’attenzione tutta calcolata sul prodotto e nessuna sui nomi reali di chi lo produce. La maschera cade del tutto quando si parla apertamente del meccanismo che muove ogni cosa, descritto come un treno di vantaggi su cui salire, un guadagno facile costruito sulle spalle altrui. L’entusiasmo per il successo commerciale, il sold out, la pressione a sfornare subito un nuovo disco, l’invidia della concorrenza, vengono raccontati con un cinismo che non lascia equivoci: l’arte, qui, non è un fine ma un mezzo, una “squadra” da compattare solo in funzione del profitto (Have A Cigar).

Il concept arriva così al suo nucleo più scoperto, quello che dà il titolo all’intero lavoro: una sequenza di domande dirette su quanto sia ancora possibile distinguere ciò che è autentico da ciò che è solo apparenza; il bene dal male, un sorriso vero da una finzione, un paesaggio naturale da una struttura artificiale. Le domande si fanno più specifiche e più dolorose, chiedendo se si sia stati indotti a barattare figure di riferimento reali con fantasmi, slanci genuini con sostituti freddi, una possibilità di cambiamento vero con una sicurezza illusoria; chiedendo, soprattutto, se si sia accettato di scambiare un ruolo marginale ma autentico dentro la vita vera con una parte da protagonista dentro una prigione dorata. È qui che il disco abbandona la satira e torna all’intimità: l’immagine di due presenze smarrite, racchiuse in uno spazio limitato e trasparente, che ripercorrono lo stesso terreno senza arrivare mai altrove se non a ritrovare la stessa paura di sempre, restituisce il senso di una distanza che nessun successo riesce a colmare (Wish You Were Here).

Il cerchio si chiude tornando alla stessa invocazione iniziale, ma con un’accentuazione diversa: ora l’accento cade sull’incertezza della posizione di chi è scomparso; nessuno sa dove si trovi, quanto sia vicino o quanto sia ormai irraggiungibile, ma anche sull’idea che accumulare ulteriori strati di protezione, di distacco dal mondo, non faccia che avvicinare chi resta allo stesso destino. Il rapporto fra le due figure, quella dissolta e quella che racconta, si ribalta in una sorta di promessa di incontro reciproco in quel vuoto, più che in un tentativo di salvataggio. L’ultima invocazione raccoglie tutte le identità già attraversate dal disco, il fanciullo eterno, il vincitore insieme al vinto, chi ha scavato a fondo nella verità senza riuscire a separarla del tutto dall’illusione, e le fonde in un’unica immagine conclusiva, che non risolve la tensione fra autenticità e finzione aperta fin dall’inizio, ma la lascia sospesa, com’è sospesa la presenza stessa di chi viene invocato per tutto il disco (Shine On You Crazy Diamond VI-IX).