di Richard Wright, David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters
brano strumentale
Quicksilver è una composizione collettiva dei Pink Floyd — accreditata a Waters, Wright, Gilmour e Mason — inclusa nella colonna sonora di More (1969), film di Barbet Schroeder. Dura 7 minuti e 14 secondi e compare due volte nel film: la prima dopo la scena in cui Estelle propone all’amante di provare l’eroina, la seconda durante un trip di LSD della coppia. La funzione drammaturgica è dichiarata: la musica non accompagna, incarna lo stato alterato.
Il titolo richiama il mercurio, l’elemento che gli alchimisti chiamavano appunto quicksilver e a cui attribuivano la capacità di unire il piano materiale a quello spirituale. Un riferimento che si sposa con il registro psichedelico del brano e con il ruolo narrativo che ricopre nel film.
Dal punto di vista stilistico, Quicksilver appartiene alla tradizione dell’improvvisazione atmosferica che i Floyd avevano già esplorato in A Saucerful of Secrets. Non è una canzone nel senso convenzionale: è un’architettura sonora costruita su strati di rumore, timbri insoliti e dinamiche lente. Il brano si colloca in quella zona di confine tra musique concrète e rock sperimentale che la band frequentava con naturalezza in quel periodo, prima di virare verso forme più strutturate.
La registrazione avvenne ai Pye Studios di Londra nei primi giorni di febbraio 1969, con Brian Humphries al mixer e la band stessa in veste di produttrice. L’apertura è costruita su effetti sonori elaborati: qualcosa di simile a una griglia metallica — o forse le corde di un pianoforte — sfregata con un oggetto rigido. Il suono viene rallentato e immerso in una riverberazione pesante, quasi soffocante. A questo si sovrappone un gong, probabilmente suonato da Waters, che ricorda il timbro già utilizzato in Main Theme e che percorre il brano in ondate successive, muovendosi sul panorama stereofonico per quasi tutta la durata del pezzo.
Il contributo più definito è quello di Rick Wright, che lavora su due strumenti. Prima il vibrafono, suonato con una sonorità cristallina ed eterea che allontana il brano dalla densità opprimente dell’intro. Poi l’organo Farfisa, processato attraverso il Binson Echorec: il risultato è un contrappunto cupo e dissonante che spezza la leggerezza aerea del vibrafono e riporta il timbro verso atmosfere più pesanti. Verso la fine, intorno al minuto 6:32, Gilmour sembra imbracciare la sua Stratocaster per eseguire effetti slide con un bottleneck posizionato vicino al ponte, producendo un suono tagliente e sfumato allo stesso tempo.
Il brano fu in seguito rielaborato con il titolo Sleep e ridotto di circa tre minuti per essere inserito nella suite in due parti The Man and the Journey, progetto live del 1969. Una ricontestualizzazione che conferma quanto Quicksilver fosse percepita dalla band come materiale plastico, adattabile a esigenze diverse senza perdere la propria identità timbrica.
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